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 2017  febbraio 04 Sabato calendario

Sarà la Cina a frenare l’ondata migratoria?

PECHINO. Mai sentito parlare di BigPesa? È una piattaforma finanziaria che sfruttando la tecnologia dei bitcoin permette i pagamenti istantanei online tra Kenya, Nigeria, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Cina scavalcando costosi e lenti intermediari.
Attraverso BigPesa si possono agevolmente pagare a distanza dipendenti, distributori e fornitori senza passare per il cambio delle monete locali in dollari.
E di Amanbo, vi è giunta voce? È un portale di e-commerce per l’Africa fondato nel 2008 dall’imprenditore cinese Liao Xuhui sul modello di Alibaba.
Liao ha creduto nello sviluppo del commercio online quando la velocità della rete nel continente africano era appena di 5 kb al secondo e anche una semplice email impiegava ore per arrivare a destinazione. Oggi copre le consegne in trenta Paesi africani e comincia a vendere i loro prodotti in Cina.
Un’economia in crescita
Nell’immaginario occidentale il continente africano è sempre stato un immenso luogo sottosviluppato da esplorare, sfruttare o redimere, ma nel Ventunesimo secolo si sta affermando una narrativa diversa. Dalla Nigeria al Kenya, dall’Angola all’Etiopia, l’Africa si sta imponendo come nuovo motore dell’economia mondiale. Con una crescita media di 4 punti percentuali di pil all’anno e una popolazione in età da lavoro che presto diventerà la più numerosa al mondo, rappresenta la nuova frontiera dello sviluppo e delle opportunità economiche.
La soluzione cinese
E mentre l’Occidente continua a interrogarsi su come rinnovare il rapporto con i vari Paesi africani, le aziende cinesi sono già lì, in parte complici di questa rinascita. Con investimenti ingenti – nei grafici della pagina affianco ne documentiamo una parte, quella documentabile in base agli ultimi dati dell’American Enterprise Institute – in infrastrutture, nuove imprese, formazione di personale qualificato. E un piano: fare dell’Africa la nuova fabbrica (a basso costo) del mondo, quello che la Cina era fino a poco tempo fa. Un progetto che, se portato a buon fine, potrebbe limitare l’emigrazione dal continente verso l’Europa. Secondo alcune stime, nel 2030 gli arrivi potrebbero superare i 380 mila migranti l’anno. L’Italia è in prima fila, insieme a Germania e Regno Unito, con un saldo netto annuo tra arrivi e partenze di 100 mila persone in più da qui alla metà del secolo, stando all’ultimo rapporto del Department of Economic and Social Affairs delle Nazioni Unite.
Investimenti da Pechino
Fa una certa impressione pensare che da quasi trent’anni a questa parte il ministro degli Esteri cinese scelga alcuni Paesi africani come destinazione del primo viaggio dell’anno all’estero. Il messaggio simbolico è chiaro: siete una priorità. A dimostrarlo il nuovo palazzo da 150 milioni di dollari che ospita i quartieri generali dell’Unione africana ad Addis Abeba, è stato un regalo dei cinesi. Agli investimenti della Repubblica popolare si deve la costruzione della maggior parte di quelle infrastrutture che saranno essenziali allo sviluppo di quello che, ancora nel 2000, l’Economist definiva «il continente senza speranza». La tesi principale era, e in parte lo è ancora, che il destino dell’Africa è segnato da governi corrotti e carenza di istituzioni sociali. Un’accusa che ha accompagnato anche la storia della Repubblica popolare che, proprio negli stessi anni, entrava nell’Organizzazione mondiale del commercio (il Wto) e si scopriva assetata di tutto ciò che l’Africa poteva offrirgli: risorse naturali, materie prime e un vastissimo mercato praticamente vergine. In cambio offriva investimenti, prestiti e infrastrutture. Ovvero quello che ha contribuito a modificare quel futuro che il settimanale britannico vedeva già scritto.
