la Repubblica, 16 febbraio 2017
Romeo, nuovo giallo. Terza polizza a Raggi e la cassetta svuotata
ROMA L’inchiesta per abuso di ufficio della Procura di Roma che tiene insieme la sindaca Virginia Raggi, il suo ex capo della segreteria Salvatore Romeo e l’ex capo del personale del Campidoglio Raffaele Marra squarcia un nuovo velo di segretezza. E la storia prende ora un ennesimo giro. Due i fatti nuovi. Il primo: le polizze sulla vita accese da Salvatore Romeo «a beneficio e insaputa» di Virginia Raggi sono tre. Non due, come noto sin qui. E la terza, di 8 mila euro, è stata accesa da Romeo il 26 gennaio scorso, quarantotto ore dopo la notifica dell’avviso a comparire alla Raggi. Il secondo: Salvatore Romeo era titolare di una cassetta di sicurezza che venne completamente svuotata il 19 dicembre 2016, un lunedì. Primo giorno utile dopo l’arresto di Raffaele Marra, entrato a Regina Coeli con l’accusa di corruzione il venerdì precedente, il 16 dicembre.
E dunque, che significato hanno queste due nuove circostanze? In che modo autorizzano a leggere o rileggere i rapporti tra tre dei «quattro amici al bar» che per otto mesi hanno avuto le chiavi della città? Quale partita si sta giocando? Chi è vittima, se ce ne è una, e chi carnefice?
Per provare ad afferrare un filo e abbozzare qualche parziale risposta, conviene tornare al momento in cui questa storia conosce il suo ennesimo twist: la notte dell’8 febbraio scorso, quando Salvatore Romeo entra alle 19 negli uffici della Procura di Roma, da cui uscirà alle 2 del mattino. «Ho passato giorni migliori», dice. E ora si capisce il perché. Il Procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Francesco Dall’Olio hanno in mano un atto acquisito dai nuovi accertamenti della squadra mobile di Roma che li sconcerta. È appunto una terza polizza vita del modesto valore di 8 mila euro accesa da Romeo con beneficiaria Virginia Raggi. Stesse modalità delle altre due (risalenti al gennaio 2016, sei mesi prima dell’elezione della Raggi a sindaca di Roma e della nomina di Romeo a suo capo della segreteria) e dunque identica impossibilità della «ignara» beneficiaria (la Raggi) di riscuotere il premio in circostanze diverse da quelle della morte dell’assicurato. Ma dal tempismo apparentemente “irragionevole”, al limite dell’autolesionismo.
Dunque – domandano i pm a Romeo – per quale diavolo di ragione era stata accesa quella terza polizza in un momento in cui l’indagine della Procura aveva acceso un faro sulle precedenti due e la Raggi si preparava per giunta ad affrontare il suo interrogatorio? Per metterla in difficoltà? Per alzare una cortina di fumo?
Romeo mette a verbale una risposta buona per chi vuole crederci. «Ho acceso la terza polizza per affetto verso Virginia Raggi. E lo volevo fare in un momento per lei particolare». Come se volesse dare ad intendere che in quella sua decisione non avesse giocato neppure per un attimo la considerazione che non era esattamente quello il momento per dimostrare “vicinanza” con una bella assicurazione già oggetto di indagine. Che accendere polizze sulla vita ad insaputa della Raggi equivalesse al rito di un cero ex voto.
Dunque?
C’è una seconda ipotesi. Più raffinata. Che la mossa di Romeo, in quell’ultima settimana del gennaio scorso, sia studiata. E lo sia per precostituirsi la spiegazione che lui stesso si prepara a dare ai pm, secondo la quale quell’accendere assicurazioni a beneficio di ignari «amici» e «persone stimate» sia una prassi così innocua e “seriale” che aveva ritenuto di doverla e poterla proseguire anche nel pieno di un’inchiesta che lo coinvolgeva insieme alla beneficiaria (la Raggi) e che aveva quale suo oggetto proprio l’esame della natura e del fine di quelle polizze. Decisive per comprendere l’esistenza o meno di un conflitto di interesse.
Se così fosse, se Romeo cioè manovra non per dabbenaggine, ma perché ossessionato dalle sue polizze, bisognerebbe capire il perché. Per complottare a danno della Raggi? Per proteggerla insieme a se stesso? Per proteggere se stesso e qualcun altro? E su questo, quella notte dell’8 febbraio, c’è una seconda circostanza che eccita la curiosità dei pm. Una cassetta di sicurezza.
