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 2017  febbraio 14 Martedì calendario

L’arte di essere Pinault

Il quartier generale di François Pinault è a due passi dal Grand Palais: palazzo alto borghese con cancellata in ferro, corte d’onore e giardino sul retro. Uno di quegli Hotel Particulier ottocenteschi costruiti in obbedienza alla grandeur dell’epoca. Ma già sul portone d’ingresso l’elegante architettura è invasa da un arcobaleno firmato Daniel Buren che esplode negli spicchi di vetro della pensilina. Non è che l’inizio. Il tragitto che porta all’ufficio di Monsieur Pinault, punteggiato da esempi della sua leggendaria collezione, è un elettrico gioco di rimandi. L’installazione di Buren entra nell’edificio, si trasforma in scacchiera e sale lungo la scalinata; nei corridoi l’Arte Povera dialoga con le avanguardie storiche; minimalisti e concettuali dividono lo spazio delle sale comuni con i contemporaneissimi Adel Abdessemed o Nigel Cooke. Nessun partito preso, nessuna talebana appartenenza all’una o all’altra corrente, ma un’attenzione massima alla qualità di ogni opera, una ricerca del capolavoro o perlomeno del “miglior lavoro” di ogni artista scelto. Così è anche nell’immacolato ufficio privato tra un candido taglio di Fontana, un bianco lavoro di Rudolph Stingel e un modellino in gesso della ex Borsa di Commercio presto sede del nuovo museo che Pinault inaugurerà a Parigi e che affiderà – come a Venezia Palazzo Grassi e Punta della Dogana – alla guida dell’ottimo direttore Martin Béthenod. Nel suo candido studio Pinault ci riceve offrendo subito un buon caffè, una conversazione brillante e l’immagine di un uomo sereno che sa parlare delle sue passioni, emozioni, valori, smentendo fin da subito la fama di non avere in simpatia servizi fotografici e interviste («È la terza intervista che concede in dieci anni», ci avvertirono i suoi collaboratori).
Il momento è propizio: si festeggia il decennale di Palazzo Grassi a Venezia e la consegna delle chiavi della ex Borsa a Les Halles, dove dai primi di gennaio aprirà il cantiere della ristrutturazione nelle mani del fedelissimo architetto Tadao Ando.
Ha un sesto senso per le geografie, Monsieur Pinault. Se gli uffici sfiorano il Grand Palais, il nuovo museo sorgerà a metà strada tra il Louvre e il Centre Pompidou. Alla domanda se è proprio un caso, lui ride: «Non sono in competizione con il Louvre, lo garantisco; è solo una coincidenza interessante: la storia da una parte, il Novecento dall’altra e questa nostra astronave carica del XXI secolo. Sfida stimolante». Del resto l’idea della sfida non gli è estranea. Uomo d’affari come pochi, capace di costruire un impero del lusso partendo dal commercio di legname e approdando alla gestione di un polo che va da Gucci a Bottega Veneta, da Saint Laurent a Balenciaga, Alexander McQueen, Boucheron… e poi vini pregiati, la casa d’aste per eccellenza (Christie’s), una squadra di calcio, un settimanale (Le Point) e un teatro. Ma, dietro a tutto questo, la passione per l’arte che ha sempre camminato parallela alla sua attività d’impresa. Una passione privata nata molto presto e cresciuta fino a renderlo non solo uno dei più potenti collezionisti al mondo, ma anche uno dei più interessanti. Sincero amatore che non si limita a comprare, ma punta a costruire un rapporto personale con gli artisti, seguirne la crescita, difenderne il lavoro. Perché l’arte per lui «è esperienza necessaria ad aprire lo spirito, a scoprire orizzonti diversi, a conquistare una migliore percezione del mondo». E c’è chi dice che fu proprio l’arte ad avvicinarlo a quel mondo creativo dei grandi brand della moda mondiale che lo hanno reso tanto potente e famoso. Ma questa storia è meglio ascoltarla dalle sue parole.
