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 2017  febbraio 15 Mercoledì calendario

Benvenuti al Polo Sud. «A 50 gradi sotto zero per prevedere le tempeste del Sole»

ROMA Per studiare il Sole bisogna andare dove non tramonta mai. Ecco allora che la stella ha guidato gli astrofisici Francesco Berrilli e Stefano Scardigli al Polo Sud. In alcune settimane, insieme a colleghi americani ed europei, i due scienziati del dipartimento di fisica dell’Università romana di Tor Vergata hanno montato un telescopio che ricostruisce in tre dimensioni il campo magnetico del Sole e permette di studiarne l’atmosfera attraverso le onde di gravità.
L’obiettivo è arrivare a capire il comportamento della nostra stella e prevedere eventuali tempeste solari catastrofiche, tanto potenti da poter mandare in tilt satelliti, Gps e nelle nazioni più vicine ai poli le linee elettriche, oltre a creare problemi agli aerei in volo. «Sono eventi imprevedibili come i terremoti» racconta Berrilli, professore di fisica e astrofisica a Tor Vergata e membro dell’Accademia dei Lincei. «Sappiamo che prima o poi avremo eventi solari potenzialmente catastrofici e che potranno danneggiare infrastrutture nello spazio e sulla Terra. Ma non sappiamo prevedere quando. Una tremenda eruzione solare nel 5480 a.C., per esempio, è stata appena scoperta perché ha lasciato le sue tracce negli anelli di accrescimento degli alberi».
Per prevedere le tempeste sul Sole bisogna però prima affrontare problemi più terra terra: «Viti, cavi e connettori, quanti ne abbiamo fissati per montare lo strumento» ride (ora) Berrilli. «Con temperature che arrivano a -35 °C, e in un giorno di vento raggiungono i -48 °C, è un’impresa: spesso non si possono usare i guanti e a contatto con l’aria le mani congelano in pochi secondi». Per dissetarsi gli scienziati hanno bevuto acqua di 2000 anni fa. «A seconda della profondità, sappiamo quanti anni ha quel ghiaccio. Quello usato alla base risaliva al tempo di Gesù».
Il South Pole Solar Observatory è al momento uno strumento non più grande di un’utilitaria. È arrivato al Polo Sud a bordo di un aereo modificato per atterrare sul ghiaccio a fine dicembre. Poi è stato montato e ha permesso di effettuare dieci giorni di magnifiche osservazioni, mai interrotte da un tramonto. Al termine è stato smontato e portato in un hangar riscaldato, dove ora passerà il durissimo inverno antartico. «Tempo qualche giorno e anche l’ultimo aereo lascerà la base americana Amundsen-Scott che ci ha ospitato» spiega Berrilli, appena tornato a Roma. «Rimarranno poche decine di persone a gestire la base e condurre gli esperimenti di fisica e le osservazioni dell’atmosfera e delle aurore».
Il Polo Sud è il luogo ideale per gli esperimenti di fisica, astrofisica, caccia ai neutrini e scienze dell’atmosfera. «Siamo sopra a 3 chilometri di ghiaccio. L’atmosfera è talmente pulita e stabile che spesso la scia degli aerei che atterrano impiega quasi un’ora a dileguarsi. E per evitare che il calore prodotto dalle attività umane alterasse la stabilità dell’atmosfera, compromettendo le nostre osservazioni, abbiamo montato il nostro telescopio a 5 chilometri dalla base». Ma al Polo anche 5 chilometri possono fare la differenza. «Non scendo nei dettagli, ma anche per fare la pipì ci vogliono coraggio e rapidità, perché il bagno portatile non è riscaldato» racconta Berrilli. Inoltre, le regole sono severissime: nulla può essere abbandonato in loco. Va riportata alla base per essere smaltita anche la lastra di ghiaccio in cui si trasforma la pipì. «In Antartide, poi, per spostarsi si seguono delle bandierine colorate: si passa dall’una all’altra. Una volta, per la pessima visibilità, abbiamo deviato di pochi metri dal sentiero battuto e siamo sprofondati nella neve. Non vedendoci tornare, la base ha mandato un caterpillar che ci ha liberato. Restare all’aperto per troppe ore può essere fatale».
Ora, mentre il telescopio riposa nel suo hangar, i ricercatori si dedicheranno ad analizzare i dati raccolti. «Il collegamento fra Sole e Terra è complesso e difficile da studiare, l’attività del primo influenza la nostra atmosfera, con possibili effetti sul clima» conclude Berrilli. «Da una trentina d’anni, per esempio, l’attività magnetica dell’astro appare in attenuazione. E visto il continuo riscaldamento climatico dobbiamo comprendere esattamente quale ruolo può avere la nostra stella».