il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2017
Guido Martinetti: «Solo il perdono mi ha salvato dopo aver distrutto una vita». Intervista al co-fondatore di Grom
Il primo febbraio Fabio ha giustiziato con tre colpi di pistola Italo, il ragazzo che aveva travolto con la sua auto Elisa, passando col rosso. Elisa era la moglie di Fabio, per giorni il Paese si è diviso tra chi ha empatizzato con l’assassino e chi non gli ha concesso attenuanti. Poi le novità sull’omicidio di Vasto sono state declassate da titoloni a trafiletti e quel che resta è un caso emotivamente irrisolto, senza sfumature. C’è un colpevole, c’è un assassino.
Poi c’è la vita, che per fortuna è molto più complessa. E racconta storie che con l’epilogo di Vasto non hanno nulla a che fare. Storie che iniziano come quella di Vasto – un errore imperdonabile alla guida, un innocente che muore – ma che prendono strade imprevedibili.
Questa, per esempio, è la storia di Guido e della donna a cui in un giorno d’agosto di qualche anno fa Guido ha ucciso (senza volerlo) il papà. Guido è Guido Martinetti, 42 anni, imprenditore di successo, co-fondatore della celebre catena di gelaterie Grom. Quella sera del 2012 tornava a Torino, dopo una serata da amici in Liguria. Era passata la mezzanotte, era stanco, aveva bevuto un po’. Poi il colpo di sonno e il tamponamento dell’auto che lo precedeva, violentissimo. Su quell’auto c’erano un uomo di 65 anni e sua moglie, tornavano dalle vacanze in Costa Azzurra. Quell’uomo morì, sua moglie ebbe 40 giorni di prognosi, Guido riportò un trauma toracico, uno addominale e altre lesioni. Accertate le sue responsabilità, patteggiò un anno e dieci mesi. Questa è la fredda cronaca, ampiamente raccontata dai giornali.
Quello che nessuno conosce è la storia di Guido e della figlia dell’uomo che quella sera ha perso la vita, M.: “Quando ho sentito i fatti di Vasto ho rivissuto la mia storia con Guido, la morte di papà e ancora una volta ho pensato che se non avessi perdonato, la mia vita sarebbe stata una condanna anche per me oltre che per Guido”, racconta M. Le chiedo della notte dell’incidente. “Avevo sentito mamma e papà alle dieci di sera, stavano partendo. Alle tre è squillato il telefono di casa, mio papà era già morto”.
In ospedale hai saputo subito cos’era successo?
Soltanto che c’erano mia mamma in rianimazione e un ragazzo in sala operatoria. Ho pensato che mio padre avesse provocato l’incidente, per un po’ mi sono sentita dalla parte di chi è parente di qualcuno che ha causato la morte di un innocente. Questo capovolgimento di ruoli in seguito mi ha aiutata a capire che non esiste solo un tipo di dolore in queste vicende.
Poi hai saputo la verità e Guido era lì, nello stesso ospedale in cui andavi tutti i giorni.
Sì, una mia zia era andata in camera da lui, lo aveva aggredito e io mi ero arrabbiata molto. Poi sono scesa al bar e ho incontrato il fratello di Guido. Mi ha detto che lui era straziato, ci siamo abbracciati e mi ha lasciato il numero del fratello. Ho scritto un sms a Guido, chiedendogli se voleva incontrarmi. Lui mi ha risposto “Anche subito”. Sono andata di lui di nascosto.
Cosa hai provato quando l’hai incontrato?
Io credo che mio padre da lassù mi abbia rassicurata sul fatto che Guido mi avrebbe fatto del bene. Tra noi si è creato subito un legame speciale, ha ammesso le sue responsabilità, ha detto che in quel periodo era stato fagocitato dal lavoro e non aveva ascoltato chi gli aveva suggerito di fermarsi un po’.
Come si fa a perdonare e a farlo così velocemente?
Per me questo perdono è stato un dono. Mi sento privilegiata ad aver avuto questa reazione perché non sarei riuscita a convivere con un sentimento negativo. Sono fortunata perché dall’altra parte c’è stata una persona come Guido, ci siamo sostenuti a vicenda.
E tua madre come ha vissuto tutto questo?
Mia mamma non mi capisce. Lei non ha voluto guardare Guido negli occhi e sebbene la comprenda, mi spiace vederla convivere col rancore.
Chiedo a Guido di raccontarmi di quella notte. “Ero stanco, in quel periodo la passione per il mio lavoro mi aveva completamente assorbito. Avevo una campionatura di pesche per il gelato in macchina, quando sono finito fuori strada il campo era pieno di pesche schiacciate, spappolate perfino sui vetri della mia auto. I primi soccorritori pensarono che fosse tutto ciò che era rimasto di me.
Quando hai saputo che dopo il tuo tamponamento era morto un uomo?
Ho subito un’operazione, mi sono svegliato e mio fratello me lo ha detto subito.
Come hai reagito?
Ho pensato che avevo avuto l’arroganza più estrema, disporre della vita di un’altra persona.
Ti spaventava l’idea di incontrare i suoi parenti?
No, sapevo solo che avrei fatto tutto quello che avrei potuto per alleviare l’immenso disastro che avevo provocato. Ho incontrato quattro avvocati diversi. In tre mi hanno suggerito vari escamotage, dall’addossare le colpe alla vittima al puntare alla prescrizione, il quarto mi ha suggerito di patteggiare. Era la scelta onesta e mi sono affidato a lui. Ho chiesto alla mia assicurazione di non trattare, di dare alla famiglia quanto aveva chiesto. Il giudice ha accettato il patteggiamento perché M. gli aveva scritto una lettera in cui raccontava che i nostri rapporti erano sereni.
E se M. non ti avesse perdonato?
Non sarei riuscito a vivere, il senso di colpa mi avrebbe mangiato. E invece così mi sento in debito con la vita, ho una sorta di “responsabilità” nei confronti della vita, devo essere un buon amico, un buon amante, un giorno magari un buon papà. Devo restituire e trasformare in qualcosa di buono questa opportunità che ho avuto.
Sono passati 5 anni. Che rapporto avete tu e M.?
Tra noi c’è un legame di sangue, qualcosa di atavico. Si dice che i veri legami si creino in trincea, condividendo le difficoltà. Ecco, noi siamo questo. Due persone che sono state insieme in trincea.
Cosa hai pensato quando hai saputo dell’omicidio di Vasto?
Me lo ha raccontato proprio M., a cena. Ho pensato che ci sia un elemento fondamentale che aiuta il perdono, ed è la cultura. Non parlo di quella strettamente accademica, bensì di quella che regala sensibilità e una visione della vita più ampia, quella che aiuta a capire la fragilità umana e il senso del perdono.
E tu, sai perdonare?
M. è stata un grande esempio per me. Non parlavo con mio padre da tre anni, ero arrabbiato con lui, poi un anno e mezzo fa è morto il papà del mio socio Federico. Mi sono detto: M: ha perdonato me, chi sono io per non perdonare mio padre? Abbiamo ripreso a parlarci e oggi so una cosa importante. È quello che mi ha insegnato M. in questi anni di buio e luce: il perdono rende liberi.