Monsieur Pinault, cominciamo dall’inizio: il primo incontro con l’arte, il primo quadro.
«Sono nato in un ambiente piuttosto modesto, in una famiglia cattolica e in una regione rude, la Bretagna, dove non c’era posto per l’arte nella vita quotidiana, sebbene le foreste bretoni, le coste, i paesaggi granitici possano avermi reso sensibile al confronto con visioni che non appartengono all’ordinario. Il primo quadro, però, fu un dipinto di Paul Sérusier visto in una galleria all’inizio degli anni ’70. Colpì la mia attenzione perché rappresentava il cortile di una fattoria bretone con una donna al centro che mi ricordava la mia nonna. Pensai di essere attratto da quel dettaglio familiare, ma in realtà c’era dell’altro. Più guardavo quel quadro più lo scoprivo. In un certo senso quella tela di Sérusier ha avuto un ruolo catalizzatore. Mi ha aperto gli occhi».
Galeotta fu la Bretagna, tanto che ancora oggi la bandiera bianca e nera bretone sventola su Palazzo Grassi accanto al nostro tricolore. Lei dimostra un sorprendente attaccamento alla terra d’origine.
«È vero, sono estremamente legato alla Bretagna e innalzare la bandiera su Palazzo Grassi non è un capriccio, è una dichiarazione. La Bretagna è una terra molto singolare e fiera di esserlo, ha un paesaggio grandioso dove forza e dolcezza si fondono nell’immagine di un luogo che accetta le differenze, glorifica la determinazione, incoraggia l’azione. Sono valori ai quali tengo».
Valori della sua vita da imprenditore o di quella di collezionista?
«Il cammino di un imprenditore e quello di un collezionista seguono traiettorie diverse. La potenza di un’opera per definizione sta nell’essere libera da un immediato fine utilitario. Questo almeno è stato il mio approccio con l’arte, che mi ha portato a fare scelte non facili e ad assumermi dei rischi. Anche nella vita di un imprenditore la messa in discussione dell’esistente e l’assunzione di rischi fanno parte del mestiere, ma nell’arte l’emozione è un valore determinante, mentre nel mondo degli affari è vista come un sentimento sospetto».
Ed è l’emozione che le ha permesso di puntare su artisti come Rudolph Stingel o Urs Fischer, i quali prima delle potenti mostre di Palazzo Grassi non erano ancora entrati nell’Olimpo dei grandi contemporanei?
«Nel caso di Stingel ho subito riconosciuto in lui un artista immenso. Uno di quelli che l’Italia per tradizione ci regala ad ogni passaggio di generazione. Ho capito che, sebbene meritasse di iscriversi nella lista dei grandissimi artisti viventi, a penalizzarlo era stato quel suo legame con la terra d’origine, quella misantropia che lo tiene confinato a Merano come un contadino nel suo villaggio. Ma capisco che non è facile essere un artista, ci vuole un’enorme forza di concentrazione, la capacità di convivere con i dubbi, il bisogno di doversi continuamente rinnovare. Alcuni rispondono con la misantropia, altri con un eccesso di socialità. Stingel, se vogliamo, è l’opposto di Jeff Koons. Li amo entrambi».
E poi c’è Damien Hirst, che a Palazzo Grassi avrà presto una mostra che si annuncia epocale e che ha puntato invece a diventare imprenditore di se stesso grazie a edizioni di libri, multipli e gadget della sua opera.
«Damien era un ragazzo povero che attraverso l’arte è voluto diventare ricco. Ci è riuscito e crede in questa sua ricchezza. Ha una tale valanga di energia che indubbiamente sa far convivere il mondo dei suoi affari con il suo mondo creativo. Perché anche lui è un grandissimo artista capace di ripartire con lavori completamente nuovi, lo vedrete presto. A Venezia vi sorprenderà».
È importante per lei frequentare gli artisti? Le piace andare nei loro studi, parlare delle opere, magari elargire anche consigli?
