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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

Quel primo gol troppo bello per essere vero. Intervista a Federico Macheda

A distanza di 6 anni – tanti ne sono passati dal primo incontro, a Genova, sponda Samp, dove era in prestito dal Manchester United; sì, avete letto bene – Federico Macheda conserva la non comune qualità di parlare guardando negli occhi l’interlocutore. All’epoca lo faceva con la spavalderia di chi sente di avere il mondo (calcistico) nelle mani, convinto che il riuscire a tenerlo definitivamente in pugno sia solo questione di tempo. Oggi che quel tempo non è mai arrivato, l’attaccante romano, ripartito a dicembre dal Novara in B dopo essere scomparso dai radar, risponde a testa alta perché rifiuta di credere ciò che la sua progressiva eclissi professionale indurrebbe a far pensare: che a 25 anni il meglio sia già passato. Che insomma Macheda sia semplicemente uno dei tanti talenti inespressi del pallone.
Dov’eravamo rimasti, Federico?
«Eh, dov’eravamo rimasti... Alla Sampdoria, nel 2011. Ho fatto 6 mesi e sono tornato in Inghilterra, al Manchester che mi aveva preso dalla Lazio nel 2007 quando avevo 16 anni. E in Inghilterra ho continuato la carriera».
Che non è stata come si aspettava...
«No, non proprio. Ho avuto tanti problemi felici: mi sono operato prima a una caviglia e poi alla schiena, mi sono strappato... Non sono mai riuscito a fare una stagione intera restando sano. Questo la gente non lo sa e parla per parlare. Ma è giusto; i tifosi giudicano per quello che vedono. In questi anni ho giocato poco per colpa degli infortuni, non perché fossi scarso».
Il 5 aprile 2009 esordisce in Premier entrando al posto di Nani a mezz’ora dalla fine contro l’Aston Villa. Nei minuti di recupero controlla la palla con uno stop di tacco a seguire, si gira su se stesso e la infila nel “sette” con un tiro a giro, per il 3-2 decisivo. Quante volte ha rivisto quel gol?
«Mi feci dare il dvd della partita e passai la notte a rivedere quell’azione».
A fine partita Ryan Giggs, mica uno qualunque, abbracciandola le disse qualcosa all’orecchio.
«Stavamo infilando il sottopassaggio verso gli spogliatoi e i tifosi si sbracciavano per salutarmi. “Tutta questa gente è qui per te”, mi disse. Sorrisi senza rispondere. Non capivo più niente, cercavo solo con gli occhi i miei genitori e mio fratello in tribuna».
Su YouTube da allora circola un video dal titolo: Macheda, the new Cristiano Ronaldo.
«Pensi che io e Cristiano eravamo sempre seduti vicini sul pullman della squadra. Parlavamo di donne».
È rimasto in contatto con qualcuno dello United?
«Sì: con Rio Ferdinand, all’epoca il mio punto di riferimento dentro e fuori dal campo. Welbeck. De Gea».
E Sir Alex Ferguson, che l’ha allenata?
«L’ho sentito al telefono non molto tempo fa, quando ancora stavo al Cardiff. Era mattina, dormivo. Mi arriva una chiamata da un numero sconosciuto, rispondo insonnolito e un po’ nervoso perché venivo da un anno quasi sempre fuori per i problemi alla schiena e perché avevo rotto col club, in crisi finanziaria. Mi disse di stare tranquillo e non mollare, che mi avrebbe aiutato a cercare una squadra... Non è da tutti essere chiamati da un allenatore che ha fatto la storia del calcio».
Che cosa è rimasto del ragazzo che andò in Inghilterra da adolescente?
«Ben poco. Il carattere è lo stesso, espansivo e giocherellone anche se dentro qualcosa mi rode, ma ora vedo le cose in maniera più serena, con più realismo. Prima mi buttavo giù facilmente, adesso mi sforzo di far andare bene le cose anche quando girano nel verso sbagliato. Martina, la mia compagna, mi ha messo in riga. E dieci giorni fa è nato Lorenzo: voglio che sia orgoglioso di suo padre».
Sinceramente: ci crede ancora?
«Ci credo ancora, se no non sarei venuto qui ma sarei andato in India, in Cina, a Dubai, dove avrei guadagnato mille volte di più. E di offerte ne avevo. Ma ho iniziato troppo bene la carriera per fare questa fine. Voglio far ricredere tante persone. Mi sento un giocatore importante e per questo al Novara ho preso il “10”. È il numero giusto per uno come me».
Qualcuno dei compagni all’inizio si è mostrato diffidente, credendo che volesse fare il fenomeno?
