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 2017  febbraio 09 Giovedì calendario

La primavera del Patriarca

Diceva Albert Einstein di avere imparato a reagire al freddo e al caldo, al dolore e alla gioia nella stessa maniera, così da essere pronto a ogni variazione della sua esistenza. Vero. La vita ha molta più fantasia di noi e ci mette davanti a cambiamenti inimmaginabili. Parafrasando il genio possiamo dire che Cesare Romiti è oggi uno degli esempi più calzanti di questo pensiero einsteiniano. Il dottore, infatti, per lunghi anni bandiera del capitalismo italiano e oggi 93enne, pare aver perso la tempra dura dell’uomo di potere per entrare in un’altra anima e vivere oggi una terza vita rivoluzionata e rivoluzionaria. Ha iniziato anni fa parlando di un nuovo piano Marshall per l’Italia dove pensare alla trasformazione economica del Paese rivolta alle aree più povere, ha continuato in interviste e interventi a ricordare che gli imprenditori dovrebbero assumere disoccupati, giovani e bisognosi. Ma lo shock arriva prima delle elezioni, dove il Cesare della finanza italiana fa capire chiaramente il suo debole per il Movimento 5 stelle. Ma è dopo il terremoto di Amatrice che arriva la vera bomba. In quei giorni Romiti prende la sua auto e arriva da solo nei paesi ingoiati dalla violenza della terra e lì decide di adottare 20 tra le famiglie più colpite dalla tragedia. Le vede una per una, le assiste e non finisce mai di aiutarle. Dov’è finito l’uomo di ferro? Che ne è di quel mastino che in Fiat aveva licenziato 23 mila operai nel 1980 e che oggi soccorre poveri e terremotati parlando di Beppe Grillo come il suo ideale politico? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui.
Dottore ma che le è successo? È cascato nella piscina di Lourdes o vuole conquistarsi un posto in Paradiso?
«A Lourdes non sono mai andato. E in Paradiso ci vanno certamente persone migliori di me. Però...».
Cominciamo dai terremotati. Quando è arrivata la decisione di aiutare quelle povere famiglie?
«Il 24 agosto ero in vacanza, ma dopo quel terremoto devastante non sono più riuscito a staccarmi dalla televisione e ho finito per seguire commosso ogni istante di quella tragedia. Poi mi son detto: devo fare qualcosa. Dopo la disgrazia dell’Aquila avevo offerto già un buon aiuto economico, ma ho fatto l’errore di passare attraverso politici e Regioni. Non ho più saputo niente. Questa volta mi sono detto: adesso fai da solo. Così sono arrivato in quei luoghi ingoiati dalla rabbia della terra. Lì, tra le macerie, ho visto un dolore che non dimenticherò. Ho stretto mani e abbracciato quei poveretti. Poi, fortunatamente, una professoressa e un operaio di Accumoli mi hanno raccontato le storie dei più sfortunati. Famiglie devastate. Allora ho chiamato i miei figli e ho detto: vi comunico che voglio aiutare economicamente le vittime del terremoto. Loro ne sono stati felici».
Compito difficile. Come decidere questi sì e questi no?
«Non ho mai detto un no».
È vero che li ha conosciuti uno per uno?
«Vorrei vedere. Li ho visti lì sul posto, altri in un albergo a San Benedetto del Tronto dove sono rifugiati, altri ancora a Roma. Con loro ho continui contatti. Hanno tutti ancora lo stesso boato nella memoria. Un’esplosione e poi nel buio solo urla. I racconti si assomigliano tutti. Quello di una ragazza e di sua figlia di quattro anni che non hanno più nulla. La bambina mi ha fatto con grande naturalezza un racconto da brividi del terremoto: “Ho sentito come un urlo della casa e dopo il letto è caduto”. Poi un ragazzo di 22 anni. Ha perso tutta la famiglia. Oggi è distaccato e freddo come una statua, mi dice “grazie dottore, adesso sto bene”. Ma gli psicologi con cui mi confronto mi dicono che la sua condizione è disperata. Una famiglia, tante famiglie, senza più un tetto. Vede, la casa è la tua memoria e perderla vuol dire perdersi. Questa gente ha il pudore del dolore, ma anche la voglia di rinascere. Per questo ho offerto a tutti loro un mensile di mille euro. Con una promessa: che così avrebbero ripreso le loro attività. Poi si vedrà. Gandhi diceva: se vuoi aiutare qualcuno dagli la possibilità di ritrovare la sua dignità».
Una possibilità che altri grandi imprenditori italiani dovrebbero dare? È questo il suo messaggio?
«Non posso dire ad altri che cosa devono fare. Certo, un gigante come Bill Gates ha deciso di offrire il suo denaro agli altri del mondo, ma anche Warren Buffett ha messo i suoi soldi nella Fondazione Gates rinunciando alla vetrina. Questi uomini dovrebbero essere un esempio per l’Italia e per il mondo».
