il venerdì, 27 gennaio 2017
E Soriano consigliò ad Arpinio: comprate Maradona
Quelli della “Gloriosa Butteler”, gli ultrà della squadra di calcio del San Lorenzo de Almagro, domenica gli dedicheranno una bella festa, tra football e letteratura. Perché Osvaldo Soriano resta il tifoso più importante del club di Buenos Aires, naturalmente dopo Papa Francesco (il terzo è l’attore Viggo Mortensen). All’incrocio tra l’avenida MachadoTandil e la IV Aprile c’è un grande murale con una scritta: «Uno va sempre in cerca della sua origine, della sua identità». Lo scrittore è dipinto in maglia azulgrana, la solita sigaretta tra le dita, mentre con enormi ali d’angelo vola sul quartiere della Boeda e il suo stadio, il Nuevo Gasometro. Domenica sono 20 anni che Osvaldo Soriano se ne è andato. «Però a me è sempre piaciuto più il football della letteratura» raccontava. «E ognuno dei miei libri ha i suoi tifosi, anzi: i suoi ultrà». Ricordava che una volta, a una fiera, gli si era è avvicinato un tipo: «Questo mi guarda brutto negli occhi e ringhia: “Soriano, ma che c.. fai? Triste, solitario y final è una vera porcheria, hai capito? Mica come Quartieri di inverno: quello sì, che è un capolavoro. Stai attento”. E io, che cosa potevo rispondergli? Gli ho detto: va bene, amico...». Il 29 gennaio è in programma anche una cerimonia davanti alla tomba di Soriano detto El Gordo, nel cimitero della Chacarita. Ci saranno conoscenti, lettori e tifosi, ultrà. Che poi, per Osvaldo erano un po’ la stessa cosa.
A dicembre sono passati 30 anni dalla scomparsa di un altro scrittore e giornalista, amante dello sport e tifoso di calcio, che con l’argentino compartiva tanti interessi e una infinita amicizia. Giovanni Alpino detto Arp. Strana storia, tra i due: Arp e il Gordo si erano conosciuti quasi tre anni dopo che l’italiano aveva recensito entusiasta «fino alla commozione» il primo libro dell’altro. Ma nel 1974 non c’era internet, e quell’articolo sulla Stampa finì tra le mani di Soriano – nel frattempo rifugiatosi a Bruxelles, lontano dall’Argentina dei colonnelli – solo molto tempo più tardi, complice l’incontro di pugilato a Montecarlo tra Carlos Monzon e Rodrigo Valdez che entrambi – la boxe, un’altra passione in comune – seguirono da cronisti. Dicono che Osvaldo fosse imbarazzato per i tanti complimenti ricevuti dall’autore del romanzo (Il buio e il miele) cui Dino Risi s’era ispirato per un film (Profumo di donna) che lo aveva profondamente colpito: «Ma più per i personaggi e l’argomento, che dal film in sé», cercò di spiegare. Giovanni sorrideva. E insomma: tra un cazzotto, una sigaretta e un pezzo da scrivere a bordo ring, quella sera s’era stretta una fratellanza. Proprio una strana storia. Raccontata in maniera esemplare da una serie di lettere tra i due raccolte nel 2007 da Massimo Novelli (Bracconieri di storie, Spoon River editore, pp. 110, euro 11). Dove si parla di letteratura. E di calcio, di quel calcio che soprattutto allora era la metafora della società.
Soriano mica era solo un fuoriclasse con la macchina scrivere. Al pallone ci aveva giocato da ragazzo, a Tandil – 350 chilometri da Buenos Aires, dove con la famiglia aveva seguito il peregrinare del padre, impiegato della compagnia nazionale delle acque – era un attaccante di quelli che la metteva sempre dentro, e prima di un infortunio al ginocchio giurava orgoglioso di avere segnato pure un gol al “negro” Graneros, che divenne poi un gran portiere col Club Atlético Banfield. Conosceva molto bene l’argomento, Osvaldo. Al punto di suggerire all’amico Arp un buon giocatore per il Torino, un giovanissimo talento. Indovinate un po’ chi? «Caro Giovanni, mi raccontano gli amici che in un piccolo club di Buenos Aires, Argentinos Juniors, si trova la salvezza del Torino. Si chiama Diego Armando Maradona, ha 18 anni ed è, stando al parere dei giornalisti e dei miei stessi amici, il miglior giocatore (sebbene sia bassetto) degli ultimi trent’anni. Fa due gol per partita (la sua squadra fa pena, ma lui è il migliore), ed è già nella selezione nazionale. Certo tutte le grandi squadre, e il Barcellona, lo vogliono comprare; costa, credo, cinque milioni di dollari. Se il Torino possiede questa cifra di denaro, è salvo. Si dice che al suo confronto, Sivori sia un energumeno. Dopo non dite che non vi ho avvertito». Era il maggio del 79: il campionato si chiuse con i granata al terzo posto. Maradona restò ancora due stagioni all’Argentinos Juniors, poi passò al Boca e solo tre anni più tardi – ah, se i dirigenti del Torino avessero dato ascolto al Gordo e Arp, che continuava a proporre senza successo quel “bassetto” fu acquistato dal Barcellona. È un carteggio intenso e appassionato tra i due, che scambiano riflessioni su altri, rispettivi romanzi: Mai più pene né oblio e i primi racconti che poi diventeranno Fùtbol, per il Gordo; Azzurro Tenebra, con cui Arp racconta il fallimento dell’Italia di Valcareggi. Soriano si dice “disgustato” dalla maniera in cui l’Argentina ha vinto in casa il mondiale del 1978, celebrando la dittatura di Videla.
Novelli racconta che il 10 dicembre del 1987, sbarcato all’aeroporto di Roma dopo un volo di 12 ore da Buenos Aires, Soriano seppe che Arpino era appena morto a Torino, all’ospedale delle Molinette. E Bruno Arpaia, che era un grande amico di Osvaldo e gli diede la brutta notizia, ricorda: «Soriano era stanco, sfinito. Sembrava uno dei suoi sgangherati personaggi, con gli occhi cerchiati di rosso, mazzolato dalla vita nel tentativo di succhiarla tutta.“L’ho conosciuto bene, Giovanni”, mi disse, abbassando lo sguardo. “Abbiamo bevuto insieme, siamo anche andati a vedere una partita”».
Soriano se ne sarebbe andato a Buenos Aires dieci anni dopo, il 29 gennaio del ’97, i polmoni squassati dal fumo. «Avevo compiuto tre anni, età che interessa tanto gli psicoanalisti, quando il San Lorenzo vinse il campionato. Da allora, è stata la cosa più importante della mia vita». Ha fatto in tempo a vedere altri 6 scudetti dei Cuervos (o Santos: sono alcuni dei tanti soprannomi degli azulgrana) e una Coppa Libertadores. Oggi il San Lorenzo è terzo in classifica. E Osvaldo vola sopra il Nuevo Gasometro. Perché uno va sempre in cerca della sua origine, della sua identità.