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 2017  febbraio 19 Domenica calendario

Sic transit gloria Renzi

Tre anni fa, il 21 febbraio 2014, Matteo Renzi varcava il portone del Quirinale con la lista dei ministri del suo primo e forse ultimo governo. Gli italiani, che avessero votato Pd o un altro partito, speravano in lui. Era giovane, brillante, dinamico, popolare e un po’ populista, alieno dalle polverose fumisterie ideologiche e politichesi del vecchio politburo pidino. Parlava come mangiava, non pareva avere scheletri nell’armadio e soprattutto nessuno poteva imputargli nemmeno un grammo di responsabilità dello sfascio a cui i governi precedenti avevano ridotto l’Italia. Per questo, due mesi prima, aveva stravinto le primarie contro Cuperlo. Per questo, un mese prima, gli era stato perdonato l’incontro al Nazareno col pregiudicato B.: Renzi aveva proposto a Grillo, con un’intervista al nostro giornale, di sedersi intorno a un tavolo per riformare la legge elettorale (c’era ancora l’Italicum) e la Costituzione (allora si parlava di abolire il Senato), ma Grillo l’aveva mandato a quel paese, ed era giusto provare a coinvolgere almeno l’altra metà dell’opposizione nella riscrittura delle regole. Per questo i più digerirono anche l’altra robusta forzatura: il benservito a Letta senza passare per le urne, in barba alle promesse contrarie e agli “Enricostaisereno”.
Pochi notarono (noi fummo tra questi) quel che accadde quella sera di tre anni fa, nelle tre ore di drammatico colloquio fra il giovane premier e l’anziano presidente Giorgio Napolitano: non solo la lista dei ministri con cui Renzi uscì dal Quirinale era diversa da quella con cui vi era entrato; ma anche il Renzi dopo la cura era una persona diversa dal Renzi prima della cura. Si seppe poi che Re Giorgio aveva eccepito sulla nomina della Boschi alle Riforme, un po’ per l’inesperienza dell’avvocatina di Laterina (Arezzo), un po’ per il suo forte legame personale con Matteo. Lui però aveva garantito per Maria Elena e l’aveva spuntata. Il che però lo pose in condizione di inferiorità sui dossier più delicati: l’Economia, dove Renzi puntava sul tecnico “apolitico” Guido Tabellini, rettore alla Bocconi, mentre Napolitano, molto sensibile alle sirene partitocratiche ed europee, impose un politico di scuola dalemiana, Pier Carlo Padoan, e la ebbe vinta; e la Giustizia, dove Renzi voleva il pm antimafia Nicola Gratteri per rivoluzionare la macchina inceppata dei processi, mentre Napolitano preferiva lo status quo e infatti calò la carta sbiadita del pupillo Andrea Orlando. Renzi voleva anche l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano al Mezzogiorno, ma Re Giorgio cassò anche quel nome.
Oltre all’handicap di essere un magistrato (cioè un appestato), Emiliano si era pure permesso di dissentire dall’appello del Colle per l’indulto e l’amnistia. Vade retro, Satana. E quella, con gli occhi di oggi, fu la sua fortuna: pur avendo appoggiato Renzi per poi staccarsene sul referendum delle trivelle, sulle norme pro-petrolieri e pro-Ilva, sulla “riforma” costituzionale, Michelone è stato uno dei pochi leader Pd a non sedersi al tavolo di Renzi o ad alzarsene digiuno (e Dio sa quanto gli sia costato). Infatti ora è il successore più credibile.
Tre anni fa i capatàz pidini erano troppo indaffarati a saltare sul carro del vincitore e i giornaloni e le tv troppo impegnati a erigere al nuovo padrone del vapore monumenti equestri di bava e saliva per notare o segnalare la metamorfosi che, in tre ore appena, aveva trasformato il Rottamatore in Restauratore dell’Ancien Régime, il Grande Innovatore nell’ultimo Gattopardo; per collegare il Patto con B. alle consegne che il regista neppure tanto occulto del Quirinale gli aveva passato, in cambio dell’avallo alla cacciata dell’adorato Letta; per capire o per scrivere che il Sire del Colle aveva imposto a Renzi, in cambio di Palazzo Chigi, di fare ciò che non era riuscito a Letta: le larghe intese Pd-centrodestra per sfasciare la Costituzione, che poi è il programma politico dei poteri forti nazionali e internazionali da quando esistono i 5Stelle. Un nuovo “arco (in)costituzionale” per tagliare fuori i barbari “populisti” e far governare l’Italia non da chi prende i voti, ma da chi decidono lorsignori nelle segrete stanze di Roma, Bruxelles e Francoforte. Renzi accettò e in quel preciso istante firmò la sua condanna a morte (politica). Tutto ciò che è accaduto dopo è l’inevitabile conseguenza di quella sciagurata genuflessione: patti con Alfano e Verdini, inciucioni con B., Buona Scuola, Italicum, controriforma Boschi, Jobs Act, abolizione dell’art. 18 e della tassa sulla prima casa, voucher, ponte sullo Stretto, regalini a Mediaset, sfascio della Rai renzizzata, leggi anti-magistrati e pro-evasori, bonus acchiappavoti, pappa-e-ciccia con banchieri, Confindustria, Jp Morgan, Marchionne, Confalonieri e Briatore. Anche perché Renzi una sua classe dirigente non l’ha mai avuta (vedi le facce patibolari e i quattro compari di strapaese che si porta appresso) e, per le cose serie di soldi e affari, ha preso a prestito quella vecchia. Ora siamo alla resa dei conti. Il Pd, devitalizzato senza più anima né identità, implode. E le indagini sul Giglio un tempo Magico e ora Tragico s’infittiscono, scoperchiando altarini che quasi nessuno voleva vedere. Renzi viene accoltellato da chi fino all’altroieri lo santificava. E, finalmente solo, si rivela per quello che non era, ma si è condannato con le sue mani a essere: non uno statista ma un quacquaracquà, non una risorsa ma una zavorra per sé e per gli altri. Quello che Anthony Trollope, ne Il Primo Ministro, descrive così: “L’uomo senza radici, senza passato, senza valori, incapace di un prolungato e serio impegno, l’uomo che porta con sé desolazione e rovina”. Una prece.