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 2017  febbraio 19 Domenica calendario

«Ero timido, poi feci ridere mio fratello. E che fortuna incontrare Ammaniti». Intervista a Beppe Fiorello

L’attore che non c’era adesso c’è: “Fino ai diciott’anni – dice Beppe Fiorello – sono stato un adolescente molto timido e introverso. Mi sentivo inadeguato. Impedito. Incapace di essere all’altezza della vita. Per le strade di Augusta – dove quelli che conoscevano l’estro di Rosario mi osservavano con scetticismo: ‘Ma questo picciriddu dove vuole andare?’ – e nella scuola di allora, che non era un luogo tenero e dove se eri il primo della classe ti trattavano da primo della classe, ma se invece ti dimostravi un cane a stento ti gettavano un osso. Io sapevo le cose, ma non sapevo come dirle. Mi rimanevano dentro. Avevo una timidezza quasi patologica. Agli sguardi dei compagni che mi guardavano dall’alto in basso però rispondevo e alla Gioachino Belli meditavo la rivincita: ‘Prima o poi vi supero, prima o poi io sarò io e voi non sarete un cazzo’. Ci credevo veramente, anche se non immaginavo che avrei recitato. Volevo solo raccontare delle storie davanti a tanta gente. Facevo prove davanti a uno specchio. Tentavo di convincermi che ce la potevo fare. La memoria è una cosa strana. Se ti sforzi, anche se può essere doloroso, vengono fuori le scene, gli strappi, le fotografie di ieri, i frammenti di verità”.
Nel suo film numero 23 per la tv (I fantasmi di Portopalo, tratto dall’omonimo libro di Giovanni Maria Bellu, regia di Alessandro Angelini, Rai1 lunedì e martedì in prima serata), narrazione serrata di uno dei più tragici naufragi di anime in rotta tra le onde del Mediterraneo del dopoguerra, Beppe Fiorello è Saro. Un pescatore incompreso, in lotta contro chi nella comunità siciliana, tra reti e lampare, per calcolo economico e indifferenza vorrebbe nascondere e cancellare il dramma e i 283 corpi scomparsi nelle acque antistanti Portopalo nella notte tra il 25 e il 26 dicembre 1996: “Nell’interpretare il mio coraggioso personaggio che esiste veramente e si chiama Salvatore Lupo, ho pensato a mio padre. Era un finanziere. Avrebbe urlato ‘qui sotto il mare c’è un cimitero, non possiamo più pescare i morti e ributtarli in pasto ai pesci come se niente fosse’. Si sarebbe battuto per far conoscere quella vicenda”.
A suo padre pensa spesso.
Sempre. Mio padre è ovunque. È una sensazione fortissima. È una voce, un déjà vu, un profumo. Si ricorda l’odore dell’Aqua Velva? Era una colonia per uomo. Qualche tempo fa per strada ho sentito l’essenza e mi sono girato. ‘Cazzo, papà è qui’, mi sono detto. Non c’era nessuno. Mi è venuta la pelle d’oca.
Suo padre è morto quando lei era giovane. “Non c’è stato tempo per parlare da uomini”, ha detto.
Se ne è andato proprio quando stavo per diventare adulto. Il lutto mi ha creato un senso di smarrimento, sono dovuto crescere da solo, in fretta.
Sul vostro rapporto porta in giro da anni uno spettacolo: Penso che un sogno così…
È venuto fuori per la voglia di proseguire e incollare quell’attimo interrotto. In scena dialogo con lui come se fosse lì. Ho avuto due genitori di ferro e con i miei fratelli mi sono trovato a pensare con sofferenza che in fondo, papà se ne è andato nel momento più luminoso della sua vita e che forse non è escluso che sia stato meglio così. Conoscendolo, chissà come avrebbe preso vecchiaia e decadenza fisica. Probabilmente lo avrebbero divorato.
Tra suo padre e Modugno c’è una certa somiglianza.
