il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2017
Il primo baby boss pentito: «’Ndrangheta senza futuro»
Il 22 settembre prossimo compirà 29 anni. In galera ci sta, però, da quando ne aveva appena 20. Accusa: omicidio. Un colpo alla nuca per un debito di droga, poi il corpo bruciato. Beppe Trapasso muore così nell’ottobre 2008. Chi spara è Domenico Agresta. Calabrese figlio di ‘ndrangheta e lui stesso affiliato con “doti” di vertice. Lo chiamano “Micu McDonald”. Suo nonno Domenico per tutti gli anni Ottanta ha comandato l’intero Piemonte. Gli affari, il vecchio boss li condivideva con gente come Antonio Pelle, detto ’Ntoni Gambazza, il re di San Luca. In Lombardia, poi, i legami sono stretti con la cosca Papalia, altra famiglia nobile, gente di Platì, confinata a Buccinasco dagli anni Settanta. Suo padre Saverio è un capo società. La locale è quella di Volpiano in provincia di Torino, ma i rapporti con Milano e il suo hinterland sono strettissimi. ’Ndrangheta della Locride al Nord. La più potente, spietata e ricca.
Una condanna a 30 anni di carcere
Per quell’omicidio Agresta junior incassa 30 anni. Nel 2011 gli arriva l’accusa di mafia per l’inchiesta Minotauro. In questi ultimi tempi ha girato molte carceri. Tappa finale a Saluzzo. Qui Micu McDonald decide. “Ho capito che i valori della ‘ndrangheta non sono valori profondi e positivi”. Sceglie di collaborare. Lo fa nell’ottobre scorso, ad appena 26 anni, il più giovane pentito della mafia calabrese, il primo dei clan di Platì, depositario di segreti importanti appresi direttamente dal padre, uno che nel 1993 finisce in galera per uscirne solo nel 2009. Nei suoi primi verbali resi davanti alle Procure di Torino e di Milano, il giovane Agresta, la cui madre di cognome fa Marando ed è sorella di Pasqualino, narcotrafficante internazionale scomparso nel nulla, spiega la scelta. Sono parole inedite le sue. Micu McDonald ha la mente svelta, sa e racconta dal principio. Da quando fu “fatto uomo” in carcere. È consapevole: “Mi sono reso conto di credere nei valori dello Stato, ho capito che si tratta di valori positivi. Mi sono appassionato anche allo studio, ho capito che la cultura è importante e anche la giustizia”.
È una redenzione quella del giovane ‘ndranghetista. “I miei zii come mia madre hanno un carattere duro. Mia mamma è legata alle regole della ‘ndrangheta. Se si tradiscono queste regole non c’è affetto che conti. E questo vale anche per mia madre. So che lei non condividerà la mia scelta e non mi vorrà più come figlio. Sono consapevole di questo percorso. Lo farò da solo. Non vedo futuro nella ‘ndrangheta”.
Fissato il punto di non ritorno, Agresta ridiscende negli inferi mafiosi che lo hanno partorito. “Io – inizia – sono stato affiliato alla ‘ndrangheta da ragazzino, non per le mie capacità di delinquere, ma per la mia provenienza familiare. Mio padre, quando si è trasferito a Buccinasco, era Capo società. Lui non affiliava ma conferiva le doti a partire dalla Santa (una delle più elevate, ndr)”.
Il bambino e il capomafia
Ecco allora, i primi passi di un boss che è già tale da piccolo. “Io sono stato fatto uomo nell’aprile 2008, ma devo dire che anche prima e in tutta la mia vita ho sempre respirato una serie di insegnamenti tipici della ‘ndrangheta (…). Io avevo capito fin da bambino che sia mio padre sia i miei parenti erano ‘ndranghetisti”. Piccola pausa, poi Micu McDonald estrae una definizione impressionante: “Non è facile tradurre in parole questo mio sentire, è come un’aria chiusa che si respira fin da piccoli”. È il circolo formato, il clan, il segreto, l’omertà, tutto dentro, niente fuori. “Sentivo di indossare una maschera”. In carcere a Saluzzo arriva pure lo zio. “Mi opprimeva, non mi sentivo libero, l’ambiente a cui appartenevo ha iniziato a pesarmi”.
Ha 26 anni Agresta, ma ragiona con matura chiarezza. Dopo l’affiliazione, per lui non ci sono segreti. “Ho appreso molte cose sui miei familiari”. Cose di ‘ndrangheta, ovviamente. Sequestri di persone, traffico di droga, omicidi e nuovi assetti. Anche il presunto secondo killer dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia. Sua sorella, ad esempio, è sposata con Giuseppe Molluso, classe 1983, oggi ai domiciliari a Motta Visconti per un’inchiesta di droga nella quale viene citato (ma mai indagato) proprio Saverio Agresta. Nel 2011 così scriveva la squadra Mobile di Milano. “È possibile che Saverio Agresta gestisca con il genero il traffico di droga restando in posizione più defilata, data la sua notorietà, anche se occorre in ogni caso precisare che al momento non vi sono elementi indiziari di rilievo su di lui”. Elementi che resteranno tali. Agresta non sarà arrestato. L’interesse attorno alla sua figura resta attualmente molto forte.
Il bravo figlio fa “carriera”
“Dopo che sono stato arrestato – racconta Agresta – ho ricevuto molte doti. A colloquio con mio padre, lui si era complimentato e mi aveva detto che avrebbe fatto in modo di farmi avere tutto. Nel carcere di Torino ho ricevuto una serie di doti, prima quella di camorrista, poi mi hanno dato lo sgarro, poi la santa, poi il vangelo e infine le doti di trequartino quartino e padrino insieme (…). Il fatto che io abbia ricevuto doti così elevate era meritato non solo per il nome della mia famiglia, ma anche perché avevo commesso un omicidio”. In carcere McDonald fa carriera. “In galera si parla sempre di ‘ndrangheta, per noi uomini in carcere la ‘ndrangheta è la vita, il carcere è un luogo di formazione”. Ma ora tutto è finito. Ora è tempo di ricominciare. Agresta ci proverà e intanto da mesi sta riempiendo centinaia di pagine di verbali ancora tutti secretati. Molti, tra gli affiliati di Buccinasco e Volpiano, adesso temono uno tsunami mai visto prima.