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 2017  febbraio 19 Domenica calendario

Vietato parlare dell’inchiesta Consip: gli affari continuano

Il silenzio di media e politica intorno all’indagine sulle presunte tangenti per il maxi-appalto Consip da 2,7 miliardi ha conseguenze molto concrete: Luigi Marroni, l’amministratore delegato scelto da Matteo Renzi, resta al suo posto e continua a gestire la più grande centrale acquisti della Pubblica amministrazione italiana, che muove 40 miliardi ogni anno e sta per assegnare proprio l’appalto al centro dell’inchiesta che vede indagato, tra gli altri, Tiziano Renzi: il Facility Management 4, valore complessivo di 2,7 miliardi suddivisi in 18 lotti. Per tre di questi (valore di 609 milioni di euro) l’impresa che ha presentato l’offerta migliore è proprio quella dell’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, il sospetto corruttore, secondo l’impianto accusatorio della Procura di Napoli che a inizio anno ha mandato il fascicolo a quella di Roma.
Sono passati due mesi dal primo articolo di Marco Lillo sul Fatto Quotidiano che ha rivelato l’indagine sul comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette: secondo quanto ha detto l’ad Consip Marroni ai pm di Napoli, il generale avrebbe detto al presidente Consip Luigi Ferrara (lui e Marroni non sono indagati) di fare attenzione ai suoi rapporti con Romeo. Ferrara riferisce a Marroni che subito fa bonificare l’ufficio, vengono trovate le cimici messe dalla Procura di Napoli e l’inchiesta è compromessa. Marroni poi cita come fonti di informazioni sull’inchiesta anche il comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia e il ministro Luca Lotti, ora indagati per rivelazione di segreto istruttorio. Cita anche Filippo Vannoni, manager renziano a capo della società Publiacqua, che ai magistrati dice che pure Matteo Renzi era informato dell’indagine. Tutti negano, qualcuno sicuramente sta mentendo.
In due mesi da quelle prime informazioni si è saputo molto, un appunto raccolto dalla spazzatura dagli investigatori, combinato con le intercettazioni ambientali, ha portato i pm di Napoli Henry John Woodcock, Celeste Cattano ed Enrica Parascandolo a concludere che il “T.” a cui Romeo voleva far avere 30 mila euro al mese tramite un imprenditore amico della famiglia Renzi, Carlo Russo, fosse proprio Tiziano Renzi: i soldi non sono poi arrivati al padre dell’ex premier che è comunque indagato per traffico di influenze illecite.
L’unica conseguenza concreta di tutte queste rivelazioni, però, è stata finora lo spostamento di Marco Gasparri, il dirigente Consip accusato di corruzione negli appalti per Romeo: da Direttore Sourcing Servizi e Utility è stato spostato a direttore responsabile progetti speciali. Tutto qui. Per il resto, si procede con la normale amministrazione: l’azionista della Consip, il ministero del Tesoro guidato da Pier Carlo Padoan, non ha emesso un fiato. Nessuna richiesta di chiarimenti a Marroni e al presidente Ferrara, nessuna osservazione sulla loro gestione della vicenda, neanche un pensiero di mettere in discussione la loro poltrona: nominati nel 2015, hanno ancora davanti un anno pieno di mandato.
L’inchiesta ha lasciato indifferente anche la struttura di Consip: in teoria c’è un dettagliato apparato anti-corruzione e un severo codice etico ma non hanno prodotto alcuna conseguenza. Il nuovo piano triennale anti-corruzione è stato appena approvato, il 26 gennaio 2017 dal consiglio di amministrazione che è composto da tre persone soltanto: una dirigente del ministero dell’Economia, Marialaura Ferrigno, e poi dall’ad Marroni e dal presidente. Il nuovo codice specifica di voler prevenire la corruzione nel senso più ampio possibile: “Non solo l’intera gamma dei delitti contro la Pubblica amministrazione, ma anche le situazioni in cui – a prescindere dalla rilevanza penale – venga in evidenza un malfunzionamento dell’amministrazione/società a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite, ovvero l’inquinamento dell’azione amministrativa ab externo, sia che tale azione abbia successo sia nel caso in cui rimanga a livello di tentativo”. Tra i reati considerati critici vengono indicati il traffico di influenze illecito – per il quale è indagato Tiziano Renzi – e la corruzione tra privati. Ma chi deve decidere se la società sta rispettando il proprio codice anti-corruzione? C’è una responsabile anti-corruzione e trasparenza, Livia Panozzo, ma l’ultima parola spetta al Cda. Cioè a Marroni e Ferrara. Non arriverà quindi dall’interno della Consip un freno o una sospensione della gara che – a oggi – sembra destinata a consegnare quei 609 milioni al gruppo Romeo che – secondo le tesi dei pm – utilizza anche metodi non legittimi per trattare con soggetti pubblici.
Tra i concorrenti della Romeo Gestioni, da Manutencoop a Cofely a Consorzio Leonardo, c’è un delicato equilibrio: i lotti sono consistenti, tutti hanno ottenuto qualcosa e nessuno ha voglia di riportare l’orologio indietro di tre anni, quando nel 2014 è iniziata la procedura per aggiudicarsi l’appalto più grande d’Europa.
Nella sua relazione annuale, l’Anac (Autorità anti-corruzione) aveva denunciato che fare gare con lotti sempre più grandi rischiava di creare gli incentivi per comportamenti illeciti: in cinque anni l’aumento del valore medio di un lotto per tipologia di contratto è stato dell’85 per cento, per i servizi del 50,5 per cento. Ma l’avvertimento è caduto nel vuoto. Giovedì Tiziano Renzi sarà sentito dai pm di Roma. E chissà che le sue parole non smuovano qualcosa.