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 2017  febbraio 15 Mercoledì calendario

La corruzione è spesso in natura

Sono mesi che Michele Corradino riempie teatri, librerie, sale di biblioteche e qualsiasi altro spazio che gli viene messo a disposizione. Lo fa sì per presentare il suo libro (È normale... lo fanno tutti. Storie dal vivo di affaristi, corrotti e corruttori), ma in fondo quell’agile volume uscito a ottobre per Chiarelettere diventa l’occasione per denunciare un fenomeno ribattezzato «normalizzazione e banalizzazione della corruzione».
Magistrato del Consiglio di stato, dal 2014 in forza all’Anac al fianco di Raffaele Cantone (che ha firmato la prefazione del testo), con un passato da funzionario della Banca d’Italia e capo di gabinetto al Mipaaf, Corradino da anni gira le scuole del Paese per parlare di lotta alla corruzione e difesa della legalità.
Ha deciso di mettere in fila le idee e vergare 160 pagine nelle quali, servendosi di intercettazioni ambientali, telefoniche e di altri atti di inchiesta, racconta in forma anonima come si è trasformata la corruzione in Italia negli ultimi anni. «Non mi interessa approfondire un singolo caso, voglio descrivere un nuovo fenomeno sociale» è la sua motivazione.
Ieri al Teatro Fabbri di Forlì, nell’ambito di un evento organizzato da Confcooperative Forlì-Cesena, Corradino ha incontrato circa 500 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado che l’hanno tenuto incollato sulla sedia per oltre un’ora e mezza con domande, obiezioni e suggerimenti.
A suscitare l’interesse dei ragazzi è stato il racconto fatto dal magistrato di un sistema corruttivo a tratti familiare e quotidiano, che riguarda tutti, nessuno escluso.
Lontano dalle inchieste giudiziarie che coprono le pagine dei giornali, senza sterili contrapposizioni ideologiche ma con un approccio un po’ più laico di certi professionisti dell’antimafia, Corradino ha snocciolato la sua tesi. «La corruzione incide direttamente sulle vostre vite», ha detto rivolgendosi ai ragazzi, «incide sul merito, anzi uccide il merito».
Il problema, è il suo ragionamento, sta nel fatto che se da un lato l’Italia è tra gli Stati a più alto tasso di corruzione in Europa, dall’altro è anche in cima alle classifiche quando si parla di fuga dei cervelli all’estero.
Segno che i danni della corruzione sul sistema formativo ed economico del nostro Paese si vedono, eccome. «Oggi assistiamo a un fenomeno di normalizzazione e banalizzazione della corruzione», è stato il refrain ripetuto da Corradino, «significa che l’indignazione ha lasciato progressivamente il posto alla tolleranza, la soglia di accettazione di certi comportamenti si è incredibilmente abbassata e le nostre cronache quotidiane ci raccontano talora di una diabolica simpatia sociale verso chi riesce ad aggirare le regole oliando il sistema».
In altre parole, il corruttore non è visto come un ladro, bensì come un furbo. E qui il problema, argomenta Corradino, è innanzitutto di tipo culturale; «per questo ci tengo a parlare innanzitutto agli studenti».
A questa banalizzazione si accompagna una «trasformazione della corruzione che passa attraverso la smaterializzazione della tangente». Ormai, ha spiegato, «la mazzetta viene sostituita da beni di ogni tipo, compresi i più impensabili, dalle caldaie alla carta igienica fino a un escavatore; il rapporto tra corruttore privato e funzionario pubblico corrotto è talmente stretto e intrinseco che diventa anche difficile distinguere i ruoli». Tranne quando non si arriva all’estremo di dipendenti pubblici o politici a libro paga dei corruttori. E qui gli esempi fatti i sprecano.
Una via d’uscita però c’è. «L’arma è quella della trasparenza globale della pubblica amministrazione e della politica, unita a un’azione coordinata di magistratura nella repressione e Anac nella prevenzione».
Trasparenza che non si limita alla pubblicazione dei documenti, ma che «significa rendere accessibili a tutte le persone i dati e le informazioni sul funzionamento delle nostre strutture statali, sugli appalti, le licenze, le concessioni edilizie, così che i cittadini e i giornalisti siano messi nelle condizioni di controllare l’operato delle strutture pubbliche».