la Repubblica, 16 febbraio 2017
Tutte le donne di Kim, il complotto di spie ora spaventa la Cina
PECHINO Le donne che aveva inseguito e esibito per tutta la vita, mostrandosi sempre circondato di bellezze alla moda negli aeroporti che erano ormai diventati la sua casa volante, hanno segnato anche la morte di Kim Jong-nam, il fratellastro del dittatore della Corea del Nord assassinato lunedì mentre faceva l’ultimo check-in per Macao a Kuala Lumpur, mostrando un documento con il nome di copertura di Kim Chol. Atroce ironia della cronaca: l’unica ragazza che la polizia malese è finora riuscita ad arrestare sfoggia nelle immagini delle telecamere a circuito chiuso una magliettina con la scritta LOL, l’acronimo inglese che sta per “Lots of Laughts”, “che risate”. C’è pochissimo invece da ridere in questa storia che ha tutti i contorni delle spy story da Guerra Fredda.
Le voci ieri si sono accavallate fino alla fine: le due donne che l’hanno avvelenato sono state uccise, no sono ancora in fuga, e invece no una è stata arrestata. Il suo nome è Doan Thi Huong e per il suo passaporto è una cittadina del Vietnam, dov’è nata nel maggio del 1988 a Nam Dinn. Ma il documento potrebbe essere falso e le intelligence Usa e sudcoreana continuano a parlare di «spie nordocoreane».
Noor Rashid, il vice ispettore generale, dice che la polizia di Kuala Lumpur è adesso a caccia di «pochi altri sospetti, tutti stranieri». Il giornale Oriental Daily parla di cinque persone: una donna, probabilmente l’altra dell’attacco, e quattro uomini, che avrebbero seguito l’azione assassina da un ristorante vicino. I malesi si ritrovano a dover contenere anche la rabbia dei nordcoreani, che prima hanno cercato di fermare l’autopsia, che non ha ancora dato esito, e adesso vogliono riavere indietro il colpo di Kim. E pensare che erano 16 anni che non metteva piede nel regno del terrore: prima esiliato dal padre Kim Jong-il, dopo la figuraccia dell’arresto in Giappone mentre tentava di andare a Disneyland, poi minacciato dal fratellino, che aveva dato ordine di ucciderlo. Sulla testa dell’erede mancato, nato dalla relazione extramatrimoniale di Kim Jong-il con una diva sudcoreana, la condanna a morte pendeva da tempo. Già nel 2012 era sfuggito a un attentato e ieri è spuntata una lettera in cui si appellava all’onnipotente fratello: «Per favore ritira l’ordine di punire me e la mia famiglia. Non abbiamo nessun posto dove nasconderci. L’unico modo di fuggire è scegliere il suicidio».
Non è arrivato a questo, il povero Kim: ha cercato anzi di attaccarsi alla vita fino alla fine, racconta l’investigatore Fadzil Ahmat al giornale malese The Star. «Si è avvicinato barcollando al bancone delle partenze, diceva che qualcuno gli aveva spruzzato in faccia un liquido. L’hanno portato alla clinica dell’aeroporto, continuava a dire di avere male alla testa, sembrava sul punto di svenire». Poi l’attacco cardiaco, e la corsa inutile all’ospedale.
Il terrore di essere assassinato l’ha inseguito nel giro dell’Asia compiuto dopo l’esilio del 2001: Malesia, Singapore, Macao, Pechino, con un paio di puntate fino a Parigi, dove nel 2008 si segnala una misteriosissima visita in una clinica. La condanna a morte non gli ha impedito però di fare la balla vita, tra donne e casinò, a Macao, dove ha pendolato fino all’ultimo, cercando magari di evitare il grand hotel da dove era stato cacciato per un conto non pagato da 15mila dollari. L’ex colonia portoghese oggi è territorio cinese e c’è chi sostiene che Pechino vedesse in Kim la carta di riserva per il cambio di regime a Pyongyang: il fratellastro, dopo avergli augurato tutto il bene al suo insediamento, era arrivato a chiamare Kim Jong-un un dittatore di “facciata”, e aveva invocato aperture al mercato di tipo appunto cinese. Il ministero degli Esteri ieri si è limitato a dire che la Cina segue con attenzione il caso. Ma è chiaro che l’assassinio è un colpo anche al suo prestigio: il regime è stato bene attento a non colpire sul territorio del Dragone, ma tra il lancio del missile di domenica e questo incredibile delitto di famiglia i cinesi appaiono al mondo sempre meno capaci di tenere sotto controllo il vicino impazzito. Prossima mossa? La notizia dell’assassinio ovviamente è taciuta a Pyongyang, dove in questi giorni il festival di pattinaggio sul ghiaccio apre i festeggiamenti per l’anniversario della nascita di KIm Jong-il, 16 febbraio. Ma il clima che si respira non è per niente da festa. «Da quando Thae Yong Ho, l’ex vice dell’ambasciata a Londra, è scappato al Sud, Kim teme che l’elite coreana si stia ribellando sempre più», dice alla Reuters Koh Yu-hwan, l’esperto della Dongguk University di Seul. È da allora che è cominciata la purga che ha già travolto nel 2013 suo zio Jang Song Thaek, considerata la persona più potente del regime nonché molto vicina proprio a Kim Jong-nam. Eppure, giura Lee Byung-ho, il capo dell’intelligence sudcoreana, il fratellastro «non è stato fatto fuori perché era di per sé una minaccia al potere»: l’assassinio «riflette piuttosto la paranoia di Kim Jong-un». E la paranoia, si sa, non si cura con le sanzioni dell’Onu né con gli scudi antimissile: comunque finisca la spy story di Kuala Lumpur, è questa la tragica verità.