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 2017  febbraio 17 Venerdì calendario

Addio Kounellis, l’arte povera non è mai stata così povera

Dice che era un bell’uomo e veniva dal mare: “In fondo la mia vita è stata il lungo agitarsi tra le onde a volte quiete e a volte tempestose” aveva detto il greco Jannis Kounellis ad Antonio Gnoli in una bellissima intervista soltanto pochi mesi fa.
Jannis Kounellis ha trovato un approdo definitivo a un passo dagli 81 anni ieri sera a Roma, la stessa città in cui attraccò ventenne a metà degli Anni Cinquanta incontrando l’inverno più freddo del secolo, la neve poi raccontata da Mia Martini e molto calore all’Accademia delle Belle Arti nella figura fondamentale di Toti Scialoja al quale – e non solo perché gli aveva permesso di esporre in una lontana e primissima mostra personale – doveva molto: “Scialoja era un uomo sottile, arguto e malinconico. Non un pittore da cavalletto. I suoi quadri erano pura azione dentro uno spazi”. Ora diranno che come da definizione, se ne è andato il maestro dell’arte povera.
Ma cos’era l’arte povera se non la rappresentazione più esatta dell’ingegno ancestrale dei pionieri? Di chi non ha nulla eppure plasma il tutto? In Kounellis, che aveva appena trent’anni quando la Grecia cadde nelle mani dei Colonnelli e nelle città italiane risuonavano lugubri slogan tetri come manganelli: “Ankara / Atene / adesso Roma viene”, l’arte era anche politica. Perché era impossibile non dividere l’arte in chi anelava al cambiamento e chi desiderava che in fondo, liturgie incluse, tutto rimanesse così com’era. Per indole e convinzione e perché un tempo credere in qualcosa rivestiva un suo valore, Kounellis si gettò nella creazione senza risparmio. Vennero i lampi, le discese ardite e le risalite. Vennero i viaggio oltre Oceano per lasciare momentaneamente Roma e poi farvi ciclicamente ritorno: “La conobbi da ragazzo. Era una città che sopportava sfregi e ferite, con un fascino dettato dalla commistione tra cialtroneria creativa e ostinata resistenza al mutamento”.
Tra un’andata e un ritorno, arrivò anche la disillusione creativa. Kounellis, circondato da un conformismo che faceva la corsa al frigorifero, alla 600 e alla tv e modificava l’esistente esattamente come in altre forme e per altri versi provava a fare anche lui, si industriò a resistere, a cambiare, a evolvere. Lavorava e retrospettivamente, con coraggio, giudicava. La prima volta che vide un’opera di Pollock: “Era come se Mosè avesse improvvisamente ordinato alle acque di aprirsi, tanta fu la meraviglia”. La Pop Art, in cui non vedeva alcuna filiazione con Picasso, sempre a colloquio con Gnoli: “Una furbata. Quando alla fine del 1958 feci un viaggio a New York vidi a un tratto, come insegna sulla parete di un edificio, un grande manifesto in cui un uomo fumava tenendo un pacchetto di Camel in mano; lì compresi immediatamente cos’era la Pop Art: urbanizzazione del paesaggio e messaggio pubblicitario”, Hopper: “È un artista senza eroismo che a differenza di Pollock non si posizione nel solco dell’epicità”. Più in là delle parole affilate, Kounellis non cercava la sua Itaca nell’agone del quotidiano e non rimpiangeva il passato. C’era stato un tempo per essere giovani e ne era esistito un altro utile a cambiare pelle: “Non rimpiango nulla, certo. E poi cos’è questo passato? Quello che abbiamo amato o detestato? Quello che ci ha reso migliori o peggiori? Le occasioni colte o quelle mai sfiorate? I sì alla vita? I no alla vita? Che cosa è questa memoria selettiva che lascia fuori una marea di cose di cui non abbiamo la benché minima coscienza? La sola cosa che mi interessa è l’uomo nel suo oggi”.
Nell’oggi, pur ancorando la sua arte in una terra di mezzo tra preistoria e modernità estrema, Kounellis era stato fino all’ultimo giorno. Aveva una missione e non aveva mai derogato: “Un pittore lavora fino alla fine. Fare l’artista significa che non vai in pensione, che non hai vacanze, non hai domeniche. Non ci sono pause. Tutta la sua vita è racchiusa nel gesto del dipingere. Il suo non è un mestiere è un’illuminazione e la morte, anche la morte nella sua suprema incontrovertibilità, vi appartiene”.