«Forse qualcuno l’ha pensato, ma io sono entrato in punta di piedi. Non ho mai fatto pesare il mio passato al Manchester. E oggi credo che tutti mi vogliano bene».
Ripensando allo United, sono maggiori i rimpianti o i ricordi belli?
«Ho tanti bei ricordi, soprattutto perché io so come sono andate davvero le cose».
E come sono andate davvero?
«All’inizio neanche volevo andarci, in Inghilterra. Ero troppo piccolo. Non volevo lasciare la famiglia. Il mio sogno era giocare in A. Loro mi videro per la prima volta un giorno che mi allenavo da solo, nelle giovanili della Lazio. Ero stato messo fuori rosa dai Giovanissimi Nazionali perché io, laziale sfegatato, avevo deciso di passare alla Roma. Pensa te. Dal vivaio della Roma uscivano tanti giocatori forti, così mi ero convinto al grande passo. Insomma, quel giorno ero lì a tirare in porta da solo e c’è uno che guarda. Scoprii dopo che era un gallese che vive in Italia e faceva l’osservatore per il Manchester. Alla fine, mi dicono che questo signore vuole parlare con mio padre. Andò avanti per un po’: il gallese insisteva, io rispondevo no. Finché il Manchester venne a giocare a Roma e Ferguson in persona invitò i miei in albergo, dove gli fece trovare una maglietta dello United col mio nome e il 9 stampati sopra. E lì decisi: era una corte troppo serrata. Ma dissi a papà e mamma: vado solo se venite anche voi».
È vero che il Manchester la convinse anche offrendo un lavoro a suo padre?
«Balle. Il lavoro, lui e mia madre, se lo sono trovati da soli: papà marmista, lei nella cucina di un ristorante. Non ho detto sì agli inglesi perché mi ricoprivano di soldi: il primo anno avrei guadagnato di più restando nelle giovanili della Lazio. Tanto è vero che i miei si sono dati da fare».
Dopo l’esordio sfavillante, cosa successe?
«Avevo davanti gente come Rooney, Tevez, Owen, Berbatov... Ero la quinta punta, avevo 19 anni e avevo bisogno di giocare. Ferguson mi consigliava di restare in Premier perché mi avrebbe seguito da vicino, io scelsi l’Italia per giocare nel nostro campionato e la Samp perché avrei giocato con Pazzini. Inizio bene: gol in Coppa Italia, titolare contro Juve, Napoli e Milan. Poi a gennaio vendono Pazzini all’Inter e cambia tutto: non potevo io, alla mia età, prendere la responsabilità dell’attacco. Finì che retrocedemmo».
Dopo, nell’ordine: QPR, Stoccarda, Doncaster, Birmingham, Cardiff, Nottingham.
«Con i prestiti di 6 mesi ho sempre fatto fatica. Poi, al QPR mi sono operato alla caviglia, lo Stoccarda giocava con una punta sola e avevo davanti Ibisevic. Sono andato nella B inglese, al Doncaster, pur di giocare: 3 gol in 2 partite, alla quinta mi stiro al flessore e resto fuori 2 mesi. A gennaio 2014 vado al Birmingham e segno 13 gol senza neanche il posto fisso. Ero in scadenza col Manchester: loro erano disposti a prolungarmi il contratto, ma io non volevo saperne di fare la riserva. Sarei rimasto al Birmingham, ma era sull’orlo del fallimento. Mi chiama Solskjaer, ex attaccante dello United che mi aveva allenato nella seconda squadra del club e che adesso era sulla panchina del Cardiff: vado. Lo esonerano dopo 3 partite. Col nuovo, Slade, se segno gioco, se no mi lascia fuori. Poi mi si blocca la schiena e finisco la stagione. L’anno scorso ho perso i primi 5 mesi per l’intervento alla schiena. Al rientro il Cardiff mi presta al Nottingham: arrivo il venerdì e il sabato mandano via l’allenatore. Sono in prestito secco, al mio posto preferiscono far giocare i giovani che arrivano dal vivaio. A giugno scade il mio contratto col Cardiff, resto a spasso per un po’, alla fine chiama il Novara».
Che cosa rimprovera a sé e agli altri?
«Agli altri nulla. A me, di non averci creduto di più quando era il momento. Ai tempi di Manchester ero un introverso, che lasciava andare troppo. Non mi sono sbattuto abbastanza. Ma rifarei tutte le scelte. È facile, pentirsi dopo».
Chiuda gli occhi ed esprima un solo desiderio.
«Tornare alla Lazio. Ma ho paura che Lotito non mi voglia più».