È vero che ha simpatie per Beppe Grillo. Ma com’è possibile?
«Possibilissimo. Ho votato per lui e anche per la sua Virginia Raggi. Il mio era insieme un voto di speranza e ribellione. Leggevo nelle parole di Grillo un vento nuovo che avrebbe spazzato via il male delle mafie e la mediocrità del sistema. Non sopporto di assistere all’agonia del mio Paese. Grillo poteva essere la strada».
Perché parla al passato?
«Perché oggi non voterei né per lui né per la sua sindaca nemmeno se mi torturassero. Hanno dato prova di dilettantismo allo sbaraglio e, a quanto pare, persone poco affidabili e strane assicurazioni hanno camminato molto anche nei loro candidi uffici».
Un aggettivo per Matteo Renzi. Secondo lei vincerà alle nuove elezioni?
«Non un aggettivo, ma una parola: delusione. Il suo governo è stato come comprare una bella cornice per non metterci mai dentro il quadro. Nessuno sa se vincerà alle elezioni. Molti sanno che non vorrebbero».
Lei parla di mediocrità del sistema. Ma Romiti ha navigato nello scorso secolo come il transatlantico del sistema e del potere e oggi diventa improvvisamente l’uomo antisistema. Le rivoluzioni si fanno a 20 anni, dottore. Lei la sta facendo a 93. Insisto: che le succede?
«Senta, troppo spesso potere e responsabilità si fondono e si confondono. Barack Obama, l’ex presidente degli Stati Uniti, ha preso addosso con la sua elezione la responsabilità del mondo intero diventando l’uomo del potere universale, lo come amministratore delegato di Fiat, l’azienda più importante d’Italia, ho dovuto prendere decisioni difficili. La più nota è quella del licenziamento di 23 mila operai. Nell’azienda erano entrati il terrorismo e il caos. Ricordo la telefonata di Virginio Rognoni, allora ministro dell’Interno: “Le Br si sono accordate con i sindacati dottore, sospendete i licenziamenti”. Luciano Lama, Giorgio Benvenuto e Pierre Carniti mi guardavano con facce vitree. Ho detto a Gianni Agnelli: “Avvocato, sparisca per un mese”. Lui sparì e io, se lo crede bene, altrimenti pazienza, sempre con la testa a quelle famiglie sulla strada. Ma non ho avuto un solo dubbio. Fiat doveva salvarsi e con essa l’Italia. E in quella scelta il potere non c’entra un fico secco».
Dica la verità, oggi farebbe lo stesso?
«Non c’è la verità assoluta, ma solo la verità del momento. In questo momento non so proprio che cosa farei».
Molti dicono che la crisi Fiat sia cominciata dopo di lei. Alcuni, prima, con lei...
«Molti dicono tutto. Intanto con me la Fiat era la Fiat. Dopo di me il mio ruolo doveva andare a Paolo Cantarella, ma poi l’Avvocato preferì il brillante vice presidente di General Electric, l’avvocato Paolo Fresco, che però non aveva mai diretto un’azienda. Da lì in poi vi è stato un rotolare fatale».
Parla anche di Sergio Marchionne?
«Non parlo della Fiat di oggi. Ricordo solo che Agnelli diceva: “Sa Romiti, in barca il timone lo deve tenere una persona sola. Quando invece dividi le responsabilità allora è un vero guaio”».
Il momento davvero difficile con Agnelli.
«Dopo la morte di suo figlio. “Avvocato, che cosa si dice a un padre che perde un figlio?” gli ho detto. E lui: “Romiti mi dica piuttosto: come sta lei?”. Pochissimi hanno capito Agnelli. Io invece sono certo che quella malattia fatale è iniziata nell’attimo esatto in cui ha riconosciuto Edoardo in fondo a quel viadotto».
Che dire di Donald Trump?
«Che la sua elezione è una calamità per il mondo intero. I suoi sono muri contro i messicani e gli immigrati, ma anche contro l’Europa e tutti noi. Guardiamo alla ribellione degli intellettuali americani e a Hollywood. Da Philip Roth a Meryl Streep. Ma anche noi cittadini del mondo non possiamo tacere. Dobbiamo parlare e rivoltarci contro tutti coloro che umiliano le ragioni di chi soffre e di chi muore in mare per una nuova vita».
E in questa sua nuova vita le rimane un rimpianto?
«Una nuova vita? A 93 anni ci si può concedere il lusso di fare quello che senti! Un rimpianto però c’è. Quello di non aver mai conosciuto e forse capito i miei figli. Con me la vita è stata generosa, ma è un prezzo caro quello che ho pagato e con me la mia famiglia. Oggi cerco l’emozione del bisnonno nel sorriso di Olivia, la mia pronipotina di quattro anni. Forse solo da vecchi si impara a esser bambini».