Panorama, 9 febbraio 2017
Noi soldatesse in prima linea per vendicarci
Quando riesce a stare da sola, la diciassettenne Nadia Haji Cholw, in mimetica verde oliva e con il berretto rosso, si accoccola sul tetto della caserma appoggiandosi contro il muro e ascolta un po’ di musica pop curda dal suo cellulare. Le canzoni parlano di amori e matrimoni e Nadia, a occhi chiusi, rivolge il viso tondo e liscio verso il sole. Per qualche istante le sembra di rivivere quel sentimento strappatole ormai da tanto tempo: la felicità. Poi, all’improvviso, il ritorno alla realtà: il muro di sacchi di sabbia, la torre di guardia al margine del tetto e il posto di osservazione da cui la regione brulla, quasi spoglia del Sinjar, nell’estremo nord dell’Iraq, sembra grande quanto un foglio di carta. Nadia guarda i villaggi bombardati, le case crollate. Un territorio distrutto. Poi torna a osservare le sue compagne Einas, Hamsa e Alea, stravaccate accanto a lei su sedie da campeggio in plastica rossa. Anche loro hanno tra i 17 e i 18 anni e, come Nadia, indossano la mimetica verde oliva e tengono sulle ginocchia gli AK-47. Nadia lo sa: il tempo dei sogni è finito. È arrivato il momento di combattere.
«Non abbiamo paura della morte, noi combatteremo contro di loro», dichiara Nadia, intendendo con «noi» le Sun Ladies, le Donne del sole, un battaglione interamente femminile, composto da oltre 140 donne della comunità yazida, un gruppo religioso presente nella regione da millenni. Oggi, le yazide lottano contro il loro nemico numero uno: lo Stato islamico. Le bandiere nere con la scritta bianca sventolano a nemmeno un’ora di macchina di distanza e la ragazza non ha dubbi: «Torneranno». Ed è proprio questo che le Donne del sole desiderano evitare. Sulle porte dei garage di alcune basi abbandonate campeggia ancora la scritta «I leoni dell’Isis sono qui per uccidere», ma di recente hanno iniziato a comparire anche le risposte: «Isis, andate a quel paese, grazie peshmerga!».
All’orizzonte, contro il terreno color ocra, si staglia il Sinjar, il monte sacro degli yazidi. Sul massiccio roccioso si vedono gli insediamenti dei fuggitivi con i loro luoghi di culto e le torri sacre. Il fronte è invece più in là. Per il momento. L’Isis ha già dimostrato di voler mettere le mani sul territorio yazida. I combattenti hanno preso di mira inizialmente singoli villaggi e poi l’intera regione, lanciando granate e sferrando attacchi con le mitragliatrici dai loro pick-up. Gli yazidi venerano l’angelo caduto Melek Taus, che ha spento il fuoco infernale con le sue lacrime, pregano un pavone blu e credono nella trasmigrazione delle anime: questo li rende, agli occhi dell’Isis, degli infedeli adoratori del diavolo, e costituisce un motivo sufficiente per farli fuori.
Nell’estate del 2014 alcune immagini atroci hanno fatto il giro del mondo. Le Nazioni unite riferivano infatti di oltre 400 mila yazidi in fuga dagli squadroni dell’Isis, ma molti si trovavano sul monte Sinjar, sotto assedio da giorni. Solo al termine di una dura battaglia e grazie ai bombardamenti dei peshmerga e delle milizie curde è stato possibile aprire un corridoio di fuga. A quel punto però lo Stato islamico aveva già giustiziato per fucilazione o decapitazione più di 5 mila uomini, e oltre 7 mila tra donne e bambini erano già stati rapiti e ridotti in schiavitù. Quelli scampati all’esecuzione sono stati spartiti tra le varie unità dell’Isis come bottino di guerra. Le donne e le ragazze sono state costrette al matrimonio, stuprate o vendute via WhatsApp o come al mercato del bestiame. Alcune avevano appena otto anni. Nel corso dei secoli gli yazidi hanno resistito a 73 tentativi di annientamento. Ma l’ultimo è stato il più feroce perché, come dice Nadia, «senza le nostre donne e i nostri bambini non può esserci la vita». Ecco cosa spinge le Sun Ladies alla lotta. La loro guerra è unica perché non combattono solo per la loro terra, ma anche per liberare le donne tenute in ostaggio dallo Stato islamico. «Sono qui per le nostre donne e sono pronta ad andare al fronte», afferma Nadia, convinta che lo Stato islamico abbia paura delle soldatesse perché «se uno dei loro combattenti muore per mano di una donna non andrà in paradiso da martire».