Tra loro ci sono analogie incredibili. Mio padre mi ha cresciuto con il mito di Modugno. Me lo faceva ascoltare in macchina cantando a squarciagola e mi raccontava che alla sua età, proprio come lui, faceva serenate a pagamento sotto le finestre. Aveva una voce bellissima e profonda, era simpatico, carismatico, trascinante. Un pifferaio magico in divisa, così proteso al bene comune e alla soddisfazione degli altri che ogni tanto ai noi familiari sembrava di arrivare dopo. Quando mio fratello iniziò a fumare le prime sigarette, mio padre lavorava al porto. C’erano le bionde americane con il bollino blu, e Rosario gli diceva: ‘Portamene un pacchetto come fa il maresciallo con suo figlio, dài papà, acchiappa una stecca’. Era troppo onesto. Non se ne parlava proprio.
In famiglia siete uniti?
Siamo uniti, ma non siamo finti. Abbiamo avuto anche i nostri momenti di difficoltà e di incomprensione tra fratelli, cose naturali. Però ci sosteniamo a vicenda qualunque cosa accada. Tra noi, per carattere e per cultura, esiste un rapporto particolare. Non siamo di quei fratelli che si toccano, si abbracciano o si dicono quel che sentono l’uno per l’altro. Ma c’è un amore enorme. Silente, non fisico. Io non sono uno che sa dire spesso ti amo. Ma le dirò di più, a me non piace dire ti amo. Perché mi sembra più importante manifestare il rispetto che l’amore. La parola rispetto ha un valore più ampio, senza rispetto l’amore non ha motivo di esistere. L’amore è troppo detto, troppo enunciato, quasi abusato.
Lo dice anche William Blake: “Non cercare mai di dire al tuo amore, amore che mai non si può dire, perché il vento gentile si muove. Silenzioso, invisibile”.
Da ignorante l’ho sempre vista così. Declami l’amore e quello poi svanisce. Il rispetto no. Deve durare. Non scade, il rispetto.
Come se lo conquistò dopo l’adolescenza difficile?
Facendo ridere gli altri. Oggi vengo percepito come l’attore delle fiction ad alto tasso di impegno e drammaticità, ma la mia carriera è iniziata con il cabaret del villaggio turistico.
Faceva ridere gli altri, ci ha detto.
Anche 2500 persone alla volta. A chiedere a Rosario di portarmi con lui durante l’estate per non lasciarmi a casa fu mia madre. Gli anni 80 erano complicati. C’erano violenza, far west e tentazioni pericolose. La droga, soprattutto l’eroina, era ovunque e Augusta, che era un approdo in cui dalle navi sbarcava qualsiasi cosa, non faceva eccezione.
Così seguì suo fratello Rosario nei villaggi.
Avevo 16 anni. La prima mansione che mi affidarono alla Valtur fu quella di tecnico delle luci. Dal mio abbaino ho osservato per anni Rosario durante i suoi spettacoli. Faceva ridere, cantare e giocare con la sola improvvisazione. Faceva cose impossibili. Lo guardavo e mi dicevo: ‘Questo è matto, ma come fa?’. Sostenere che sia un bravo artista mi sembra riduttivo. Lui è un inventore e non solo del mestiere di intrattenitore. Ha inventato un modo di parlare con il pubblico che non c’era prima, non c’è adesso e secondo me non ci sarà domani.
Diranno: è suo fratello, non può che dire queste cose.
Non sanno che l’unica cosa che non sappiamo farci tra noi sono i complimenti. Noi Fiorello, Rosario in particolare, abbiamo sempre avuto il timore di apparire un clan.
Sarebbe bello vedervi insieme sul palco.
Sarebbe bello. Ce lo hanno chiesto tante volte, ma ci ha frenato il fatto che gli altri potessero dire: ‘Vedete, fanno le cose in famiglia’.
Nessuno può negare che prima di raggiungere il successo lei abbia affrontato una lunghissima gavetta.
