il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2017
Il presidente con i grillini: lo strano fronte di Bucarest
Curuptia ucide. Non si conosce né data né quesito del referendum anti-corruzione proposto dal presidente Klaus Iohannis e approvato all’unanimità con 310 voti favorevoli al Parlamento, ma è certo che ai rumeni verrà presto chiesto cosa pensano della legge d’emergenza 13, quella che ha trascinato decine di migliaia di persone stanche delle tangenti nelle gelate strade di Bucarest. Con la manovra proposta dai socialdemocratici del Psd sarebbero stati archiviati 2151 casi di corruzione di esponenti politici, 5 ministri, 3 senatori, 97 deputati, indagati dall’ultima istituzione in cui la piazza sembra credere, il Dna, Directia Nationala Anticoruptie. Sarebbero stati messi a rischio i 30 miliardi di fondi strutturali per l’integrazione promessi dall’Ue. “Si sarebbe deciso il futuro del Paese di nuovo di notte”.
Noaptea ca hotii, i ladri arrivano di notte, urla Piata Victorei contro la sua classe dirigente. Di notte arrivano anche quelli che di mattina studiano e lavorano, la notte è quando la storia della Romania cambia: “La maggior parte dei nostri politici sono di quelli diventati ricchi in una notte, col crollo del sistema comunista. Erano legati al sistema della Securitate, si sono ripuliti col business. Ma questo non è più il posto dove andavi a dormire in un paese e nello stesso letto, la mattina dopo, ti svegliavi in un altro”.
Il Psd del premier Grindenau resiste con una maggioranza stabile all’interno del palazzo, in coalizione con l’Alde, alleanza liberale democratica, ma un pedone ha già abbandonato la scacchiera della maggioranza: Florin Iordache, ministro della Giustizia autore della proposta che derubricava al codice civile i reati di corruzione inferiori a 44mila euro. Un nome fa più eco degli altri, contro cui si agitano anime e bandiere: quello di Liviu Dragnea, due condanne per abuso d’ufficio, 55 anni e molti più tentacoli del potere, che “arrivano ovunque, raggiungono chiunque”.
“Questo di Grindenau è il governo pupazzo di Dragnea, è lui il vero premier. Non vogliamo contestare le elezioni, noi chiediamo solo che i ladri facciano un passo indietro”. George, Cristina e Cesar hanno tre anni in più della loro democrazia 27enne, sei occhi azzurri, tre lauree in ingegneria informatica. Ogni sera, ogni giorno dal primo giorno, quando finisce il turno nella multinazionale dove lavorano, legano le bandiere agli zaini. Quando le vuvusela cominciano a suonare, come corni di richiamo alla battaglia dell’anticorruzione, arrivano assieme a migliaia. “Qualsiasi partito avesse proposto questa legge, sarei stata qui”, dice Cristina. “Qui ci sono anche gli elettori delusi del Psd; dicono che siamo del partito del presidente, che c’è lui dietro di noi o sopra di noi, a guidarci, che siamo suoi puppet. Non è vero – continua George – tutti qui abbiamo votato Klaus solo alle presidenziali nel 2014, ma per l’Usr lo scorso dicembre”.
Usr è acronimo di uno slogan, Uniti salvam Romania e di un partito, Uniunea Salvati Romania. Né Nicusor Dan, a capo del partito né altri leader dell’Usr, però sono apparsi formalmente tra bandiere e transenne. “Sono giovani e fanno tanti errori, non sono degli esperti, ma sono le new people di cui abbiamo bisogno” dice Marius, che, come la maggior parte di chi è qui, fa parte del 10% degli elettori che li ha resi la terza forza politica del paese appena 6 mesi dopo la fondazione del partito. “Sono cittadini che non hanno mai fatto politica e vogliono salvarla dai politici”.
Non si tratta solo di soldi, ma di vite: curuptia ucide. Si chiama così il gruppo Facebook dove si organizza piazza Victorei, ribattezzato per ricordare la tragedia delle fiamme e della morte al Club Colectiv. L’incendio divampò nella discoteca costruita senza requisiti di sicurezza minima, a suon di tangenti, un solo estintore, una sola uscita, dove suonava il rock dei Goodbye to Gravity. Nella Romania di quell’ottobre 2015 il governo Psd di Victor Ponta fu costretto, per 64 morti e 100 feriti, a dimettersi. Due anni dopo, al suono della stessa frase, rischia di farlo ancora.