La Stampa, 14 febbraio 2017
Alle sue sedute il fascino e la bolgia
Consenzienti o dissenzienti che si fosse col suo modo di far l’analisi, Massimo Fagioli resta comunque, per chi l’ha visto all’opera, inobliabile. Io ero dissenziente. Tra l’altro, quando l’ho visto, più volte, a Roma, facevo l’analisi con Cesare Musatti, che era stato presidente degli psicanalisti freudiani. Fagioli incarnava l’opposto. Ma c’era tanta passione intorno a lui, tanta venerazione, tanto misticismo, che era impossibile non restarne turbati.
Gli studenti (ma c’erano anche operai, sbandati, fuggiaschi da casa, drogati) riempivano l’aula con un’ora o due di anticipo. Si accucciavano dappertutto, sotto i banchi, dietro, a destra, a sinistra. Ma specialmente nello spazio che lui doveva attraversare per andare dalla porta d’ingresso fino alla cattedra: ammassavano sul pavimento libri, zaini, borse, quaderni, in modo che non ci fosse neanche un centimetro libero, e per poggiare il piede il professore dovesse per forza strusciare sui fogli, sulle carte, sugli oggetti che gli studenti ritiravano subito dopo che lui li aveva toccati, come una reliquia toccata dal santo. Tutti noi, che abbiamo esperienza di analisi, avevamo rispetto, stima, ammirazione per il nostro analista. Quando morì Ernst Bernhard, Fellini si fiondò a salutarlo in taxi: «Mio vero, unico padre!». Ma lì c’era qualcosa di più: c’era adorazione.
Una fetta romana e metropolitana della giovane generazione, che rifiutava la famiglia e la scuola, l’ordine e la ragione, e dunque anche l’analisi freudiana con i suoi orari e i suoi balzelli economici, si offriva obbediente perinde ac cadaver a questo traditore della scuola freudiana, che faceva analisi a tutti coloro che volevano venire, ascoltava ed esaminava seduta stante i sogni che gli venivan raccontati, e non si faceva dare un soldo da nessuno. Tutti lo chiamavano «Massimo» strascicando molto la a: Màààssimo, così. Lui girava la faccia, con quello sguardo piangente. Ascoltava. Venivan fuori sogni di lesbiche, di omosessuali, di frigide, di evasori, di ladri… Le frigide le disprezzava, gli omosessuali non li tollerava. Una volta un ragazzo sui trent’anni, elegante, con una vocetta timida, esitante, femminea, capì che tutti si domandavano se era un omosessuale, e confessò spontaneamente: «Sì, sono un omosessuale». «Esca immediatamente», ordinò Massimo, indicando la porta. Il ragazzo raccolse pigramente le sue cose, e pigramente uscì.
La scena mi parve di una violenza mostruosa. Ma i seguaci di Massimo dovevano conoscere questa sua avversione, e non si scomposero per niente. Probabilmente, era già successa. Un medico espose un sogno in cui gli pareva di aver rubato all’ospedale, venne fuori che andava via prima dell’orario previsto, e Massimo gli ordinò: «Restituisca i soldi». L’analisi di massa è una bolgia in cui non si può chiedere: «Chi sono io?», ma soltanto: «Chi siamo noi?». A me questa domanda non interessava. Ho smesso subito.