Il primo ostacolo superato, quello che mi diede l’impressione di poter stare su un palco, fu interagire con i bambini dei vacanzieri che li spiaggiavano per ore ai junior club. Li incantavo, raccontavo storie, i ragazzini si divertivano. Se ne accorse un capo animatore che una sera, alla disperata caccia di un sostituto che gli potesse coprire 30 minuti di vuoto, mi mollò un microfono in mano e mi lanciò davanti alla gremita platea di Ostuni. Provai a resistere e poi mi arresi cercando di adottare con il pubblico un registro diverso da Rosario, senza però dimenticare di aver frequentato la sua scuola.
Come andò?
Andò bene e più avanti nel tempo, quando ormai Rosario era già nel suo periodo milanese tra radio e tv, una sera me lo ritrovai in mezzo alla gente.
Era venuto a vederla?
E io lo sapevo. Sudavo dall’emozione. Non dovevo far ridere solo gli ospiti della struttura, ma un fratello che in popolarità tallonava da vicino Giovanni Paolo II.
Quella sera ricevette l’investitura anche lei?
Vidi Rosario ridere. E fu una delle emozioni più forti che abbia provato nella vita. Forse lui neanche lo sa.
Ha mai più provato una sensazione simile?
Le sensazioni cambiano, l’altra sera, ad esempio, sono andato in tv da Gigi Proietti. Mi ha detto: ‘Sei maggico, sei maggico, sei maggico’. Sembrava Nando Martellini quando a Madrid gridava ‘Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo’. I complimenti di mio fratello tanti anni fa avevano un sapore diverso. Quella sera alla Valtur rappresentò il primo grado di separazione tra il me insicuro di prima e il nuovo me che pensava: ‘Ma cazzo, ma allora ce la posso fare’. Da allora scalai le tappe. Diventai capo animatore. Cominciai a girare l’Italia tra Alimini, Marilleva e Capo Rizzuto.
Cosa ha rappresentato il villaggio tra gli Anni 80 e 90?
Per un intrattenitore, nonostante i puristi alla sola ipotesi inorridiscano, vale un’esperienza al Centro Sperimentale di Cinematografia o all’Accademia d’Arte drammatica. Il villaggio ti restituiva una verità che le accademie ignorano regolarmente: esiste il pubblico, è a lui che ti devi rivolgere e solo con lui puoi creare un rapporto. Nel villaggio, in ogni caso, noi animatori non avevamo vita facile. Per noi animatori, il villaggio somigliava al Truman Show.
In che senso?
Eravamo attori in ogni istante della nostra vita, dalle 8 di mattina alle 3 di notte. Poi rientravamo nelle nostre camere e finalmente, per pochissime ore, potevamo tornare noi stessi. Ho visto animatori depressi, scoppiati, esauriti, spaventati. Sa chi era l’unico imperturbabile? Rosario. Il solo a non separare se stesso da quello che faceva.
Abbiamo sempre immaginato il villaggio turistico come un regno di divertimento per l’animatore.
È vero che per i farfalloni il villaggio era l’eden, che tra ospiti, mogli e lavoratori esistevano circuiti pericolosi, che a volte le situazioni ricordavano da vicino le commedie scollacciate degli Anni 70 e che ho visto con i miei occhi tanti matrimoni andare all’aria a causa dell’avvenenza del maestro di windsurf. Ma io non ero il tipo che segnava le conquiste con i chiodi sul muro e per credere in un’avventura avevo bisogno di un sentimento e di una vibrazione.
A un certo punto lasciò il villaggio per esplorare altre realtà.
Quella sera che Rosario venne a vedermi non era da solo. Con lui, ad accompagnarlo, c’erano alcuni dirigenti televisivi. Perché la tv di allora, a partire dal gruppo di Indietro tutta, anche se oggi i protagonisti negherebbero, al villaggio turistico si abbeverava venendo a scegliere in loco comici e intrattenitori. I dirigenti tv mi videro e quando Rosario decise di lasciare il Karaoke, per non far morire una macchina capace di creare denaro e popolarità a ritmi impressionanti, proposero a me di sostituirlo. Dal punto di vista manageriale era un’idea giusta e diabolica: ‘Chi ci mettiamo? Non accetteranno nessuno – era il ragionamento – l’unico che può farcela è un consanguineo’.
