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 2017  febbraio 01 Mercoledì calendario

Sono pentito. Intervista a Fortunato Cerlino

«Dopo Pietro Savastano, questa è l’ultima volta che do il mio corpo a un boss». Fortunato Cerlino, uscito da Gomorra – La serie con la morte del suo personaggio, è ora al cinema con Socialmente pericolosi di Fabio Venditti. Tempo un mese e passerà addirittura dall’altra parte, poliziotto dei Falchi, diretto dal figlio di Nino D’Angelo, Toni.
Perché «camorrista mai più»?
«Il male ha un fascino, e di quel fascino io sono stato, per un certo periodo, l’espressione. Esserlo mi ha dato successo: mondo nuovo, ritmo furente, porte su porte che si aprivano. Ma tante si chiudevano».
Quali?
«Registi altisonanti mi volevano a tutti i costi nei loro progetti, ma poi c’era sempre un vaglio da superare con qualche produttore che – per condizionamento, o per subcultura – mi tagliava fuori. “Sei camorrista, non riesco a venderti in altre vesti”. Come se tutto il lavoro fatto prima, il lavoro di attore a teatro, fosse svanito».
Perché allora questa ultima parte da criminale?
«Non per i soldi – è un low-budget – ma per la storia. Vera, tratta dal libro La Mala Vita, sull’amicizia tra un giornalista, lo stesso Fabio Venditti, interpretato da Vinicio Marchioni, e un boss dei Quartieri Spagnoli, Mario Savio, in carcere di massima sicurezza con “fine pena mai”, interpretato da me. Amicizia così forte che, quando il camorrista si ammala, l’altro lo ospita in casa».
Che ricordo ha del congedo da Gomorra?
«Il mio Savastano viene ucciso dal suo nemico più grande: l’amore. Un doppio amore, per la moglie scomparsa, Imma, e per Patrizia, la donna che ora gli piace. Che sia stato l’amore ad ammazzarlo mi conforta».
Che cosa le ha lasciato quel set?
«Una famiglia che mi manca. E proposte che piovono dall’estero (la serie di Sky è stata venduta in 113 Paesi, ndr)».
Quanto ne sapeva, di quella realtà?
«Un amico me l’hanno ammazzato. Un giorno, uno mi ha detto: “Vieni con me”. Mi mette in mano una pistola, voleva che sparassi al cartellone di una fermata di autobus perché quella linea non era stata autorizzata dal clan. Tornai a piedi a casa. E non fu l’unica volta. “Tu mo’ che stai facenn’? Ah, l’artiscta. E che guadagni? La tieni la patente p’i camion? Se no, te la faccio prendere io e due volte al mese me ne porti uno a Milano, con un carico di mozzarelle sigillato. Duemila euro a viaggio”. Avrei dovuto certo trasportare ben altro. La verità è che ne ho mandati affanculo parecchi, di camorristi».
Che cosa l’ha salvata?
«La famiglia onesta da cui provengo. I valori all’antica. Al mio posto avrà detto sì un ragazzo meno fortificato».
Che infanzia ha avuto?
«In campagna, quartiere Pianura. Semplice come mia nonna Rosa. Nonno proprietario terriero, 29 figli, uomo perbene. Dopo scuola andavo a zappare la terra: piantavamo le patate, i pomodori. Oggi abbiamo reciso le nostre radici».
Ha in programma di diventare padre?
«Se finora non lo sono diventato non è stato per mia volontà. Io credo nell’evaporazione dei padri teorizzata da Massimo Recalcati: Telemaco attende il ritorno di Ulisse affinché ristabilisca ordine a Itaca, invasa dai Proci. Siamo dentro questa transizione, in cui figli senza orizzonte cercano la strada per diventare giusti eredi».
Crede nell’analisi come terapia?
«L’ho fatta a lungo. La renderei obbligatoria in ogni scuola. Capire dove sei e che cosa stai facendo è fondamentale in un Paese civile maturo».
In che cosa lei e Napoli vi assomigliate?
«Nella luce forte da spaccare e negli angoli bui, che non ci metteresti mai piede. Nell’essere una sfera in equilibrio: da una parte cadi nella bocca del Vesuvio, dall’altra nella spuma delle onde del lungomare».
Per Falchi l’ha girata in motocicletta.
«Questo corpo speciale della polizia fa così: è molto rispettato dai delinquenti, di cui ha stessa lingua e gli stessi modi rudi. Un Falco non dà del lei, ma del tu».
La sua compagna è la photoeditor Antonella Sava. Come è nato il vostro amore?
«Da amici, a vedere la partita di Coppa Italia Napoli-Lazio del 2015. Io ero nella fase “non voglio una relazione”. Lo dichiaravo subito e mi prendevo quel che veniva. Ed ecco lei in cucina, folgorazione. Te ne accorgi subito, quando una donna ti manda gambe all’aria e non puoi farci il cretino perché sarai il primo a bruciare. L’ho accompagnata la sera stessa, ci siamo scambiati i numeri, le ho mandato un messaggio: “Mi piacerebbe rivederti”. Ha risposto dopo due giorni».
E?
«L’ho portata al mare, a Fregene. Era ormai notte e, mentre parlavamo in spiaggia, nel cielo è passata proprio sopra la nostra testa Samantha Cristoforetti. Avevamo avuto la sua benedizione, ed era universale, celeste. Scherzavamo: “Attaccherà alla navicella lo striscione con su scritti i nostri nomi, come gli aerei d’estate sugli stabilimenti balneari”. E lì mi sono sentito come il mio nome. Fortunato, da allora sempre, e totalmente. In ogni respiro che faccio».