Corriere della Sera, 15 febbraio 2017
Ilva, il giudice boccia il patteggiamento. Il nodo dei 1.300 milioni per la bonifica
Milano La bozza di transazione da 1 miliardo e 330 milioni di euro – che alla vigilia del referendum costituzionale l’ex premier Renzi annunciò come già fatta, e sulla quale per il destino dell’Ilva di Taranto e dei lavoratori del più grande impianto siderurgico d’Europa si erano spesi il procuratore Francesco Greco e i suoi pm Stefano Civardi e Mauro Clerici – è per la gip Maria Vicidomini «una abdicazione»: più precisamente, «un accordo omnicomprensivo che, raggruppando in maniera generica una molteplicità di reciproche rinunce ad azioni esercitabili in sede civile, amministrativa e penale, rischia di tra-dursi in una sostanziale e totalizzante abdicazione alla tutela di molteplici e variegati interessi che richiederebbero altre forme di salvaguardia, non solo da parte degli imputati ma anche del commissario straordinario di Ilva e del curatore speciale di Riva Fire».
Il gip respinge dunque, «per assoluta incongruità delle pene concordate a fronte della estrema gravità dei fatti contestati», i patteggiamenti proposti con il consenso dei pm da Adriano Riva (2 anni e mezzo per bancarotta, truffa allo Stato e trasferimento fittizio di valori); dal nipote Nicola (2 anni per bancarotta); e dall’altro nipote Fabio, che aveva già una condanna a 6 anni e mezzo per associazione a delinquere su reati fiscali e truffa allo Stato (poi cassata per la parte della truffa), e che dunque avrebbe voluto metterne il rimasto segmento di 4 anni in continuazione con 1 anno per la bancarotta. Continuazione che la gip nega per «la radicale diversità» dei reati, «emergendo piuttosto un’abitudine di vita di Riva ispirata alla sistematica consumazione di illeciti».
In ballo c’era l’accordo nel quale la desistenza dei Riva (dopo la morte del capofamiglia Emilio) era il tassello cruciale del puzzle assemblato dalla Procura di Milano con una legione di avvocati (tra gli altri Severino, Lombardi, Annichiarico), il commissario di Ilva, il curatore speciale di Riva Fire, la Procura di Taranto, banche estere e autorità giudiziarie straniere a un solo scopo: mettere fisicamente a disposizione della bonifica ambientale la colossale somma estera (sequestrata nel 2013 dal gip Fabrizio d’Arcangelo) che i Riva avevano distratto negli anni e schermato con complicati passaggi nei trust offshore Orion, Sirius, Venus, Antares, Lucam, Minerva, Paella e Felgan con la consulenza dei commercialisti Franco Pozzi e Emilio Ettore Gnech.
Ad avviso del gip Vicidomini, però, «gli impegni dei Riva non possono assumere rilievo in questo procedimento» nel quale i soldi furono sequestrati «come profitto del riciclaggio» e non dell’odierna bancarotta. Il gip ritiene di non poter fare una «confisca diretta» (cioè di proprio «quei» 1.330 milioni profitto del reato), perché «non è individuabile un rapporto di pertinenzialità diretta rispetto all’illecito nei termini di certezza necessari»; e nemmeno giudica di poter fare una «confisca per equivalente» (cioè di altre somme di valore identico), perché «normativamente non è prevista per la bancarotta».
In realtà, almeno nel caso di Adriano l’accusa di «12 quinquies», cioè di «trasferimento fraudolento di valori», in teoria avrebbe potuto legittimare (pur a 3 mesi dalla prescrizione) la «confisca per equivalente». Ma il gip la esclude perché «difettano accertamenti specifici sulla sproporzione dei beni sequestrati rispetto alle attività economiche degli indagati»: osservazione che sembra però risentire di un riflesso di sovrapposizione del «12 quinquies» al «12 sexies», cioè all’ancora differente terza possibilità di «confisca allargata o per sproporzione», che – questa sì – impone appunto quegli accertamenti sulla sproporzione tra beni e redditi.