Il Messaggero, 15 febbraio 2017
Lo addormentano per morire. «Aveva la Sla, lo ha scelto lui»
La diagnosi cinque anni fa: Sla. Poi, dopo tre anni, la dimissione dall’ospedale come malato terminale, con una aspettativa di quindici giorni di vita, e l’inizio delle cure palliative durate, contrariamente alle previsioni, due anni. L’ultimo mese, la decisione: «Voglio dormire fino all’arrivo della morte, senza più soffrire». Dino Bettamin, 70 anni, macellaio di Montebelluna nel trevigiano, in Veneto, ha deciso di fare ricorso alla sedazione palliativa e rimanere addormentato fino alla morte, sopraggiunta lunedì pomeriggio per crisi cardiaca. Dopo le ultime gravi complicazioni respiratorie, dalle quali era uscito con una profonda angoscia che si manifestava anche con fame d’aria, è iniziato l’iter: la sera del 5 febbraio la Guardia Medica ha aumentato il dosaggio del sedativo che l’uomo già assumeva per flebo e il giorno successivo è iniziata la somministrazione degli altri farmaci del protocollo. «Non è eutanasia – afferma la moglie, Maria Pellizzari – è stata una scelta di vita sua e nostra». E ancora: «Una scelta lucida».
UNA SCELTA PRECISA
A confermare il racconto di quella decisione meditata e presa in piena consapevolezza, Anna Tabarin, l’infermiera che, con una collega, per due anni ha assistito a casa Bettamin: «Non ha mai chiesto di morire. Ha chiesto di dormire fino alla fine. Era profondamente religioso e si è affidato a Dio». L’uomo ha rifiutato ogni trattamento, inclusa la nutrizione artificiale. «Non ha mai chiesto di spegnere il respiratore, nonostante la legge lo consenta nei casi di sedazione profonda, anzi lo terrorizzava l’ipotesi di morire soffocato – prosegue l’infermiera – Ha optato per una scelta in linea con la legge, la bioetica e la sua gran fede».La sedazione profonda, infatti, è consentita dalla legge nel nostro Paese ed anzi è prassi consolidata per i malati oncologici allo stadio terminale. Più rara per altri tipi di patologie. Il caso di Montebelluna – secondo molti il primo di un paziente affetto da Sla – nonostante le differenze di intervento, ha riacceso il dibattito sull’eutanasia. E le polemiche.
L’ATTO TERAPEUTICO
«La sedazione profonda non ha nulla a che vedere con l’eutanasia, cui la nostra Società è contraria – dice Italo Penco, presidente Società Italiana Cure Palliative – L’intervento palliativo è un atto terapeutico con cui si vuole liberae il malato dalla sofferenza, su sua richiesta. L’eutanasia, invece, è la volontà di porre fine alla vita attraverso un farmaco, anche qui su esplicita richiesta. La sedazione è praticata quando il paziente è in fase terminale e i sintomi sono refrattari alle terapie attualmente a disposizione».
Dunque la morte non si induce. Né si accelera. «Studi dimostrano che la sedazione palliativa non solo non diminuisce il tempo di sopravvivenza ma anzi che, dopo una settimana, il malato sedato tende a vivere più a lungo di quello non sedato». Il tempo rimane comunque un fattore fondamentale per i trattamenti. «Il 30/40% dei malati terminali che giungono in hospice – aggiunge Penco – sopravvive meno di una settimana proprio perché arriva tardi ai nostri servizi. Bettamin non è stato il primo paziente di Sla a scegliere questo percorso ma nonostante la legge li riconosca da ormai sette anni, non tutti gli operatori conoscono bene i servizi. Le cure palliative servono a garantire il benessere agli infermi terminali: ciò non vuol dire farli stare in salute ma assicurare una fine vita senza sofferenze».
«La sedazione non anticipa il decesso – ribadisce Luca Moroni, presidente Federazione Cure Palliative – si pratica su malati già destinati a morire. L’unica differenza è che negli ultimi giorni non soffrono». Bettamin, negli ultimi due anni, ha vissuto in casa. «Ha fatto una vita normale – ricorda l’infermiera – usciva, andava a cena con gli amici, seppure in carrozzina e con il respiratore». Poi, «quando si è reso conto che stava crollando, anche psicologicamente, ci ha detto di non essere più in grado di reggere una crisi simile e di voler dormire».