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 2017  febbraio 18 Sabato calendario

Daniele Luchetti: «Il Portaborse, la furia Psi e Moretti che voleva sembrare D’Alema»

Nanni Moretti arrivò in ritardo: “Gian Maria Volonté lesse il trattamento per primo e disse che faceva schifo. La Rai, perplessa dal copione, ritirò la propria partecipazione e i suoi soldi. Il denaro era poco e gli attori che interpellavamo, per una ragione o per l’altra, erano sempre fuori dalla nostra portata. Così abbassammo l’età del protagonista e ci guardammo intorno. Una mattina in ufficio dissi a Nanni: ‘Ma perché non lo interpreti tu?’ e lui – che era ancora lontano dall’essere uno splendido quarantenne e di anni ne aveva soltanto 37 – rifiutò: ‘Sono troppo bello, sono troppo giovane, sono troppo corretto, sono troppo di sinistra’”. Daniele Luchetti non mollò la presa, persuase Moretti e il 5 aprile 1991, a pochi mesi da Tangentopoli, ben prima che la casa bruciasse definitivamente, incendiò i cinema con il suo terzo film, Il Portaborse. Sette miliardi di incasso e una storia, quella di Cesare Botero, un giovane ministro dedito al lucro e al broglio nell’Italia della Prima Repubblica, che fotografava in presa diretta crepe e abissi all’epoca sottovalutati: “Non avevamo idea di quel che sarebbe accaduto di lì a poco, ma nel Paese di allora, mentre scrivevamo il copione, accadevano cose incredibili”.
Quali?
In quei mesi Gianni De Michelis propose di lanciare l’idea di un Expo veneziano con tanto di percorsi sottomarini. Una bizzarria che avrebbe distrutto la città. ‘Mettiamola nel film’ ci dicemmo, ma poi rinunciammo perché ci sembrava finta.
La realtà superava la fantasia?
Assolutamente. Così scegliemmo di raccontare cose tenui, molto più sfumate di fronte alla realtà, senza inseguire lo scandalo di una politica degradata che in una tv molto più aggressiva rispetto a quella di oggi, era sempre e comunque in primo piano. I parlamentari venivano inseguiti per strada, incalzati e messi di fronte alle loro responsabilità, ma davanti a certe immagini il rischio era quello dell’assuefazione.
Come ovviaste al pericolo?
Trovando una misura. Restituendo una distanza tra la cronaca e l’immaginazione. Aiutando a vedere le cose da un’altra prospettiva e raccontando una storia universale. Da un lato quella dell’uomo di potere e dall’altro quella dell’individuo onesto che a contatto con quel potere vacilla, sbanda e si corrompe.
Ne Il Portaborse quel ruolo è incarnato da Silvio Orlando, Luciano Sandulli, un professore idealista che ama i poeti e non ha una lira.
La sera in cui uscì il film nelle sale andammo a comprare il giornale in gruppo per leggere il tenore delle critiche. Aspettai fino a mezzanotte e mezza, non arrivò mezzo quotidiano e andai a dormire. Mezz’ora dopo mi telefonò Silvio Orlando: ‘Siamo rovinati! – ripeteva – siamo rovinati!’, ‘Che è successo?’ domandai.
Cos’era successo?
Barbara Palombelli, rapida, era andata a vedere il film con Giulio Di Donato e sulla prima pagina di Repubblica c’erano le parole dell’esponente socialista. Era arrabbiatissimo: ‘Il film è da buttare’, tuonava. Sembrava l’annuncio del nostro arresto imminente e invece la reazione della politica ci diede una mano.
Trainò il film?
Lo trainò in parte perché in realtà il film si trainò da solo. Sa perché? Perché era un buonissimo film. Problematico e divertente, leggero e non manicheo. Anche grazie a Bernini e Pasquini, gli autori del soggetto che si erano presentati alla Sacher Film con l’intenzione di mettere al centro del racconto un personaggio negativo. Un cattivo. Uno di quei cattivi che avevano fatto la fortuna della commedia all’italiana.
Moretti nel ruolo si dimostrò perfetto.
Perfettissimo, ma tremammo. A essere convinto della scelta di Nanni ero soprattutto io. Non c’erano dubbi soltanto su Moretti, ma anche sul titolo. Ci sembrava richiamasse troppo Il Vedovo, il titolo di un film di Risi con Alberto Sordi.
I dubbi su Moretti, come ci ha detto, vennero in parte risolti dalle esigenze di budget.
Alla scelta contribuì anche un elemento antropologico, fisiognomico, quasi lombrosiano. Nanni somigliava a Giovanni Goria, il più giovane premier italiano di sempre. C’era lui, c’era Martelli. Era credibile. ‘Guarda che potrebbe arrivare una classe politica di ragazzi – gli dicevamo per convincerlo – magari riusciamo a raccontarla in anticipo’.
Nonostante la differenza di età tra Moretti e il leader del Psi, tutti pensarono a Craxi.
Ma poi partì il Toto-Botero e ognuno vide chi preferì vedere. Nanni, ad esempio, non era per niente convinto di interpretare Craxi: ‘Oggi ho fatto il verso a D’Alema – mi diceva nelle pause – ma tanto non se ne accorgerà nessuno’.
