Corriere della Sera, 15 febbraio 2017
Le forze in campo dei generali dem
ROMA «Abaterusso Gabriele (Lecce), Abbà Rossana (Torino), Abbate Dario (Caserta)... Zoggia Davide (di diritto, commissione nazionale)». Dalla A alla Z, l’assemblea nazionale del Pd che si riunisce domenica – tra molti sconosciuti e pochi volti noti – è estendibile da mille a 1.400 componenti, se si aggiungono al plenum i cento in rappresentanza dei parlamentari dem e i trecento eletti contestualmente alle assemblee regionali (che però domenica mancheranno all’appello).
Le correnti
I mille delegati con la «D» maiuscola – quelli eletti alle primarie dell’8 dicembre 2013 – rispecchiano la vittoria dell’attuale segretario ai gazebo: Renzi (67%), Gianni Cuperlo (19%), Pippo Civati (14%). Nella pancia delle tre quote, tuttavia, c’è di tutto: nella maggioranza, oltre ai renziani (2/3), c’è Area Dem di Dario Franceschini e Piero Fassino (1/3); nella minoranza di Cuperlo vanno conteggiati anche i delegati dei Giovani turchi di Orlando e Orfini che in quell’area antirenziana convivevano anche con Sinistra è cambiamento» (Maurizio Martina) prima di passare in maggioranza. I delegati di Civati (uscito dal Pd) non dovrebbero avere interesse a partecipare, a meno che non si siano riannodati i contatti con Sandra Zampa e Sergio Lo Giudice rimasti nel partito come Rete Dem. All’appuntamento dell’hotel Parco dei Principi, devono essere presenti almeno la metà più uno dei mille (o dei 1.100) altrimenti all’assemblea mancherebbe il numero legale. Ma è immaginabile che quasi 700 delegati arriveranno a Roma pronti ad approvare (salvo colpi di scena) la linea «congresso subito».
La direzione
Pantografando i rapporti di forza, dall’assemblea alla direzione del partito, il discorso non cambia: la mozione della maggioranza è passata in direzione con 107 favorevoli (cinque erano «orfiniani» mentre Orlando e Russomando non hanno votato, come gli assenti Cozzolini e Gualtieri) e 12 contrari: «Abbiamo toccato il massimo storico», confessa, con un pizzico di autoironia un bersaniano doc. Cinque gli astenuti e una quindicina (come Cesare Damiano) i non partecipanti al voto. Renzi, dunque, fin qui avrebbe fatto bene i conti che lo danno vincente senza affanno negli organismi di partito.
L’Aula
Ma nei gruppi parlamentari (eletti a febbraio del 2013, quando il segretario era Bersani) il peso della minoranza e dei non renziani della maggioranza è ben diverso. Nel 2013, dei 120 posti bloccati, tra Camera e Senato, 40 furono concessi alla riserva renziana: oggi quei parlamentari costituiscono il nucleo dei fedelissimi di Renzi che, algebricamente, si annullano con i 40 della minoranza. Ma un terzo del gruppo Pd (303 deputati) fa capo ad Area Dem (Franceschini-Fassino) che – insieme ai 35-40 giovani turchi (divisi in parti uguali tra Orlando e Orfini), ai 40 di Martina e ai tanti battitori solitari – potrebbe fare la differenza se e quando arriverà l’ordine di Renzi di staccare la spina al governo Gentiloni.
Al Senato (118 parlamentari Dem), i 20 giovani turchi tifano quasi tutti per Orlando e, sommati alla minoranza (20-23), sono massa di manovra. Nelle commissioni Affari costituzionali (incubatrici della legge elettorale), i renziani soffrono più che altrove: alla Camera i rapporti sono sei a sei con la minoranza; al Senato il partito ha perfino dovuto sfiduciare i bersaniani Gotor e Migliavacca per evitare che passasse un emendamento al decreto milleproroghe. Non gradito.