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 2017  febbraio 14 Martedì calendario

Santo Samurai

PECHINO È la leggenda del santo samurai: il cavaliere che depose la spada per seguire la croce. La beatificazione di Takayama Ukon, samurai e maestro del te, è un miracolo lungo 400 anni che adesso potrebbe portarne anche un altro: la seconda visita di un Papa nella millenaria storia del Sol Levante. Il tutto mentre l’impero si confronta col suo passato grazie a una singolarissima forma di seppuku collettivo: facendosi del male nel riempire i cinema dove Martin Scorsese racconta in “Silence” quel periodo violento e fascinoso.
Samurai, maestro del te, martire. La storia del giapponese che visse tre volte si intreccia con l’avventura, fallita come in Cina, della cristianizzazione del Giappone. I gesuiti sono sbarcati al seguito dei portoghesi da soli tre anni quando Ukon nasce nel 1552. Suo padre, Takayama Tomoteru, è il daimyo, cioè il signore di Sawa, uno dei tanti principati del periodo Sengoku, quando l’imperatore è ridotto a ruolo simbolico e il comando è nelle mani dello shogun, il suo generalissimo. Tomoteru è colto e sensibile: invita a corte il gesuita Gaspare Di Lella per discutere le virtù di buddismo e cristianesimo, ed è così colpito dall’argomentare dell’allievo di san Francesco Saverio che decide di convertirsi. Ukon, allora, ha solo 12 anni, viene battezzato come Justo, ma di lì a pochissimo conoscerà anche l’altra faccia di Tomoteru il pio. Saputo che un rivale complotta per ucciderlo, il signore lo fa invitare al castello: e lo massacra. L’espansione dei primi cristiani funzionava anche così: i kirishitan daimyo prosperavano, e i loro sudditi si battezzavano. Le cose cambiano quando lo shogun Toyotomi Hideyoshi ordina l’espulsione dei missionari, impone ai daimyo l’abbandono del cristianesimo e per dimostrare che fa sul serio fa crocifiggere 26 cattolici. È qui che il nostro samurai, distintosi intanto in battaglie e uccisioni, piuttosto che tradire la fede, e sfidando le violente punizioni, molla tutto: e comincia a vivere un’esistenza nomade, dedicandosi sempre più alla cerimonia del te. Ma anche la sua seconda vita è segnata. È il 1614 e il nuovo padrone del Giappone, Tokugawa Ieyasu, proibisce del tutto il cristianesimo. È l’ultima missione di Ukon: con 300 cristiani lascia Nagasaki e sbarca a Manila, dove dagli spagnoli cattolicissimi viene accolto come un eroe e, soprattutto, già un santo.
E qui comincia un’altra storia, che Lia Beltrami ha raccontato in un documentario, Ukon il Samurai, che le ha regalato un premio al Rushdoc Filmfestival di Los Angeles, ma l’ha anche portata molto più lontano: «Per immedesimarmi nello spirito del tempo mi sono perfino chiusa per un po’ al Tempio della Tigre, senza neppure la luce elettrica». L’incontro da brivido è quello con Francesco Saverio Mizobe, l’anziano vescovo emerito che negli anni ’60 aveva provato a riaprire la causa di beatificazione, già intentata senza successo nel ‘700. «È malato e ricoverato, lo prego di desistere. E lui: “Ma se ho aspettato 50 anni”. Chiede di farsi aiutare con una flebo proprio lì, davanti agli operatori: “Sono pronto”. Pochi mesi dopo gli mandiamo il film finito: lo guarda, approva, dicono fosse felicissimo nella sofferenza che ormai non gli dava più pace. Se n’è andato quella notte». Non è l’unica, chiamiamola così, coincidenza benedetta da Ukon il Samurai. La mattina del 21 gennaio 2016 la regista entra nell’ambasciata giapponese alla Santa Sede con una copia del film da proiettare. Lì sono ancora incerti se mettere il timbro sulla produzione: le ragioni dell’arte non sempre combaciano con quella di stato. Ukon passa l’esame. «Quella sera stessa, papa Francesco firma il decreto di beatificazione». I cristiani la chiamano fede: la psicoanalisi sincronicità. Certo è che neppure Martin Scorsese avrebbe mai pensato che il suo Silence sarebbe uscito in Giappone nei giorni della beatificazione di Dom Justo. Il film è tratto dal romanzo di Shaku Endo e racconta la storia delle persecuzioni cristiane ai tempi dello Shogun. L’altra sera l’Nhk, che è la tv di stato, ha ospitato il regista di Hollywood nel notiziario delle 9, ed è stato un evento: confrontarsi con un passato doloroso non è facile per nessuno.
Anche così Tokyo riscopre Gesù? Padre Mario Bianchin è il decano delle Pontificie opere missionarie a Tokyo e martedì scorso era tra i diecimila accorsi a Osaka per ascoltare la lettera di Papa Francesco letta dal cardinale Angelo Amato nella cerimonia di beatificazione. «Parlare di proselitismo non ha senso», dice pensando ai numeri di oggi: è cristiano solo l’1 per cento dei 130 milioni di giapponesi, i cattolici appena 542mila. «Non è più la chiesa che lotta per conquistare fedeli dei tempi di Ukon. Ma proprio una figura come il beato samurai può aiutare a superare le differenze. Il giapponese non conosce la religiosità aut aut: però sa accogliere nella diversità». Sa soprattutto cogliere, nella religiosità, l’importanza dei simboli. Proprio pochi giorni fa, il premier Shinzo Abe ha ufficialmente invitato Francesco a Hiroshima: «Se il Papa pregasse per le vittime della bomba, sarebbe un gesto fortissimo verso un mondo senza atomica». I più ottimisti vedono già una data: il pontefice è atteso in Indonesia dal 30 al 6 agosto. Prima di lui, in Giappone sbarcò solo Giovanni Paolo II, nel 1981. Ma l’arrivo di Francesco segnerebbe anche un altro primato: l’acclamato ritorno di un gesuita dopo l’espulsione di quattro secoli fa. L’ultimo miracolo del santo samurai?