Einas, Hamsa e Alea non ridono. Annuiscono. La guerra delle Donne del sole partirà dal loro quartier generale, una scuola abbandonata a due piani nella steppa del Sinjar, a sei ore d’auto da Erbil, la capitale dell’Iraq curdo. È possibile entrare nella vecchia scuola solo dopo una serie di autorizzazioni, controlli dei documenti e innumerevoli colloqui ai checkpoint. La costruzione massiccia sembra conficcata nel terreno pianeggiante e ha un muro di cinta alto alcuni metri. I pick-up color sabbia sono parcheggiati nel cortile di ghiaia insieme a un Humvee con il parabrezza in frantumi. A poca distanza, legata a un palo, una capretta bruca sommessamente.
Le Donne del sole dormono nelle aule dismesse, otto per stanza, su materassi in gommapiuma e sotto un cumulo di coperte di lana per proteggersi dal rigido inverno curdo. Il riscaldamento è affidato a una piccola stufa a benzina, e il puzzo del carburante appesta i locali. C’è un misto di femminilità e rigore militare. I materassi sono stesi uno vicino all’altro, e all’ora della ritirata, cioè alle 22, le soldatesse si raggruppano come liceali, addossano i fucili alle pareti e parlano ridacchiando di ragazzi, si pettinano a vicenda o si scambiano consigli di make-up. Il battaglione è costituito da tre reparti di 40 combattenti, che ogni mese si alternano alla base in turni di dieci giorni. La loro giornata inizia sempre alle 8,30 in punto: l’adunata per l’appello; poi le marce; segue la presentazione dell’arma. Nella foschia mattutina, le Donne del sole si esercitano a gruppi di tre intorno all’Humvee, sul fondo di cemento rovinato, e a ogni terzo passo piantano la gamba sinistra a terra. Se durante la marcia qualcuna fa un errore, le altre ridono, ma non Nadia, che rimane seria. Lei non sbaglia e tiene stretto il fucile: vuole che le Donne del sole abbiano successo e impartisce ordini sotto lo sguardo soddisfatto del capitano Khatoon Khider. Quest’ultima, 36enne, ha fondato le Donne del sole nel novembre 2015. Nel corso di una negoziazione con i peshmerga curdi guidati dal presidente Massoud Barzani, Khatoon ha richiesto la loro protezione, offrendo in cambio di rimpolpare le fila dei combattenti curdi con un nuovo battaglione di donne.
I peshmerga hanno accettato, in parte perché la loro ritirata di fronte alle truppe dell’Isis era stata una delle cause del massacro yazida, ma anche perché schierando un battaglione femminile yazida avrebbero potuto dimostrare agli alleati occidentali la modernità delle linee curde, ottenendo quindi appoggio nella lotta contro gli jihadisti. In precedenza, Khider aveva raggiunto la celebrità cantando ai matrimoni, viaggiando per tutto il Sinjar insieme al padre, vestita di rosso e con i capelli al vento. Ha cantato i canti tradizionali con voce piena fino all’agosto 2014, quando si è ammutolita. Anche lei è dovuta fuggire, ha dovuto riparare sui monti e vedere il suo popolo quasi morire di sete e di fame. «Quando uscirò di qui», ha giurato a se stessa «gli yazidi non resteranno mai più indifesi». Oggi la ex cantante sfoggia tre stelle d’oro sulle spalline dell’uniforme, una Heckler & Koch automatica al fianco, ed è costantemente accompagnata da due guardie del corpo. «Riesci a immaginare una bambina di nove anni violentata da un branco di uomini? Venduta e tenuta in ostaggio come schiava del sesso?» mi chiede Khider. «Vogliamo far sapere al mondo cosa è successo qui».