Praterie africane
Tra il 2004 e il 2009, gli scambi tra la Cina e i Paesi africani sono cresciuti di una media del 40 per cento ogni anno e, proprio nel 2009, la Repubblica popolare ha superato gli Stati Uniti diventando il primo partner commerciale del continente africano se considerato nel suo insieme. Da allora sono cominciate a crescere anche le importazioni di beni cinesi che, nel 2015, hanno raggiunto la cifra record di 103 miliardi di dollari contro, ad esempio, gli appena 27 di beni statunitensi. Secondo un nuovo rapporto del think thank Brooking Institution, tra il 2009 e il 2012 la Repubblica popolare è stato il più grande finanziatore unico di infrastrutture in undici Paesi africani. Se nel 1998 la Repubblica popolare firmava contratti per un valore complessivo di 2 miliardi di dollari, nel 2014 il valore degli stessi ha superato i 53. Senza contare che nel frattempo le banche cinesi hanno concesso più prestiti della Banca mondiale e che a dicembre del 2015 Xi Jinping ha promesso altri 60 miliardi di aiuti. Le intenzioni della seconda economia mondiale sono chiare da tempo, ma oggi la cooperazione sino-africana si trova ad affrontare la trasformazione più importante: sarà guidata sempre più dal mercato e sempre meno dai governi.
Africa fabbrica del mondo
Secondo le stime della Banca mondiale, oggi la classe media africana rappresenta il 34 per cento della sua popolazione e i consumi raggiungeranno i 2.200 miliardi di dollari entro il 2030. Appena il 37 per cento della sua popolazione vive in città. Significa che sempre più capitali si trasformeranno in megalopoli e di conseguenza esploderà anche il settore deiservizi. Nuove opportunità per gli imprenditori locali e internazionali. La Cina è già lì ad esportare macchinari, elettronica, automobili e stoffe. Non solo. Poiché gli stipendi della seconda economia mondiale crescono velocemente, lo stato comunista che si è presentato a Davos paladino della globalizzazione sta cercando di trasformare quello che era «made in China» in «made in Africa». L’esempio più importante è quello del gruppo Huajian, nome noto nel settore manifatturiero delle calzature. Nel 2012 ha cominciato a trasferire la produzione dalla Cina, dove impiegava 25 mila persone, in Etiopia. È qui che ha investito altri due miliardi di dollari per costruire una sorta di città delle scarpe. «Il mio obiettivo è quello di creare 30 mila posti di lavoro in Etiopia entro il 2020», ha dichiarato il suo fondatore Zhang Huarong.
Sono molti gli imprenditori cinesi che stanno seguendo l’esempio di Huajian. Offrono corsi di formazione e hanno una media dell’80 per cento di forza lavoro reperita localmente. Nonostante il mito per cui le aziende cinesi che operano in Africa impiegano solo lavoratori cinesi, infatti, già nel 2011 uno studio dell’Ufficio nazionale per le statistiche metteva in luce come, se era vero che la Repubblica popolare aveva mandato all’estero 452 mila lavoratori e che oltre la metà erano impegnati dalle aziende di stato sui cantieri africani, il rapporto tra la forza lavoro cinese e quella locale era di uno a quindici. Come al solito potrebbero essere stime gonfiate o, più probabilmente, le aziende prese in esame potrebbero essere esempi virtuosi e non rappresentativi, ma ciò non toglie che la narrativa cinese in Africa sta funzionando e che è anche grazie a questo nuovo modello di colonialismo che il continente sta crescendo.
