il Fatto Quotidiano, 16 febbraio 2017
Guido Catalano: «Ogni volta che mi baci muore un nazista». E i teatri si riempiono
Guido Catalano, per anni, è arrivato ai suoi reading con un trolley pieno di libri. Nel corso degli spettacoli informava il pubblico che avrebbe potuto gentilmente alleggerirgli il carico del rientro comprando i suoi volumi. Guido Catalano, ora, riempie i teatri. In contemporanea con l’uscita della nuova raccolta di poesie intitolata Ogni volta che mi baci muore un nazista (Rizzoli), ha iniziato un tour che sta macinando sold out. La prima tappa a Torino, al Teatro Colosseo: “C’erano 1500 persone, il mio record mondiale”. Per le date nelle città più grosse, di questo giro che lo vedrà impegnato ancora a lungo, sono previsti ospiti, prevalentemente musicali. Così lui, uno dei tanti col sogno da rockstar chiuso in un cassetto (dopo averlo sgualcito con signori tentativi, come raccontò sulle pagine de Il Fatto l’anno scorso), adesso i luoghi della musica (vedi Alcatraz di Milano, Locomotiv di Bologna e l’Auditorium a Roma), li riempie con la poesia.
Sottotitolo: “144 poesie bellissime”.
Devo ancora contarle. A un certo punto lo erano davvero, 144. Poi sono diventate di più, ma mi piaceva il numero.
Sembra che nei 14 ritratti di donne si sia fatto ispirare più dalla prosa, è possibile?
Non ci ho pensato. Stilisticamente è probabile che sia così, le ho scritte tutte in un breve periodo estivo, prolifico. Ero a Torino, mi annoiavo e poi ho avuto un’ispirazione potente a livello amoroso.
Attenzione.
Io l’estate la subisco spesso. Ho avuto un periodo di turbamenti che si sono risolti bene. Sono utili per i poeti.
Tocca stare sempre all’erta? Che fatica.
Il nemico è la fase mediale, cioè non essere scosso nelle emozioni forti, nel bene e nel male. Io scrivo molto quando sono felice o triste. Ho avuto dei turbamenti amorosi di nono livello.
Interessante.
È importante il livello, chi legge capirà. All’11 muori, al nono non dormi, diventi inappetente.
In effetti, è dimagrito.
Ho perso 16 chili, ma anche perché stavo diventando ciccione.
Nelle sue poesie ci sono i Modà (non proprio osannati), ma anche Battisti e il Major Tom di Bowie: questa storia della musica ritorna.
Se i Modà non li conosco, Mogol e Battisti rappresentano molto, anche da un punto di vista d’ispirazione. In questo libro ci sono Guccini, Graziani, Rolling Stones. Quasi sempre sono degli omaggi. Per me la canzone italiana è importante. Per scrivere mi ispiro probabilmente più alla canzone che alla poesia.
Sul palco con lei ci sono stati molti musicisti: chi le piace?
Dente scrive benissimo. Mi piace moltissimo Brunori, ma anche Levante, che dal vivo è spaziale. Rimango molto legato anche ai cantautori classici. De Gregori e il primo Vasco Rossi che per me era un genio totale.
Diciamolo: lo farebbe il giudice a X Factor?
Magari! Speriamo di arrivarci.
Quando scrive non ha mai parole gentili per se stesso, tipo “maleducato sentimentale” e “tappo”.
È la sincerità del poeta.
E paga?
Essere sinceri con se stessi per poi tentare di superare i propri limiti, tantissimo. Non nasciamo imparati. Con l’autoironia peraltro ti rendi meno attaccabile. Uno non ti può dire “sei un tappo” se lo hai già detto tu.
“In questo libro ci sono poesie che, se le usi con dovizia, tipo dedicandole alla donna dei tuoi sogni, poi lei si innamora di te. Un po’ anche di me, ma fregatene”. Sempre molte donne tra i suoi lettori, eh?
Se parliamo di statistiche, ne ho la certezza, lo vedo dai dati social (circa l’80% sono donne), anche se ai live vedo un sempre maggior numero di uomini. Tornando alla prefazione, mi piace che le poesie possano essere utilizzate in maniera pratica: per corteggiare, o quelle tristi, per lasciarsi.
Quali vanno per la maggiore?
Di questo libro Ci lasciavamo ogni quarto d’ora, una poesia d’amore felice, poi ci sono poesie storiche, come Teniamoci stretti che c’è vento forte: so che è stata letta più volte durante i matrimoni.
Dopo D’amore si muore, ma io no, il primo romanzo, ha iniziato il secondo?
Assolutamente no, anche se avrei dovuto farlo almeno da quattro, cinque mesi. Mi ci devo mettere, credo che lo farò in primavera.
Tocca sperare in nuovi turbamenti, allora.
Ci vuole un tipo di concentrazione diverso. La serenità va bene per il romanzo, il turbamento per la poesia.