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 2017  febbraio 20 Lunedì calendario

Matteo e gli amici: ovvero, quando il boss è da classifica

Si fa presto a dire Matteo. Ci sono anche Rocco, Attilio, Marco, Giuseppe e Giovanni. Che non sono i componenti di un nuovo esecutivo, né i discepoli di qualche improvvisata setta. O forse sì, quella del crimine, che però tanto improvvisata non è. Sono i nomi dei sei super latitanti più pericolosi (e ricercati) d’Italia. Quelli che compaiono sul sito del ministero dell’Interno, nella pagina della Direzione centrale della polizia criminale: “Elenco dei latitanti di massima pericolosità facenti parte del programma speciale di ricerca selezionati dal gruppo integrato interforze”. Soltanto sei, dai trenta che erano fino al 2009, quando – con Maroni titolare del Viminale – l’aggiornamento quasi settimanale della lista sembrava il passaggio di livello di un videogame.
Merito delle forze di polizia, se quella lista si è ridotta – e di tanto –; merito, se così si può dire, delle stesse organizzazioni criminali, che non hanno più interesse a ‘mantenere’ dei latitanti, perché gli inquirenti – pur di arrivare al fuggitivo – farebbero piazza pulita di tutti coloro che gli stanno intorno. E ci si è resi conto, tra l’altro, che non avrebbe più avuto senso equiparare, inserendolo nell’elenco, un boss qualsiasi al Capo dei Capi.
Non che non esistano altri latitanti, beninteso. La lista “cadetta” dei “cento ricercati d’Italia” – un tempo ben cinquecento – è reale, anche se al di là dei proclami o dei luoghi comuni che si leggono spesso, quei nominativi non sono pubblici, ma girano su piattaforme interne a polizia, carabinieri e guardia di finanza. Il criterio per cui un ricercato viene inserito nell’uno o nell’altro è presto detto: si guarda al profilo soggettivo (la sua posizione all’interno del clan o dell’organizzazione criminale) e alla gravità dei delitti che ha commesso, alla sua pericolosità e agli anni di latitanza.
Ma vediamole, queste primule rosse cui gli investigatori danno la caccia da anni. Quello più conosciuto è naturalmente Matteo Messina Denaro: classe 1962, nativo di Castelvetrano (nel trapanese), è ricercato dal 1993 per associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto e altri reati minori (si fa per dire). Nel 1994 sono state diramate le ricerche in campo internazionale. E infatti il capo di Cosa Nostra è uno degli italiani presenti nella lista dei 64 “most wanted fugitives” dell’Europol ed è tra i dieci latitanti più ricercati al mondo secondo la rivista Forbes.
L’altro esponente mafioso di cui non si hanno notizie dal ’98 è il 58enne palermitano Giovanni Motisi, a capo dell’omonimo clan: ricercato per omicidio, associazione a delinquere e strage (i reati principali), come Messina Denaro dovrebbe scontare l’ergastolo. Rocco Morabito, nato ad Africo nel 1966, è chiamato ‘U Tamunga perché è appassionato di un fuoristrada militare tedesco (il Dkw Munga). Ndranghetista emigrato a Milano, è ricercato dal 1994 per associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Ultimo domicilio noto, una villetta nella provincia meneghina (in via Carlo Alberto dalla Chiesa, non è uno scherzo: immobile oggi confiscato).
Calabrese di San Luca e ndranghetista affiliato al clan Romeo è anche Giuseppe Giorgi, ricercato dal 1995 per omicidio, associazione di stampo mafioso finalizzata al traffico di droga, estorsioni e armi. Nello stesso anno è stato spiccato nei suoi confronti un mandato d’arresto internazionale. Secondo un pentito, è anche coinvolto in uno smistamento illegale di rifiuti tossici e radioattivi. Deve scontare 17 anni di carcere e gli inquirenti pensano che possa essersi rifugiato in Germania.
Esponente della camorra è invece Marco Di Lauro, quarto figlio del boss Paolo. È molto giovane, del 1980, ma la sua carriera criminale è ricchissima: sette anni fa, un collaboratore di giustizia lo ha indicato come mandante di quattro omicidi e, nel 2012, la Terza Corte di Assise di Appello del Tribunale di Napoli lo ha condannato all’ergastolo (insieme con Mario Buono, arrestato nel 2007) per l’omicidio di Attilio Romanò, ucciso per errore nel gennaio del 2005 nell’ambito della faida di Scampia.
Ultimo della lista dei sei, ma non certo ultimo in efferatezza, è Attilio Cubeddu, esponente dell’Anonima sequestri. Sardo di Arzana, nel nuorese, prese parte ai sequestri Rangoni Machiavelli e Bauer inEmilia Romagna, (correva l’anno 1983), e al sequestro Peruzzi, messo a segno in Toscana nel 1981, e si diede alla latitanza. Arrestato nel 1984 a Riccione, fu condannato a 30 anni di carcere ed è attualmente ricercato per sequestro di persona, omicidio e lesioni gravissime. Tredici anni dopo essere stato un detenuto modello, Cubeddu si diede alla latitanza non rientrando mai nel carcere di Badu è Carros, nel nuorese, dopo un permesso premio. Il suo nome tornò a circolare con il sequestro Soffiantini e il successivo omicidio dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, per i quali fu condannato a trent’anni e all’ergastolo. Secondo alcuni inquirenti, potrebbe essere stato ucciso in una faida interna.
Nella lista dell’Europol in realtà compare un altro italiano: Santo Vottari, elemento di spicco dell’omonima cosca calabrese, si è sottratto alla cattura in seguito alla “strage di Duisburg”, avvenuta a Ferragosto del 2007. È ritenuto responsabile dell’omicidio di Maria Strangio e di alcuni tentati omicidi.