Le indagini patrimoniali della Squadra Mobile hanno infatti scoperto che, dal 2011, collegata a un conto corrente di cui Romeo è titolare, c’è una cassetta di sicurezza di cui lo stesso Romeo ha indicato come “comodataria” (utilizzatrice) una sua amica. Di più: hanno scoperto che quella cassetta di sicurezza è stata aperta e svuotata del suo contenuto la mattina del 19 dicembre 2016, un lunedì, primo giorno utile di apertura della banca dopo una data che in questa storia conta. Il 16 dicembre, un venerdì, quando Raffaele Marra, che di Romeo è il fratello siamese in questa storia, viene arrestato per corruzione per la compravendita di favore di un appartamento del costruttore Scarpellini.
Di fronte alla contestazione dei pm, Romeo farfuglia. Non è in grado di indicare cosa contenesse quella cassetta, né la singolare coincidenza della sua apertura nel primo momento utile successivo all’arresto di Marra. Ma conferma la circostanza che ad averne le chiavi è l’amica indicata come comodataria. Nel cuore della notte, l’abitazione della donna viene perquisita e lei stessa interrogata. Anche lei – a quanto risulta – non è in grado di spiegare alcunché. Né, tantomeno di indicare con esattezza cosa quella cassetta contenesse nel momento in cui l’ha svuotata. Se dei “documenti”, come dice genericamente. O anche del denaro. E, soprattutto, che provenienza avessero gli uni e gli altri e che fine abbiano fatto.Da qui ora si riparte.Carlo Bonini
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Tofalo, il grillino che “inseguiva” un ras libico
NAPOLI Un deputato grillino nella polveriera libica. Un esponente istituzionale del Movimento che viaggiava accompagnato da Anna Maria Fontana, la donna di Napoli col velo che ora è in carcere insieme al marito, accusati entrambi di traffico d’armi. Il parlamentare dell’M5S Angelo Tofalo, componente del Copasir, era andato a Istanbul per intervistare il leader islamista Khalifa Al Ghawill, esponente di una delle fazioni che si muovono nel risiko della Libia. Tornato in Italia, come ha raccontato ai magistrati Fontana, Tofalo «si era impegnato a organizzare un convegno a Roma» al quale sarebbero stati invitati non solo Khalifa e altri politici del paese nordafricano, come «Al Tani e forse anche il colonnello Haftar», ma anche «a detta di Tofalo, Di Maio e Di Battista del Movimento 5 Stelle e altre figure istituzionali non meglio precisate».
L’evento, si legge nel verbale depositato ieri, doveva servire a «impostare un rapporto di cooperazione e sicurezza tra l’Italia e la Libia». Erano state fissate anche le date, 26, 27 e 28 novembre 2016. Alla fine non se ne fece nulla. Via whatsapp, Tofalo comunicò alla donna «Abbiamo uno stop». Il 2 febbraio, due giorni dopo l’arresto di Fontana e del marito, Tofalo si è presentato spontaneamente in Procura a Napoli per essere sentito come teste dal pm Catello Maresca, che con il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli coordina le indagini. Tofalo spiega di aver ricevuto «assicurazioni circa l’assenza di criticità» su Fontana e sul marito, Mario Di Leva, «in quanto entrambi già noti all’Aise», il servizio segreto estero. E assicura di aver avuto con la donna rapporti «tutti finalizzati alla raccolta di informazioni per la sicurezza della Repubblica e nell’esercizio delle mie prerogative e funzioni parlamentari». Fra il 17 e il 19 novembre volano pertanto a Istanbul, dove Tofalo intervista Khalifa. In quel momento, Fontana è già nel mirino della magistratura da un anno perché aveva subito una perquisizione.
L’intervista però non ottiene «la diffusione annunciata», riferisce Fontana, e sarà pubblicata da Fanpage solo a dicembre. I contatti fra il deputato e Fontana proseguono, «anche per la possibile realizzazione in Italia di un possibile evento di pace e cooperazione a cui invitare tutti gli attori libici», dice Tofalo.
Nel verbale del 13 febbraio, Anna Maria Fontana chiarisce che l’idea era di organizzare il convegno. Ma quando l’iniziativa saltò, Fontana si preoccupò «della possibile reazione di Khalifa», temendo che i libici potessero «interpretare questo dietrofront come un affronto del governo italiano» visto che Tofalo si era presentato come membro del Copasir. Solo «dopo una notte insonne», Fontana «trovò una scusa» e disse a Khalifa che il convegno era saltato «per ragioni di sicurezza».
Conchita Sannino e Dario Del Porto