All’adunata del mattino seguono incombenze diverse: una truppa fa esercizio fisico, un’altra pulisce le armi, e bisogna anche fare il bucato e cucinare. Le Donne del sole coadiuvano anche i soldati peshmerga ai vari checkpoint, massicciate di terra marrone e blocchi di cemento a distanza di 500 metri dalla strada. Il gruppo non è un manipolo improvvisato, ma una realtà unita e organizzata. Le milizie peshmerga hanno adibito all’addestramento delle yazide una base nei pressi della città curda di Dahuk. Per sei settimane ci si allena nel corpo a corpo, si salta attraverso cerchi infuocati e si suda per ore nei percorsi a ostacoli. Le Sun Ladies imparano anche a maneggiare kalashnikov, mitragliatrici e bombe a mano. L’adesione è tale che in lista d’attesa ci sarebbero oltre 1.700 yazide: non appena saranno reperiti il denaro e l’equipaggiamento partirà quindi una nuova tornata di addestramenti.
Ma la lotta a favore delle donne e dei bambini rapiti avviene anche con mezzi diversi, pacifici. È il caso di Nadia Murad e Lamiya Aji, che sono state entrambe catturate dall’Isis, riuscendo però a fuggire e a portare la propria testimonianza alla Commissione dell’Onu per i diritti umani, e ottenendo dunque riconoscimenti importanti come il Premio Sacharov o il Premio dei diritti umani Václav Havel, utilizzando come unica arma le parole. Se il mondo si è interessato al destino degli yazidi è merito loro. Le Donne del sole, invece, sono perfette sconosciute. «La Murad combatte a modo suo», replica Nadia, «ma non bastano le parole per conquistare Mosul. Al resto pensiamo noi».
Mosul, la roccaforte dello Stato islamico in Iraq, è l’obiettivo delle Donne del sole. Nel febbraio 2017, la città, oltre un milione di abitanti, è duramente contesa, e le Donne del sole lo sanno: se cade Mosul, cade anche l’Isis, almeno in Iraq. Ma soprattutto, la maggior parte delle prigioniere yazide è rinchiusa proprio qui. Se cade la città, anche loro potranno essere liberate. Ma nessuno dei comandanti peshmerga dà il via libera alle Donne del sole per iniziare la battaglia. Rimangono nel quartier generale, a quasi 150 chilometri di distanza. Finora, la principale operazione militare è stata la messa in sicurezza di strade e la scorta a soldati peshmerga e del Pkk verso villaggi liberati della zona yazida.
Il capitano Khider giustifica il fatto che le sue truppe non abbiano ancora ricevuto l’ordine di mettersi in marcia verso Mosul come una strategia militare. Alle Donne del sole non rimane quindi altro da fare che osservare le combattenti peshmerga e quelle del Pkk al telegiornale, osservarle lanciare granate sulla città dilaniata o guadare i torrenti di montagna al tramonto reggendo le armi sopra la testa. Almeno per ora. Le Donne del sole mettono in sicurezza prima di tutto le zone periferiche. Anche qui l’Isis potrebbe sferrare un attacco in qualunque momento, come ricorda il capitano, senza contare che alle sue donne mancano le competenze necessarie per l’offensiva a Mosul, come l’uso di carri armati ed elicotteri. Non sono un manipolo improvvisato, ma nemmeno un’unità speciale. Anche per questo motivo, senza un supporto esterno, non arriveranno mai a Mosul: la città verrà conquistata per mano di forze speciali con una guerra urbana.