Il modello cinese
Tang Xiaoyang, ricercatore del centro per la politica globale dell’università Tsinghua e autore di China-Africa Economic Diplomacy (2014) spiega bene il perché. «Trent’anni fa la Cina era in una posizione simile a quella dell’Africa di oggi: dipendente dall’esportazione di risorse naturali e dagli investimenti esteri. L’interazione con il resto del mondo si è dimostrata utile allo sviluppo della Cina stessa. Possiamo ritrovare questa esperienza di sviluppo in Africa: le zone economiche speciali e i prestiti per le infrastrutture sono solo alcuni esempi». E infatti già nel 2013, l’Economist fu costretto a ribaltare la copertina del 2000 titolando “Un continente pieno di speranze”. Tra il 2000 e il 2008 la scolarizzazione secondaria in Africa era cresciuta del 48 per cento e il reddito medio pro capite del 30 per cento. I poi c’è la forza del «modello cinese». La Cina, che ancora si definisce il più grande tra paesi in via di sviluppo, è passata dal soffrire la fame a essere la seconda economia mondiale in meno di quarant’anni. La sua esperienza riaccende le speranze di riscatto di tutti quei popoli che si sentono esclusi dal benessere del «primo mondo».
Più luce, meno ingerenze
Una ricerca di AidData, il laboratorio americano di ricerca che monitora la trasparenza nei finanziamenti allo sviluppo, confronta i quasi 3.100 progetti in 47 Paesi africani finanziati dai cinesi tra il 2000 e il 2012 con la quantità di illuminazione notturna misurata dai satelliti e l’andamento del pil locale. Il risultato è che a ogni aumento del dieci per cento dei finanziamenti corrisponde un più 0,6-1,1 del consumo di elettricità e un più 0,2-0,3 del pil regionale. «È come se la Cina stesse accendendo l’Africa», si legge nello studio intitolato Aid on Demand: African Leaders and the Geography of China’s Foreign Assistance. Lo stesso rapporto sottolinea però come le risorse messe a disposizione dai cinesi vengano spesso allocate nelle località di origine dei leader africani o comunque in aree geografiche con una popolazione etnicamente affine alla classe dirigente. È il risultato del famoso «principio di non interferenza» teorizzato e applicato dalla Repubblica popolare nei rapporti con gli altri Stati riaffermato anche nel Libro bianco sugli aiuti all’estero pubblicato dal Consiglio di Stato nel 2014. «La Cina aderisce ai principi di non imporre condizioni politiche, di non interferire nelle questioni interne o sui modelli di sviluppo delle nazioni altre».
Priorità allo sviluppo
Pechino può essere criticata per aver finanziato governi guidati da dittatori e sanguinari guerrafondai (l’esempio del Sud Sudan è forse il più calzante) ma certo il fatto che l’Occidente condanni costantemente quest’attitudine usandola come dimostrazione del fatto che la Repubblica popolare non serve gli interessi dei Paesi africani è indice di una posizione di presunta superiorità che certo non attrae simpatie. Che la Cina stia investendo miliardi di dollari nel continente africano perseguendo le proprie ambizioni di super potenza mondiale è fuori discussione ma insinuare che politici e cittadini dei Paesi che ne beneficiano non ne siano coscienti significa ritenerli incapaci di intendere e di volere. E non è così.
Lavoro e opere
Sull’altro piatto della bilancia si soppesano le centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, le occasioni, le borse di studio e la formazione offerta a giovani studenti e imprenditori locali e le infrastrutture costruite e restaurate. Non c’è dubbio che le opportunità che i “colonizzatori” cinesi mettono sul tavolo sono migliori di quelle offerte dagli europei. Come scrive Abu-Bakarr Jalloh, editorialista della Sierra Leone del quotidiano tedesco Deutsche Welle, «oltre sessant’anni di aiuti allo sviluppo europei non hanno portato a molto più che a rinforzare la corruzione e a tagliare i piccoli imprenditori fuori dal mondo degli affari» e «per molti africani si tratta di una strategia assolutamente datata. Se l’Europa vuole tornare a operare in Africa deve farlo come un socio d’affari, non con l’atteggiamento di chi è l’unico a lavorare per mantenere la famiglia». «Gli Stati africani stanno semplicemente cercando di costruirsi il loro futuro. La scelta di con chi farlo è una decisione che spetta solo a loro».