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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

Ho una poesia da scrivere sulla neve. Intervista a Sofia Goggia

«Ma perché non lasci stare lo sci e ti fai la bella università?», dice imitando la mamma, professoressa di lettere. «Perché devi fare anche discesa e superG se vai forte in gigante?», stavolta è nei panni del papà, ingegnere appassionato di pittura. Poi torna in lei: «Mi hanno chiamata Sofia pensando alla sapienza. E invece... Mia mamma si perderebbe nei libri di latino e di Dostoevskij. Mio papà va al bar, nota un ragazzo a un tavolo e ne fa il ritratto sul suo taccuino dimenticandosi di ordinare il caffè. Mio fratello, ingegnere meccanico, vive nel suo mondo di numeri». È lontana anni luce dal prototipo di quelle che sfornano i grandi protagonisti dello sport la famiglia di Sofia Goggia, la miglior azzurra del momento con già sette podi all’attivo dall’inizio della stagione di Coppa del mondo. Non sono nemmeno montanari ma cittadini di Bergamo. Di Bergamo Alta, per l’esattezza. Questo, forse, spiega anche il risvolto fantozziano dei suoi esordi. Di solito gli atleti più forti si mettono in luce subito per i risultati eccezionali. Lei, invece, è volata giù dalla seggiovia. «Non sono caduta ma rimasta appesa al poggiapiedi», si difende ridendo. «Ero a Foppolo, vicino a Bergamo, e avrò avuto sei anni. Volevo dimostrare al mio maestro che ero brava ad andare da sola su quella seggiovia a quattro posti. Solo che mi sono trovata ultima della fila con tre adulti. Quando si sono seduti, con il loro peso hanno fatto inclinare la seggiovia che per me era diventata troppo alta. Ho provato a salire lo stesso ma quando hanno abbassato la sbarra sono scivolata rimanendo appesa al poggiapiedi. Mi hanno tirata giù con la scala».
Cose che capitano ai cittadini.
«Ho lo spirito montanaro, con una vena letteraria. Adesso mi piace tanto rileggere i classici, vado matta per la letteratura romantica inglese di fine Ottocento. Autori come Thomas Hardy e John Keats sono una cosa incredibile. Quando sono stata a Roma nel 2011, sono andata subito sulla tomba di Keats a leggergli una sua poesia che amavo dai tempi del liceo».
Dopo quattro operazioni al ginocchio in sei anni, non conveniva prendere una bella laurea? Sua mamma le ha chiesto più volte di smettere.
«A livello mentale, lei ha sofferto ancora più di me. Mi guardava negli occhi con lo sguardo sconsolato e mi domandava: “Ma è questo che vuoi Sofia?” Le ho sempre risposto: “Meglio uno spazzino felice che un avvocato frustrato”».
Però di felicità ne arrivava poca.
«Tornando da Lake Louise nel 2013 col ginocchio a pezzi ero certa di aver perso me stessa. Mi sono trovata d’un tratto senza quelle certezze che mi avevano accompagnato per 20 anni. Avevo lavorato tutti i giorni per perseguire un obiettivo e mi domandavo se quell’obiettivo fosse ancora il mio. Avevo sempre ostentato una sicurezza invidiabile e, nel momento in cui è mancata, ho pensato di impazzire. A un certo punto ho detto a tutti: “Io smetto”. Di quel fuoco che aveva sprigionato per vent’anni una potenza di fiamma pazzesca erano rimasti solo dei ceppi di legno con qualche scintilla. Ma proprio quando pensavo che si fosse spento del tutto, è ripartita una piccola fiammella che poi è andata alimentandosi».
Illuminando per la prima volta il podio dopo anni di buio.
«Dopo il primo podio a Killington mi è venuto un po’ tutto facile. Ottenere il risultato ti fa dire: “Ci sono”».
Alimenta con lo stesso fuoco la sua passione per la fotografia?
«Adesso meno perché viaggio con talmente tanti bagagli che non potrei mettere dentro anche Reflex, obiettivi, treppiedi. Però adoro immortalare i paesaggi: l’indefinito nel definito. A casa ho una stampa di una mia foto gigante che raffigura raggi di luce sugli alberi a Lake Louise».
Martedì ci sarà il gigante a Pian de Corones. Ci faccia una foto della gara.
(ridendo) «Una foto erta... (“Erta”, cioè ripida, è il nome della pista; ndr). Vorrei vedere un’Italia con dieci ragazze contente e felici della propria prestazione. Spero proprio che l’Italia sia grande profeta in patria».
Come sarà invece la foto di Cortina, dove gareggerete nel weekend?
«Io che vinco! Mi piacerebbe un sacco riuscirci a Cortina, perché sarebbe un contesto bellissimo. Lo schuss delle Tofane è una roba pazzesca. Verranno tante persone a vedermi. È un’utopia neanche troppo irrealizzabile».
Si faccia un selfie: che espressione sceglie?
