Corriere della Sera, 15 febbraio 2017
Nord Corea, avvelenato il fratello di Kim. Chi ha eliminato «l’amico» della Cina?
PECHINO Aeroporto di Kuala Lumpur, Malesia, lunedì. Due donne si avvicinano a un uomo corpulento in attesa di un volo per Macao, lo colpiscono con aghi o forse con uno spray al veleno. La vittima cade a terra, spirerà pochi minuti dopo in ambulanza.
Il morto è Kim Jong-nam, 45 anni, fratello maggiore del leader nordcoreano Kim Jong-un. La notizia è arrivata ieri sera dalla Corea del Sud, passata alla stampa da fonti governative di Seul. La polizia malese ha confermato il «decesso improvviso». Gli esperti di questioni coreane ricordano che agenti di Pyongyang hanno usato in passato siringhe con veleno per eliminare avversari del regime all’estero. Le due esecutrici sono state viste salire su un taxi.
Kim Jong-nam, nato nel 1971, era il primogenito di Kim Jong-il, dittatore numero due della dinastia nordcoreana, morto di malattia nel dicembre 2011. Era fratellastro di Kim Jong-un: stesso padre e madre diversa, la sua era un’attrice sudcoreana deceduta a Mosca dopo un’esistenza tormentata. La madre di Kim Jong-un, nell’iconografia nordcoreana, è considerata la sposa ufficiale. Essendo più grande di Kim Jong-un (classe 1983), Kim Jong-nam era considerato il possibile successore ma era caduto in disgrazia per comportamenti sconcertanti: nel 2001 fu bloccato all’aeroporto di Narita in Giappone con un passaporto falso, sostenne di essere diretto a Disneyland Tokyo in viaggio di piacere. Da allora girovagò all’estero, avvistato a Mosca, Pechino, Macao, Hong Kong e altri luoghi di svago. Era anche loquace: «Personalmente sono contrario alla successione dinastica», disse nel 2010 a una tv giapponese. Una dichiarazione che sicuramente non doveva essere piaciuta al fratellino Kim Jong-un.
La residenza preferita di Kim Jong-nam era Macao, città di casinò e divertimenti, dove secondo fonti d’intelligence occidentale i cinesi gli pagavano i conti del tavolo da gioco e lo tenevano in naftalina nel caso fosse servito rimpiazzare il fratello Kim Jong-un, personaggio incontrollabile nella sua corsa a atomiche e missili (l’ultimo lanciato domenica durante il vertice Trump-Abe). Si diceva anche che Kim Jong-nam fosse vicino a Jang Song-thaek, lo zio considerato il numero 2 del regime fino a quando nel 2013 Kim Jong-un non lo fece arrestare e giustiziare. Anche allora fu Seul a svelare la notizia, confermata solo settimane dopo da Pyongyang. E i cinesi non furono per niente contenti: l’esperto Jang era considerato il loro referente principale nel regime nordcoreano.
I figli avuti in due matrimoni da Kim Jong-il erano 4. Non solo a Seul, ma anche a Pechino circolano voci sulla famiglia. Come quella secondo la quale la squadra di pretoriani che nel 2013 arrestò lo zio Jang era guidata dal poco noto Kim Jong-chol, 37 anni, un altro fratello maggiore dell’attuale capo.
Anche questo Kim, che ha 3 anni più del fratello diventato leader, sarebbe stato destinato a ereditare il potere per motivi di età, ma secondo le fonti il padre lo trovava debole e lo saltò nella designazione. Così come era accaduto a Kim Jong-nam, bruciato dal «caso Disneyland». Kim Jong-chol è un patito di musica occidentale: è stato visto nel 2010 a Singapore a un concerto di Eric Clapton e poi alla Royal Albert Hall di Londra.
C’è anche una sorella, la più piccola, Kim Yo-jong, 29 anni. Nella nomenklatura avrebbe solo il grado di viceministro, ma con una delega fondamentale per un regime che si basa sulla venerazione del suo leader: la ragazza Kim dirige il Dipartimento Propaganda, segue la diffusione delle notizie, glorifica le «imprese» del fratello Kim Jong-un, immancabilmente definito il Rispettato Maresciallo. Molte le speculazioni sul futuro della giovane: alcuni osservatori ritengono possa salire ancora, altri ricordano che quello nordcoreano è un sistema patriarcale, con margini ristretti per le donne.
Perché questo delitto? Dopo aver eliminato lo zio, forse Kim Jong-un ha voluto togliere di mezzo l’altro possibile sostituto in contatto con Pechino. E probabilmente aveva ragione Obama quando ha detto a Trump che il suo primo problema di politica estera sarebbe stata la Nord Corea dei Kim.Guido Santevecchi
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Il circolo milanese che adora la dinastia. «Ora basta bugie»
La saracinesca resterà chiusa: la sede dell’«Associazione di amicizia e solidarietà Italia-Repubblica popolare democratica di Corea» è in fase di trasloco. Peccato, perché si trovava in un punto ideale, al centro del «quadrilatero dei pensatori», tra via Carlo Marx, Via Engels e via Benjamin Constant. Quartiere di Quarto Cagnino, Milano. Tra palazzoni di periferia che non sfigurerebbero a Pyongyang, in un grigio rotto soltanto dal rosso acceso del murale che non lascia nulla all’immaginazione – stelle e compassi, slogan internazionalisti – si sono celebrate negli scorsi anni le gesta della famiglia Kim. L’occasione? «Per esempio il genetliaco del Caro leader Kim Jong-il (cade il 16 febbraio, ndr )», dice Cristian Pivetta delegato ufficiale dell’associazione e direttore del «Centro studi sull’Idea Juche di Milano»: in pratica, il massimo esperto nel nostro Paese (con il senatore Razzi) della «filosofia che guida la Corea del Nord, plasmando uomo e teorie marxiane secondo la realtà e i bisogni di una società antica e complessa».
Pivetta ha 45 anni e, come lavoro, fa il capostazione. Nel 2014, insieme a Davide Rossi, direttore del «Centro studi Anna Seghers», autore del saggio «Pyongyang-l’altra Corea», ha deciso di propagare il verbo dei Kim in Italia. Perché? «Ero stufo di tutte le bugie che si dicono sulla Corea del Nord, dipinta ora come una “dittatura feroce”, ora come un Paese “aggressivo” ma “povero e derelitto”». Invece... «Invece – sostiene convinto – nei miei numerosi viaggi ho scoperto una società certo non perfetta (la nostra forse lo è?), ma dove nessuno soffre la fame. Non ci sono accattoni in Corea del Nord, né bambini senza istruzione o, peggio, senza scarpe».
Tanto entusiasmo non poteva passare inosservato nel Regno Rosso. Pivetta ha avuto l’onore di essere citato dalla Kcna, l’agenzia ufficiale di Pyongyang, che ha annunciato «i preparativi per i festeggiamenti in Italia del compleanno del Caro leader», forse non sapendo dell’imminente trasloco («quest’anno non siamo riusciti a fare nulla»). Dell’ormai celebre senatore Razzi, capofila dei politici «amici di Pyongyang», non ha solo sentito parlare: «L’ho conosciuto là, lo vedo spesso all’ambasciata nordcoreana, a Roma: un uomo per bene, ha fatto il camionista».
Resta da capire come Pivetta giudichi la notizia dell’assassinio del fratello dell’attuale leader. Il capostazione, che non si definisce comunista ma «juchenista», non ha ovviamente dubbi: «In Occidente hanno già deciso chi è il cattivo. Ma le prove dove sono?».
Luigi Offeddu e Paolo Salom