la Repubblica, 14 febbraio 2017
La targa per la vittima dell’Angelo Azzurro che divide la sinistra
TORINO Quella che tutti ricordano è la statua umana, seduta su una sedia di vimini, carbonizzata. Il ragazzo era stato trascinato in una posa drammatica, irreale e quasi solenne, fuori dal bar in fiamme sotto i portici di via Po. Roberto Crescenzio, studente- lavoratore di 22 anni, era morto così, ucciso dalle molotov lanciate da un corteo di studenti, partite dalla coda controllata dal servizio d’ordine di Lotta Continua. Colpevole di aver preso un caffè nel bar sbagliato, l’Angelo Azzurro, covo di fascisti e di spacciatori, si diceva allora nei capannelli di Palazzo Nuovo, sede dell’Università di Torino. Ci sono voluti quarant’anni perché sul muro dietro quella sedia qualcuno osasse ricordare l’omicidio del ragazzo, il grande rimosso della sinistra torinese. Ancora oggi quella sinistra si divide come allora: che cosa scrivere sulla targa? Vent’anni fa, quando a Roberto era stata intitolata una via di periferia, sulla lapide era scritto semplicemente il suo nome con le date di nascita e di morte. In mezzo, il bianco. Un vuoto imbarazzato, il vuoto di chi non riesce a fare i conti con la sua storia. Chi ha ucciso Roberto Crescenzio? Il terrorismo o il movimento degli studenti del ‘77?
«Il terrorismo era appoggiato dall’area ambigua che viveva nel movimento degli studenti di allora», ricorda oggi Aldo Ravaioli, dirigente industriale gambizzato dalle Br nel luglio del 1978. «Vede? La tentazione di sminuire i fatti si corre ancora oggi. Io non sono stato gambizzato, sono stato vittima di un tentato omicidio. Mi hanno sparato nove proiettili alle gambe. Pietro Coggiola, caporeparto della Lancia, è stato ucciso con tre proiettili: uno gli ha colpito la femorale. Le parole sono importanti. Per questo, noi dell’associazione delle vittime, abbiamo voluto che sulla lapide si scrivesse: “Roberto Crescenzio, vittima del terrorismo”».
Ma è proprio quella scritta che divide. «Crescenzio non è stato ucciso da un’organizzazione terroristica, non è morto durante un’azione del partito armato», dice Umberto D’Ottavio, parlamentare del Pd, all’epoca giovane iscritto alla federazione giovanile del Pci. «Bisogna avere finalmente il coraggio di riconoscere che di quella morte è stato responsabile il movimento – dice D’Ottavio – e che Crescenzio è stato ucciso dalla violenza politica di chi partecipava ai cortei alla luce del sole». Ma la proposta di scrivere sulla lapide: «Roberto Crescenzio, vittima della violenza politica», ha scatenato il putiferio. Da una settimana sulle pagine torinesi di Repubblica si susseguono gli interventi pro e contro. L’ex procuratore Giancarlo Caselli ha scritto: «A fronte di un fatto così terribile e selvaggio, indugiare su questioni terminologiche può anche leggersi, al di là delle intenzioni, come un arretramento». Piero Fassino, anch’egli all’epoca dirigente della Fgci, sposa la tesi che, del resto, era del Pci: «La violenza politica era l’humus su cui poi si è sviluppato il terrorismo, il terrorismo era l’estrema applicazione di una teoria che prevedeva la violenza politica». Dunque, chi propone la distinzione finirebbe involontariamente per veicolare «una lettura giustificazionista». Davvero evitare di scrivere «vittima del terrorismo» è un modo per sminuire la portata di quell’omicidio? O non è piuttosto il contrario, un modo per addossarne la responsabilità all’intero movimento del 77 torinese, al compagno del cordone accanto? Fuori dalle contrapposizioni della sinistra Giampiero Leo, esponente di Comunione e Liberazione, fa una premessa: «Noi di Cl venivamo assaliti nelle assemblee sia dalla sinistra moderata che da quella radicale. Io sono d’accordo con chi vorrebbe scrivere “vittima della violenza politica”. Perché il terrorismo era mostruoso ma una cosa di pochi. La violenza politica invece era assai più diffusa. E Roberto Crescenzio fu una vittima di quella violenza».
Il dilemma è stato sciolto due giorni fa da Fabio Versaci, presidente grillino del Consiglio comunale: «Resterà la scritta “vittima del terrorismo”. La pratica l’abbiamo ereditata dalla giunta precedente». Pilatesco ma efficace: sono storie di un altro mondo. Al posto dell’Angelo Azzurro oggi c’è un nuovo bar, il «Però». Propone cocktail e panini ai millenials che studiano all’università. Lo storico Giovanni De Luna, all’epoca dirigente di Lotta Continua, si ribella: «Non si può far precipitare tutto nella discussione su una lapide. E non si può pretendere di dare un giudizio storico sulla base delle identità contrapposte dei testimoni. Saranno i ragazzi che oggi studiano storia a esprimere una valutazione». I ragazzi dei tavolini del Però, ignari del carico di dolore di quel luogo. Saranno loro a scrivere le lapidi di domani.