La Stampa, 14 febbraio 2017
«Giusto respingere i migranti. Qui c’è chi specula su di loro». A Vitulano tutti difendono il sindaco che ha fermato gli arrivi
«Il problema non sono gli immigrati, ma le strutture che ci vogliono lucrare sopra» dice un pensionato seduto a godersi il sole davanti al Moris Café, uno dei pochissimi ristoranti di Vitulano, una manciata di case sul costone appenninico a una ventina di chilometri da Benevento. «Il problema non sono gli immigrati, ma l’amministrazione che non vuole concorrenti nella gestione dell’accoglienza», replica l’agricoltore Michele, di ritorno dai vigneti che producono il corposo Aglianico di Carpineto.
Qui, nel cuore profondo del Sannio, dove la finora sconosciuta notorietà è arrivata domenica con la notizia della barriera di terra innalzata dal sindaco Pd contro l’arrivo di una quarantina di nuovi richiedenti asilo, le tremila anime sparpagliate tra pascoli e uliveti faticano a capire perché il leader della Lega Salvini voglia venirli a trovare: gli stranieri sono di casa da anni, ripetono, e diversamente da Gorino nessuno ha da ridire. Il problema è quanti accoglierne e come.
La storia risale al 2013, quando Vitulano aderisce al programma Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e la cooperativa Mafalda adatta un ex ristorante a centro per 30 persone. «Abbiamo costruito il consenso sociale attraverso diversi incontri nei quali i rifugiati hanno spiegato chi fossero e da dove venissero con il risultato di ridurre i problemi quasi a zero», spiega il primo cittadino Raffaele Scarinzi attraversando piazza Santissima Trinità tra quelli che gli stringono la mano, «bravo», «grande». Nel centinaio di migranti che sono passati di qua in questi anni ci sono il ventenne del Gambia Conthe Sanna, calciatore prodigio oggi arruolato dall’Avellino, e il pugile pakistano Samir, stella delle palestre di Benevento. Poi, a maggio 2016, in piena presunta emergenza sbarchi, spunta la onlus Etoile: «Hanno vinto il bando della Prefettura e hanno riconvertito un agriturismo a cento metri di distanza dal centro Sprar, significa almeno un’altra trentina di persone in una struttura agibile per 12 e in un paese già messo alla prova. Tempo pochi mesi e sono iniziate le proteste, una raccolta di 400 firme. La gente, tra disagi reali e percepiti, mi chiedeva conto di questi ragazzi che diversamente dai nostri, occupati e dunque pressoché invisibili, bighellonavano in piazza per usufruire del wi-fi libero. Così mi sono rivolto alla Prefettura di Benevento giacché alcuni degli ospiti nigeriani protestavano per il trattamento di Etoile e giacché la circolare del Viminale impedisce di aprire altri centri nei pressi di uno Sprar». Scarinzi, di professione avvocato, ottiene ragione: il 3 gennaio i servizi dell’Etoile vengono sospesi e i 27 ospiti distribuiti nei centri di Calvi, San Agata e Dugenta. Ma venerdì sera, causa la chiusura di un centro di accoglienza di Benevento, la Prefettura invia un nuovo pullman, una quarantina di nigeriani che non vogliono saperne di andare all’agriturismo, protestano, si sdraiano per terra, finché il sindaco dispone la chiusura dell’unica via di accesso all’Etoile e accompagna l’ordinanza al blocco della strada già danneggiata dall’alluvione del 2015 con un cumulo di terra. I circa 40 irriducibili sostano una notte all’Etoile e vengono poi spediti in una struttura alberghiera nella vicina Apollosa. Il sindaco assurge a patrono. È il momentum Vitulano.
Il cartello con il divieto è ancora qui su via Castello-Amara ma si passa, la misura è decaduta quando la Prefettura di Benevento ha promesso che l’agriturismo non accoglierà più nessuno. Ma nel grande casale dove alloggiano ancora due gambiani la titolare Carmen de Lucia racconta la sua storia, diversa. Apre le 7 stanze con un totale di 18 letti a castello (36 posti), mostra l’appalto vinto a tutti gli effetti, lascia provare il wi-fi funzionante, giura di non aver ricevuto alcun bando dalla Prefettura e di essere pronta ad andarsi a riprendere al più presto i “suoi” migranti allontanati dopo il 3 gennaio: «La verità è che questo è un business e il Comune voleva altri 10 posti ma nel frattempo siamo arrivati noi e da allora ci calunniano dicendo perfino che non avevamo la tv». Nel salone d’ingresso ci sono i gambiani Buba e Ibrahim, 21 e 31 anni, entrambi sopravvissuti a mesi di prigionia in Libia prima di sbarcare in Sicilia. «Viva l’Italia» dicono mostrando i denti guasti.
«Viva l’Italia» dicono anche al vicino centro Sprar i pakistani Aamer Taufigue e Akmal Shahaza interrompendo la partita a cricket per spiegare che, cristiano il primo e sciita il secondo, fuggono entrambi dalla persecuzione patria. La coordinatrice Maria Teresa Scarinzi ci guida nelle varie stanze dove in questo momento abitano 18 ragazzi, in passano ci sono stati anche uomini adulti, siriani, iracheni, 7 iraniani. Il segreto, sostiene, è non creare conflitti sociali.
La vera guerra a Vitulano non sembra per cacciare i migranti ma per prenderne di più, con le istituzioni pronte a chiudere un occhio per un Comune virtuoso tra tanti riluttanti. «Fino a venerdì che fossero 20 o 50 non ce ne siamo neppure accorti» ammette il titolare del ferramenta Casati. Ma la sera, tra quelli che affluiscono al bar Rocco per vedersi in tv, avamposto dell’Italia 2017, il cuore sta con il sindaco: «Ci ha protetti». E li ha resi famosi.