D - la Repubblica, 21 febbraio 2017
Ma che cosa succederebbe alla terra se all’improvviso tutti diventassimo vegetariani?
Una persona vegana in cinque anni può salvare 171 vite. Quella di una pecora, un animale da latte, tre maiali, sei galline, 69 volatili, 81 pesci e di dieci altre differenti specie. Un vegetariano, che consuma prodotti di origine animale ma non mangia carne né pesce, ne può risparmiare 17. I numeri di The Vegan Society, la principale organizzazione al mondo per chi non consuma né indossa nulla che derivi dagli animali, rendono bene l’idea dell’impatto di una scelta alimentare che ogni anno riguarda sempre più persone. Nel 2014 nel mondo c’erano 375 milioni di vegetariani e un numero di vegani che, nei paesi occidentali, è in costante crescita. In Italia, secondo il rapporto Eurispes 2016, l’8 per cento della popolazione ha rinunciato a carne e pesce e loro derivati. Una scelta che in 46 casi su cento è legata a salute e benessere, mentre un italiano su tre è mosso da sensibilità verso gli animali e solo una minoranza deve la sua rinuncia a motivi di tutela ambientale.
Ma cosa succederebbe se entro il 2050 tutti si convertissero a vegetarismo e veganismo? Un futuro senza carne e pesce solletica le fantasie di molti che immaginano un mondo meno inquinato e persone più sane, senza più problemi cardiaci e tumori. Ma dall’altra parte allarma chi pensa che eliminare due elementi così imponanti dall’alimentazione umana danneggerebbe i produttori e metterebbe a repentaglio la cultura e le tradizioni di molti popoli. Tutti, però, concordano su un punto: è necessario ridurre il consumo di carne. Ogni anno nel mondo se ne consumano 42 chilogrammi pro capite: tre volte tanto la dose consigliata dal World Cancer Research Fund. E il dato si impenna nei paesi sviluppati, dove si mangiano 79 kg di carne a testa in dodici mesi. Di questo passo, e considerando che per l’Onu nel 2050 il mondo avrà quasi 10 miliardi di abitanti, il consumo di proteine animali salirà a 420 miliardi di kg l’anno.
In questo scenario la possibilità di diventare tutti vegetariani e vegani sembra remota, sostiene Alberto Casartelli, veterinario e consigliere dell’ordine di categoria di Milano, secondo cui «nei prossimi 200 anni non potremo prescindere dalla produzione di cibo animale perché è legata alla natura umana». Riflessione che trova fondamento nell’ampio divario tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. «In Occidente c’è più consapevolezza rispetto a dieci anni fa: libri, dibattiti e l’ampia offerta di supermercati e ristoranti hanno reso il vegetarismo un fenomeno diffuso. A fare la differenza sono le possibilità economiche: chi oggi riduce il consumo di cibi di origine animale è solitamente benestante», spiega Henning Steinfeld, capo dell’Unità di analisi settoriale e delle politiche sull’allevamento della Fao. Non solo. «In Europa e Nord America hanno avuto peso fenomeni, come quello della “mucca pazza”, che hanno minato la fiducia del consumatore nei confronti dei produttori e del pubblico». Nei paesi in crescita economica, al contrario, il consumo di carne sta aumentando grazie al progressivo arricchimento della popolazione. A ciò si aggiunge il fatto che per alcune popolazioni che vivono ai margini della modernità, per esempio tribù nomadi di Asia e Africa, la carne rappresenta ancora l’elemento fondante della vita della comunità: il bestiame viene regalato agli sposi per le nozze. «Diventare vegetariani o vegani non è una scelta che può essere imposta a tutti. Non è un diktat, ma una decisione etica personale. Ed è chiaro che non si possono obbligare le popolazioni che vivono perlopiù di carne e pesce ad abbandonare le loro abitudini», spiega Mara Di Noia, veterinaria, attivista, giornalista e vegana dal 1999. Di avviso diverso Carmen Nicchi Somaschi, presidente dell’Associazione Vegetariana Italiana, secondo cui «diventare vegetariani entro il 2050 è una scelta auspicabile. Il nostro pianeta è in continua evoluzione e negli ultimi trent anni sono cambiate molte cose nell’alimentazione. Per questo non dobbiamo aver paura di convincere le popolazioni più restie a fare questo passaggio: i costumi si modificano, nessuno ne rimarrà traumatizzato».
Per gli scienziati la certezza è una: ridurre la carne in tavola vorrebbe dire abbassare le emissioni di gas serra. Basti pensare che in una famiglia di quattro persone le emissioni prodotte dal consumo di carne sono superiori a quelle rilasciate da due auto. Secondo i dati forniti dalla Vegetarian Society, la più antica associazione di vegetariani su scala globale, «gli allevamenti di bestiame sono responsabili almeno del 20 per cento di tutte le emissioni inquinanti. Il metano ha 25 volte l’impatto sul riscaldamento globale dell’anidride carbonica e una singola mucca può produrre 500 litri di metano al giorno. Bovini e pecore sono responsabili di oltre un terzo del metano totale prodotto dall’attività umana. A questo si aggiunge l’enorme quantità di anidride carbonica in più dovuta alla deforestazione per ricavarne pascoli e campi di grano per il foraggio del bestiame». Dati che la Fao conferma, spiegando che «le principali cause delle emissioni sono la produzione di mangimi, il processo di trasformazione e il metano derivante dalla digestione dei ruminanti». Problemi che per l’agenzia dell’Onu potrebbero essere risolti non solo riducendo il consumo di proteine animali, ma anche utilizzando le tecnologie già esistenti nella filiera dell’allevamento, dell’alimentazione e della salute degli animali, così come servirebbe ripensare il modo di smaltire il letame prodotto dagli animali. Il risultato sarebbe un abbassamento del 30 per cento del gas serra già dai prossimi anni.
Non è finita qui. La produzione di bestiame è responsabile di più dell’8% del consumo umano di acqua globale. Secondo studi recenti, per produrre un chilo di manzo servono dai 13mila ai 100mila litri di acqua, mentre per un kg di grano tra i mille e i 2mila litri. Per Anders Jägerskog dello Stockholm International Water Institute (Siwi), «adottare una dieta vegetariana può aumentare la quantità di acqua disponibile per produrre cibo. Gli alimenti ricchi di proteine animali consumano acqua dalle 5 alle 10 volte in più rispetto a quelli vegetali».
Da qualche decennio, poi, anche l’ecosistema marino sta subendo una predazione, che la Fao chiama ocean grabbing: un’intensificazione nella quantità e nella frequenza della pesca che minaccia le comunità locali che per secoli hanno vissuto grazie al mare. Un giro d’affari di miliardi di dollari all’anno e che sottrae al mare, in maniera illecita, circa dodici milioni di pesci. Secondo l’agenzia dell’Onu, la pesca 40 anni fa forniva il 93 per cento del pesce per il consumo umano, mentre l’acquacoltura solo il 7 per cento. Da dieci anni a questa parte questo settore è stato incrementato attraverso la creazione di allevamenti nei paesi in via di sviluppo. Le previsioni della Fao sono però negative: entro il 2030 il 65 per cento di pesce consumato arriverà dalle vasche.