Eppure, continua Khider, verrà l’ora del suo battaglione, perché sono loro a sapere dove sono nascoste le donne, dove si trovano prigioni e abitazioni private, e saranno sempre loro a mostrare la strada alle unità speciali dell’esercito iracheno o ai peshmerga. Questa conoscenza è il loro principale asso nella manica. E questo stesso ricordo è il loro fardello più pesante, perché anche molte militanti delle Donne del sole sono state a loro volta catturate dall’Isis. Sono fuggite dai loro villaggi, hanno perso il loro cari e hanno dovuto scavalcare cadaveri. Conoscono le storie terrificanti delle madri yazide che hanno visto gli uomini del califfato cospargere i loro bambini di benzina e dar loro fuoco. Le Donne del sole vi hanno assistito personalmente, prima di essere rapite.
Combattono infatti una seconda battaglia, tutta personale. Dall’orgoglio e dalla sicurezza con cui imbracciano i kalashnikov si ha l’impressione che queste armi siano anche una forma di protezione per loro. Sono in lotta per una nuova vita. Quando Nadia riesce ad accoccolarsi al sole sul tetto della caserma, a chiudere gli occhi e ascoltare la musica, torna con la mente alla sua vecchia vita nel villaggio di Tal al-Banat, alla casa dei genitori, in cui è cresciuta con i nove fratelli, il padre e le sue due mogli, al giardino pieno di olivi e roseti e alla sua camera con i poster di Bollywood e gli orsetti di peluche. «Era una vita bellissima, avevo tanti amici e c’era sempre qualcosa da fare». I musulmani e gli yazidi convivevano senza problema, aggiunge Nadia. Andava a scuola e alle feste di compleanno dei suoi amici. Viveva alla giornata, senza progetti per il futuro. Poi arrivò lo Stato islamico. «Pensavo che si sarebbe trattato solo di qualche bomba e che poi se ne sarebbero andati, perché dopotutto avevamo le truppe peshmerga dalla nostra». Ma si sbagliava: la mattina del 3 agosto è iniziato l’attacco dell’Isis. E i peshmerga sono stati i primi a scappare.
La sua famiglia stava ancora dormendo. Solo Nadia era già sveglia nel letto con addosso il pigiama del Real Madrid, e leggeva degli appunti per la scuola. Prima ha sentito le granate, poi è suonato il telefono. Un amico, un peshmerga, li avvisava. La famiglia è fuggita con il passaporto in mano mentre i primi mezzi dell’Isis arrivano davanti all’abitazione. «Ho visto più di 30 uomini, tutti con una lunga barba e rasati solo sul labbro superiore. Sotto ai pantaloni lunghi e sformati erano in infradito o in scarpe da ginnastica». Tra di loro Nadia ha riconosciuto anche un suo vicino di casa musulmano, la spia che aveva raccolto informazioni per intere settimane.
A quel punto li hanno trascinati in strada. I soldati avevano gli occhi grandi e ingoiavano le pilloline bianche di Captagon (uno psicostimolante) come caramelle. «Hanno messo la gente in fila e hanno detto “convertitevi e non vi succederà nulla”». Nessuno proferisce parola. Vengono fucilati uno a uno.
Passando dal cortile sul retro, Nadia e lo zio riescono a intrufolarsi nella casa vicina, dove rimangono nascosti per sei giorni mentre i soldati dell’Isis conducono ispezioni sommarie. Dopo alcuni giorni le provviste si sono esaurite. Nadia e suo zio lasciano la casa nel cuore della notte con un obiettivo: il monte Sinjar, la loro montagna sacra. Sgattaiolano di portone in portone, di villaggio in villaggio, senza sosta. Dopo 12 ore incontrano i soldati del Pkk.
Oggi Mosul è ancora molto lontana per le Donne del sole, ma sono convinte che il loro intervento sia imminente. Sanno già cosa faranno ai nemici. «Verranno processati e poi finiranno in carcere», risponde Nadia. «E lì io li ucciderò. Ogni giorno. Con il mio sguardo, e con una sola domanda: perché?».