Cesare Botero di Moretti sarebbe stato perfetto per impersonare anche un leader alla Renzi?
Anche Renzi, proprio come Botero, rottama. Quindi sì, qualche tratto in comune c’è. Ma il nostro personaggio immaginario ci poneva un problema diverso: per chiudere la storia avevamo bisogno di un colpo di scena che lo mettesse al centro del malaffare. Avevamo bisogno di un crimine. Lo inventammo.
È un finale amaro. Botero trucca le elezioni e Orlando scopre un vero e proprio sistema di brogli.
Oggi, con più esperienza, sceglierei qualcosa di più interno ai personaggi e di più ambiguo, di più deprecabile magari, ma non penalmente rilevante. Fu una soluzione un po’ conformista, ma dovevamo a tutti i costi trovare un peccato. Del resto anche in House of Cards, quando il cattivo deve esserlo fino in fondo, commette un crimine. Elimina il collaboratore o uccide Zoe Barnes, la giornalista che non sa stare al proprio posto, gettandola sotto la metropolitana. Si macchia per sempre.
Perché non esplicitare il nome del Psi?
Non certo per nasconderlo. Alcune decisioni – con gli sceneggiatori Rulli e Petraglia -. vennero prese per necessità, altre per furbizia narrativa. Nanni e Angelo Barbagallo, il suo socio alla Sacher Film, videro la possibilità di riaprire non solo un genere cinematografico, quello civile, impresa quasi impossibile perché gli anni 80 avevano completamente eclissato ragioni e fortuna del cinema politico, ma di descrivere in chiave tragicomica il malcostume corrente.
Di certo non era un film moralista. Moretti a tratti è brutale e maltratta i collaboratori: “Hai chiesto i curricula? – chiede a un sottoposto malmenandolo – Ma vai via, sparisci, non voglio più vedere questa faccia da frocio”.
La vera differenza con il cinema politico di qualche anno prima era nei personaggi. Non più monolitici, ma tutti bifronti, con una doppia faccia. Nanni era un uomo politico corrotto e aggressivo, ma era al tempo stesso molto affascinante. Silvio era un giovane uomo di talento, tendenzialmente di sinistra, ma sedotto dal lusso e dal potere.
Che clima c’era tra lei, Moretti e gli altri protagonisti dell’avventura?
Lavorammo con passione ed entusiasmo. Una volta stavamo scendendo le scale di casa di Nanni. Sulle pareti c’era un pulsante per accendere la luce. Cominciammo a correre come pazzi per le rampe gridando: ‘Se arriviamo in fondo e non si è spenta il film incasserà un miliardo’. La luce si affievolì proprio all’ultimo gradino. Spiccammo un salto: nessuno ancora oggi sa dire se avessimo fatto in tempo oppure no.
Il film fu distribuito in tutto il mondo.
Nel 1991 il film parlò soprattutto a chi era saturo di rabbia e indignazione, ma con il tempo continua a parlare a chi di questa storia non ricorda più niente.
Dall’arresto di Mario Chiesa sono passati 25 anni. Cos’è stata Tangentopoli?
Fu un cambio della guardia, un traumatico cambio della guardia tra Prima e Seconda Repubblica. Si buttò il bambino e anche l’acqua sporca. La tantissima spazzatura che esisteva e anche un po’ di buona politica. Poco dopo arrivò il berlusconismo ed è come se qualcuno avesse dissodato il territorio per fargli piantare il suo seme e permettendogli di attecchire.
C’è una stretta correlazione tra la caduta del vecchio sistema e l’arrivo di chi a quel sistema, anche nostalgicamente, guardava?
È una domanda che mi pongo. I reati andavano perseguiti e chi aveva sbagliato doveva essere indagato. Però la storia della connessione tra la caduta dei corrotti e l’arrivo del berlusconismo non è stata ancora raccontata. E c’è di più: temo che il socialismo abbia lasciato a bocca asciutta un Paese che aveva voglia di diventare più ricco ed essere de-ideologizzato. Senza più il nome ormai impronunciabile del Psi, senza il consociativismo, senza i vessilli dei partiti del 900 e senza le grandi chiese, Berlusconi era il sostituto ideale. Prometteva un Paese ricco e lo faceva in nome di un efficientismo fasullo senza neanche più l’alibi dell’ideologia. Una cosa va detta.
Quale?
Il Paese dopo Tangentopoli è peggiorato anche perché Tangentopoli ha lasciato in gestione un’eredità pesante. La gente aveva ancora voglia di credere nella ‘Locomotiva Italia’ e votò Berlusconi: ‘Se non svoltiamo – era il ragionamento – è solo per colpa della sinistra’.
Dopo il bel film sulla giovinezza di Papa Bergoglio, presto racconterà le disgrazie terrene di un signore che si credeva intoccabile.
Con il Papa avevo raccontato la formazione di un uomo potente. Nel prossimo film, che inizio a girare in questi giorni, con Marco Giallini ed Elio Germano, ho lavorato su un altro potente, un personaggio immaginario che viene punito per i suoi troppi intrallazzi e finisce a espiare i propri peccati in una comunità. Arriva e invece di redimersi, rovina anche gli altri e contribuisce a renderli dei veri e propri figli di puttana. Ma una cosa tengo a dirla.
Dica.
Non è in alcun modo un film su Berlusconi.