Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 15 Mercoledì calendario

Vietare la bocciatura alle elementari

Una petizione per chiedere di cancellare la possibilità di bocciare nella scuola primaria è stata presentata sulla piattaforma «Change.org». In una settimana ha raccolto oltre seicento firme, molte di nomi che hanno un peso e un ruolo nel mondo della scuola, della pedagogia e della formazione. Si tratta di una presa di posizione importante di cui si terrà conto in Parlamento dove è in discussione la legge delega che prevede la novità.
Era metà gennaio, Valeria Fedeli si preparava alla sua prima uscita pubblica ufficiale dopo il primo mese alla guida del ministero dell’Istruzione. Il consiglio dei ministri doveva approvare le leggi delega alla riforma della scuola voluta dal governo Renzi, tutto ci si aspettava di veder emergere dalla riunione tranne un intervento per permettere di bocciare i bambini nella scuola primaria.
L’argomento era stato sollevato nei mesi precedenti ma nel senso opposto. Molti parlamentari avevano annunciato la soppressione della bocciatura, circolava anche una bozza di legge delega che prevedeva diversi cambiamenti rispetto alle norme in vigore, dall’abolizione della terza prova per gli esami di maturità ai voti in lettere – dalla A alla D – per la scuola primaria, e l’abolizione della bocciatura alle elementari e medie.
La misura era stata accolta da un coro di voci favorevoli. I ministri erano rimasti piuttosto disorientati quando, invece, a metà gennaio la ministra Valeria Fedeli aveva modificato la prima stesura della delega ed eliminato il divieto di bocciare nella scuola primaria. A opporsi in modo esplicito era stato il ministro Andrea Orlando che, secondo quanto riporta l’Ansa, avrebbe insistito per mantenere il divieto, inserito originariamente nella prima stesura della delega. Senza successo: la ministra ha stabilito che la bocciatura non si tocca ma che «l’alunno possa essere non ammesso solo in casi eccezionali e comprovati».
Casi eccezionali e comprovati, quindi, ma i tanti che hanno firmato la petizione si ribellano ricordando le parole di don Lorenzo Milani in «Lettera a una professoressa»: «A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno. Agli svogliati basta dargli uno scopo».
Nel nome di don Milani insegnanti, pedagogisti ed esperti della formazione spiegano il loro no alla norma voluta dalla ministra Fedeli: «I cosiddetti casi eccezionali solo nell’ultimo anno scolastico 2015/2016 sono stati 11.071 e nell’anno precedente 11.866. Chi di noi lavora nella scuola o si occupa di formare i futuri maestri sa non solo quanti sono i respinti ma anche chi sono: figli di immigrati, ragazzi meridionali provenienti dalle famiglie più povere, bambini rom. Oggi come ai tempi di don Lorenzo Milani “la scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde”. La nostra scuola anche oggi perde il 15% dei ragazzi. Dietro questa percentuale noi vediamo i volti dei nostri bambini che non hanno certo bisogno di essere respinti ma di maggiore risorse umane, di insegnanti di sostegno formati, di educatori di strada, di una scuola più lenta, capace di ascoltare le esigenze di questi bambini, di captare le loro difficoltà e quelle delle loro famiglie». Per questo motivo, concludono, «come insegnanti e pedagogisti respingiamo l’idea che la nostra scuola dopo cinquant’anni non abbia ancora compreso che non può respingere nessuno alla primaria ma può solo far valere l’articolo 3 della nostra Costituzione anche per i bambini che sono cittadini alla pari dei “grandi”».

Flavia Amabile

***


Contrario l’ex-sottosegretario all’Istruzione «Ripetere l’anno si può ma dipende da caso a caso»
Non è contrario alla bocciatura in casi eccezionali e comprovati Marco Rossi Doria, primo maestro di strada d’Italia ed ex-sottosegretario all’Istruzione.
«Dipende dalle situazioni. Bisogna valutare caso per caso. Non è una questione che si risolve con norme o suggerimenti dall’alto. Fa parte dei rischi pedagogici dell’insegnante, della sua autonomia».
In tanti si sono invece già schierati contro la bocciatura.
«Tendenzialmente sono contrario alla bocciatura anche alle superiori perché non risolve molto. Nella scuola primaria basta guardare agli obiettivi previsti dalle indicazioni nazionali. Alla fine si fa un’analisi sui punti di forza (che ci sono sempre) e sui punti di debolezza e se ne parla con la famiglia. Ma si va avanti».
Le è capitato di dover bocciare?
«Si boccia solo se ci sono altri motivi da concordare in forma ragionata in modo che si tratti di un percorso accompagnato, non di una punizione. Ci sono casi in cui c’è bisogno di più tempo per studiare. Ma saranno uno su mille. A me non è mai accaduto. Due-tre volte mi sono trovato davanti a casi in cui sarebbe stato anche giusto ma non c’erano le condizioni per l’accompagnamento. Ci ho pensato l’anno dopo intensificando e intervenendo con gli strumenti didattici che un insegnante ha a disposizione».
[FLA. AMA.]



***



Favorevole la presidente nazionale dell’Associazione Pedagogisti Italiani: «Respingere può diventare un’arma pericolosissima»
 
Celeste Pernisco è la presidente nazionale dell’Associazione Pedagogisti Italiani. «Quando si valuta un bambino va preso in considerazione tutto l’iter formativo. Tutto questo prevede tappe e tempi rispettosi dell’evoluzione dei piccoli. Ci sono bambini che accelerano e altri che rallentano ma quello che noi pedagogisti denunciamo da anni è la scarsa attenzione in questo senso. Troppo spesso si chiedono ricette che vadano bene in generale. Mi chiedo se, invece, non sia il caso di ripensare l’intero sistema».
In questa situazione ha senso reintrodurre la possibilità di bocciare?
«In teoria potrebbe anche essere comprensibile. Nella pratica può essere pericolosissimo: si lascia un’arma che non si sa come verrà usata. Gli adulti devono chiedersi se stanno svolgendo il loro compito educativo o se invece si invoca una legge dello Stato perché quel compito non viene svolto».
Lei che cosa pensa?
«Nel nostro lavoro vediamo che esiste un profondo disorientamento nelle famiglie e nelle scuole. Gli insegnanti sono oberati di incarichi, le famiglie sono alle prese con problemi economici o di lavoro. Ogni caso deve essere un caso a sé altrimenti sarebbe uno Stato che entra a gamba tesa nell’educazione del bambino. Sarebbe un errore imperdonabile».
[FLA. AMA.]