«Premetto che non sono una fan dei selfie, però metterei il mio ghigno un po’ storto. Arriccio sempre il lato destro della bocca».
La definiscono già un “personaggio”. La rende già unica essere la sola nella storia dello sci femminile azzurro a salire sul podio in quattro discipline (gigante, superG, discesa e combinata)?
«Secondo me no. Con un lavoro maggiore potrei farne cinque. La Maze ci è riuscita! Perché non provarci? E poi Compagnoni e Kostner, che hanno fatto podio in tre discipline, non avevano la combinata».
Quanto è aumentata l’attenzione mediatica nei suoi confronti?
«Il telefono squilla di più, i giornalisti mi cercano. C’è maggiore interesse di sicuro. Contratti importanti ancora non sono arrivati. Ma anche se vincessi alla lotteria, continuerei a fare la stessa cosa, e la farei anche gratis tanta è la passione».
Ha dichiarato: “Voglio essere un Mefistofele tra la Gut e la Shiffrin”. È un personaggio diabolico?
«Mefistofele è il termine con cui l’economista francese Pierre-Joseph Proudhon ha definito Garibaldi e Mazzini per l’unificazione dell’Italia. Quando mi arrabbio con qualcuno posso essere veramente un diavolo ma questa volta l’ho usato perché, visto che la Coppa si giocherà tra Lara Gut e Mikaela Shiffrin e io sto facendo parecchi podi, posso togliere punti a una o all’altra. Trattatemi bene ragazze, che avrò un ruolo fondamentale!».
Per vincere bisogna essere cattivi?
«Cattiveria non lo so, ci vuole tanta fame. E la fame è una mia caratteristica: se mi mettessi ora qui davanti un hamburger, lo sbranerei».
Però è cattiva quando qualcuno chiama sul telefono fisso di casa. Perché?
«È una roba pazzesca quanto mi sta sulle palle il telefono fisso. Lo abolirei, possibile che nel 2016 ci sia ancora chi lo usa? Anche se il telefono è accanto a me, non rispondo. Lo so, è da psicopatica».
Il più grande personaggio femminile dello sport?
«Da sciatrice so che la Vonn è quella che ha vinto di più, ma nessuna mi ha emozionato come la Maze. In lei ho visto quello che avrei sempre voluto essere. Una macchina di obiettività, lavoro, dedizione. Quando arriva la Maze capisci che è arrivata la Maze, non la Goggia. C’era terrorismo psicologico solo a vederla».
Ormai si parla tanto di Bergamo. Anche l’Atalanta va benissimo.
«Non seguo niente di calcio, l’ho sentito dire. Ma sta facendo sfracelli? Io ho solo sentito alla radio che la Juve è prima».
Tra l’altro l’allenatore dell’Atalanta, Gasperini, è appassionato di sci.
«Allora organizziamo un incontro e facciamo uno scambio maglia-pettorale».
Mangiona, disordinata e lontana dalla moda. Bisogna darsi una “sgrezzata” per essere un personaggio?
«Quando serve, mi infighisco anch’io. Ma a me piace apparire come la persona semplice che sono».
Da circa due mesi dichiara di avere una “mezza relazione” con un ragazzo di Milano. Quanto ci vuole per capire se è intera o mezza?
«In realtà è una relazione vera ma agli inizi e ci vediamo poco perché sono sempre in giro. Quando ci siamo conosciuti pensava che fossi solo un’appassionata di sci. Non ha proprio nulla a che fare con lo sport: viene dal mondo della moda! Siamo su due pianeti opposti. Per dirti, non sa chi sia la Vonn! Però ci capiamo molto, ci sono feeling ed empatia. Quando ci vediamo gli chiedo scherzando: “Ti piace il mio outfit?”. E lui risponde: “Ncs: non ci siamo. Però mi piaci perché sei così come appari”».
Le piace andare a caccia perché, parole sue, non vuole essere una “fighettina di città”.
«Io odio le fighettine del centro. Quando avevo 15 anni, al posto delle vespine da ragazza, presi una moto da cross col casco integrale per bruciarle al semaforo. Sono andata a caccia con papà qualche volta per condividere la sua passione, cercavamo camosci e caprioli. Ma non ne abbiamo mai preso uno».
Però studiare scienze politiche all’università è un po’ da fighettina di città.
«Dici? Però mi piace perché ti dà contenuti e ti permette di essere un’atleta capace di parlare di qualcos’altro e non una che non sa fare altro che allacciarsi gli scarponi. Una volta ho detto “scelta culinaria” al posto della parola “cibo”. Mi hanno guardata come a dire “fly down”. Spero di diventare un “personaggio” non perché faccio le cavolate ma perché so ragionare».
Un gesto da personaggio che sarebbe disposta a fare per la prima vittoria?
«Una volta promisi che sarei salita sul podio con i tacchi... Ma tanto so che non lo farei mai».