Era una grande occasione.
Ci pensai a lungo. Rosario – che mi vuole bene, mi conosce e sapeva quanto avrei sofferto nel paragone continuo tra noi – si disse inizialmente contrario. Poi ne discutemmo in un secondo momento, gli dissi che me la sentivo e partii.
I paragoni tra voi in effetti ci furono.
Anche violenti. Sapevo di avere gli occhi addosso, ma mi buttai sul palco con incoscienza, senza mai sentirmi un protagonista minore e portai al Karaoke un mio stile. Facemmo una seconda stagione. La compassione degli inizi alla lunga si trasformò in affetto.
Poi per qualche tempo si diresse altrove.
Non era il mio mondo. Furono anni nella centrifuga. Feci un programma musicale su Tmc ed entrai nel mondo della notte, dei locali e dei dj. Andai a vivere a Riccione e cominciai a fare il dj nelle discoteche. Partivo e andavo a Ibiza a mettere dischi al Pacha e inseguivo nelle loro tappe Claudio Cocculuto, Ralf o Ricky Montanari. Correvo dietro al flusso di un mondo che mi affascinava tantissimo. Un mondo un po’ rischioso, in cui si ci poteva anche perdere. Dalle cazzate mi ha salvato l’immagine dei miei genitori. Se pensavo di farne una, mi si materializzava davanti. E rigavo dritto.
Proprio a Riccione incontrò Niccolò Ammaniti.
Non sapevo chi fosse e lui non aveva idea di chi fossi io. Mi trovai ad ascoltare distrattamente lui e una giovane Daria Bignardi durante una lettura di Fango e poi non so come mi ritrovai a cena con loro. Ammaniti mi guardava costantemente e a fine serata finalmente mi spiegò il motivo di tanta ostinazione nell’osservarmi: ‘Ma tu hai mai fatto l’attore? Perché non vieni a Roma? Marco Risi sta cercando attori per un suo film, saresti perfetto’.
E lei andò.
Non ero un cinefilo e non sapevo neanche chi fosse Risi. La sola ipotesi di imparare a memoria una parte, essendo cresciuto a pane e improvvisazione, mi faceva star male. Mi presentai impreparato e un po’ svogliato, ma Risi fu lungimirante e in me vide comunque qualcosa: ‘Studia, non rompere i coglioni e torna domani, preparato’. Eseguii. Venni preso. Iniziai a fare l’attore. L’ultimo capodanno, il suo film, mi ha cambiato la vita. Ancora lo ringrazio.
Da allora non si è più fermato.
Ho incontrato tanti registi bravissimi e ascoltato consigli preziosi. Il più importante me l’ha dato Carlo Verdone all’epoca di C’era un cinese in coma: ‘Ora ti cercheranno in tanti – mi disse – e davanti a te hai un bivio: o fare un sacco di soldi e magari sparire tra qualche anno o provare a restare nella memoria’.
Lei ha scelto la seconda.
Sono ancora qui. Come dice un amico di mio figlio Nicola, 11 anni, ho i capelli da vecchio e la faccia da giovane. Un complimento così bello credo non me l’abbiano mai fatto.
Rimpianti?
Mi sono inventato molte vite, ma ho studiato troppo poco e somiglio al carnefice inventato da Patricia Highsmith in Delitto per delitto: ‘Non leggo mai una storia, preferisco viverla’. Quel personaggio sono stato io. Negli anni ho cercato faticosamente di recuperare il terreno, ma non consiglierei mai ai miei figli di fare come me. Ho la terza media e non posso dirgli di imitarmi o spiegargli che nel mio caso si è trattato anche di una botta di culo.