«Amo incontrare gli artisti, parlare con loro, ascoltarli, visitare gli studi. Lo faccio tutto l’anno tra Europa, Americhe e Asia. Ma so che quando gli artisti creano non hanno bisogno del mio consiglio e che preferiscono restare da soli, non essere disturbati neanche dal loro più grande collezionista. Quindi è bene rispettarli. Ma poi le discussioni di fronte all’opera compiuta sono sempre stimolanti. Ed è l’opera alla fine la cosa che amo di più, è con lei il mio più profondo dialogo».
A differenza di molti grandi collezionisti che hanno affidato la costruzione ex novo dei loro musei a grandi architetti, come Rem Koolhaas per Prada o Frank Gehry per Guggenheim a Bilbao o Fondation Vuitton a Parigi, lei ha sempre scelto luoghi storici preesistenti e sempre un architetto discreto come Tadao Ando. Perché?
«Nuovo o antico che sia, l’obiettivo di un museo contemporaneo è di essere il miglior luogo possibile per l’arte. Tadao Ando, che conosco da molto tempo con i suoi edifici di cemento dalle semplici geometrie, è uno di quegli architetti d’eccezione il cui pensiero nutre e ispira l’architettura contemporanea. Riesce allo stesso tempo ad essere radicato nella tradizione giapponese e nella più coraggiosa lezione della modernità. Ha fatto di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana luoghi che sembrano destinati da sempre ad accogliere opere, video, installazioni. Rivolgermi di nuovo a lui è stata una scelta naturale».
A proposito di Punta della Dogana. Nel 2013 il museo fu al centro di una feroce polemica che vi costrinse a rimuovere la scultura del ragazzo con la rana dalla punta che divideva i due canali. Nonostante tante proteste e petizioni del mondo dell’arte, l’opera fu sostituita da un banale lampione. Cosa pensa oggi di quella storia?
«Che sia stato un peccato, era così bello quel ragazzino di Charles Ray! Un simbolo della contemporaneità in una città come Venezia che ha bisogno di mostrare la sua modernità. Perché Venezia ha una bellezza straordinaria che la colloca fuori dal tempo ma ha anche la potenzialità per essere la piattaforma mondiale della creazione. Eppure capisco perché da alcuni l’opera fu vista come un’aggressione. Gli innovatori mettono in discussione consolidate opinioni e luoghi comuni. Ma per avanzare è necessario accettare di essere destabilizzati per poi trovare un nuovo equilibrio».
Palazzo Grassi 2006 – 2016. Son passati dieci anni, cosa hanno significato per lei? E per Venezia?
«È il compleanno del mio progetto culturale. Ho sempre seguito personalmente prima l’inaugurazione del Palazzo, poi Punta della Dogana e infine il Teatrino, uscito nel 2013 dal suo lungo sonno. Nella cultura veneziana son divenuti luoghi faro, e nella mia vita un’avventura formidabile. Dal 2006 a oggi abbiamo messo in scena 19 grandi mostre, esposto circa 2000 opere della collezione e più di 300 artisti, molti alla loro prima presenza in Italia e in Europa. Io studio tutte le proposte, lancio delle idee, lavoro a stretto contatto con i miei collaboratori e discutiamo e fatichiamo per arrivare al massimo delle ambizioni e della perfezione di un progetto. Naturalmente, alla fine l’arbitro sono io!».
Il primo passo di quest’avventura fu la mostra dal titolo Where are we going? Dieci anni dopo cosa risponde?
«Come tutta l’umanità rispondo: “Non lo so”. Se me lo chiede in generale sono preoccupato. In Europa vedo slittamenti ovunque; nel mondo un’instabilità unita a mire espansionistiche che m’inquieta. Eppure resto ottimista. Non per naïveté ma perché sono un pessimista attivo. Ho fiducia nel lavoro e nell’attività che permette di sormontare le difficoltà. L’arte poi è un potente strumento per custodire una dose di ottimismo: quando ci si sente provati e disperati, entrare in un museo, osservare e respirare i capolavori, regala forza vitale. Provateci».