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 2017  febbraio 14 Martedì calendario

Patto tra Ue e Canada. Con il trattato Ceta scambi senza barriere e più globalizzazione

BRUXELLES La maggioranza per far passare l’Accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada ci sarà. E così domani il contestato Ceta sarà approvato dal Parlamento europeo riunito a Strasburgo. Un segnale forte dell’Europa all’America di Trump: mentre la patria del mercato con l’avvento del presidente tycoon vira sul protezionismo, il Vecchio Continente continua a credere che apertura e libero scambio (se ben regolati) portino benefici a imprese, lavoratori e cittadini. Affondato il Ttip, il ben più ambizioso trattato con gli Usa, l’importanza strategica del Ceta è lievitata al punto che giovedì, all’indomani del voto, lo stesso primo ministro Justin Trudeau sarà a Strasburgo per festeggiare il successo. Anche se non tutti nel mondo politico e nell’opinione pubblica europea lo considerano tale. E nonostante la partita non sia chiusa: ad esprimersi dovranno poi essere i parlamenti nazionali.
A Strasburgo voteranno a favore il Partito popolare, la prima famiglia politica dell’Assemblea casa di Forza Italia, i liberali e i conservatori tra le cui fila fino alla Brexit siedono anche i Tories. Spaccati i Socialisti e democratici (Pse), tra i cui banchi alberga il Pd: alla fine la maggioranza del secondo gruppo dell’aula voterà a favore, anche se probabilmente francesi, belgi, austriaci e polacchi mostreranno il pollice verso. Compatti sul no comunisti (Gue), Verdi, estrema destra di Le Pen e Salvini (Enl) ed euroscettici di Farage e Grillo (Efd).
Ma perché il Comprehensive Economic and Trade Agreement è così divisivo? L’accordo rimuoverà le barriere commerciali con vantaggi per il business: si prevede che il giro d’affari tra le due sponde dell’Atlantico lieviterà di 12 miliardi l’anno. «In gioco – spiega Alessia Mosca (Pd), coordinatore dei Socialisti e democratici in commissione commercio internazionale di Strasburgo – c’è la possibilità di imprimere alla globalizzazione nuove regole: questo è l’accordo più avanzato e progressista concluso dall’Unione, un riferimento per i negoziati futuri». Ma i critici sostengono che il Trattato negoziato dalla Commissione favorirà le multinazionali a scapito delle piccole e medie imprese. Dal canto loro i favorevoli rispondono che al contrario delle Pmi, le grandi industrie già riescono ad entrare nei mercati protetti, situazione che verrebbe riequilibrata dal Ceta. Il solo abbattimento dei costi per le certificazioni può generare 2,9 miliardi all’anno di crescita, mentre la caduta delle tariffe doganali regalerebbe 460 milioni al manifatturiero e 24 milioni all’agroalimentare.
Il fronte del no ritiene che il Ceta abbasserà i nostri livelli di sicurezza alimentare. I favorevoli ribattono che il testo obbliga il Canada a rispettare gli standard europei: se la carne agli ormoni canadese o i prodotti Ogm non potranno arrivare sulle nostre tavole, Ottawa riconoscerà 145 indicazioni geografiche come Grana Padano e Chianti mettendo fine al dominio dei prodotti contraffatti. Grazie all’accordo il 92% dei prodotti agroalimentari Ue potrà entrare in Canada, come il crudo di Parma, finora bloccato da un marchio locale. Gli scettici temono che il Ceta impatterà su ambiente e lavoratori, gli ottimisti ribattono che prevede l’impegno allo sviluppo sostenibile e lega le parti all’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Altro timore è che l’accordo permetta alle multinazionali di fare causa agli stati condizionandone l’attività legislativa. I favorevoli ribattono che il testo prevede il diritto a legiferare secondo necessità e coscienza e scarta la pretesa degli investitori che le leggi restino immutate nel tempo. Il Ceta non toccherà l’acqua, resta una zona grigia su altri servizi di interesse pubblico. Ma gli europei potranno partecipare agli appalti canadesi, un mercato da 80 miliardi.
Una battaglia di opinioni che non si chiuderà a Strasburgo: domani entreranno in vigore solo le parti del Ceta di esclusiva competenza europea. Per il resto bisognerà aspettare il via libera, non scontato, di 38 parlamenti tra nazionali e regionali. Se già la Vallonia rischiò di far affondare tutto al momento di dare mandato al governo belga, nei prossimi mesi un solo no sarebbe capace di far saltare l’intero trattato.
Alberto D’Argenio
 
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 Carne, latte e Doc con questo accordo si abbassa la qualità
Questa volta ci siamo. Domani il Parlamento Europeo sarà chiamato a ratificare, quasi senza alcuna discussione in aula, l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada, il Ceta, firmato il 30 ottobre scorso. Se il testo venisse approvato (stiamo parlando di 1.600 pagine di clausole che verranno semplicemente approvate o rifiutate in blocco) una buona parte del Ceta entrerebbe immediatamente in vigore, in attesa della votazione di ciascuno dei parlamenti nazionali.
Chi ha a cuore il futuro dell’agricoltura di piccola scala e della produzione alimentare di qualità non può che sperare che l’accordo venga rigettato. Ancora una volta, infatti, siamo di fronte a una misura volta a promuovere, sostenere, difendere e affermare esclusivamente gli interessi della grande industria, a scapito sia dei cittadini che dei piccoli produttori. Non è un’esagerazione, così come non è un caso che l’opposizione a questo trattato abbia raccolto in pochi mesi 3,5 milioni di firme.
Facciamo un paio di esempi per provare a capire meglio: oggi in Europa ci sono circa 1.300 prodotti alimentari a indicazione geografica, 2.800 vini e 330 distillati. Di tutti questi, il Ceta così com’è scritto oggi ne tutelerebbe 173. Questo significa che denominazioni di origine che siamo abituati a considerare indicative di prodotti con un forte legame con un territorio e con una tecnica produttiva tradizionale e consolidata potrebbero essere tranquillamente imitati oltre oceano, senza essere passibili di alcuna sanzione. E il caso potrebbe avvenire anche al contrario, se non fosse che il Canada non ha un sistema di indicazione geografica delle produzioni.
Non basta? Allora un altro esempio: la carne europea ha standard di produzione decisamente più stringenti di quella nordamericana: gli ormoni per accelerare la crescita non sono ammessi, le carcasse non possono essere trattate con il cloro, sono richiesti standard di benessere animale e di dimensione delle fattorie. Questo fa sì che fino ad ora, grazie anche a politiche di protezione daziaria, nonostante la carne di maiale canadese costasse meno della metà di quella europea, il mercato interno potesse sopravvivere. Il Ceta non liberalizzerebbe (almeno per il momento) le tecniche produttive, ma toglierebbe tutti i dazi sulle importazioni di carne. Considerando che le dimensioni medie di una fattoria di maiali in Canada sono di 2.000 capi e quelle europee di meno di 500, che cosa stiamo chiedendo ai nostri allevatori per competere? Di contrarre i costi in termini di qualità e remunerazione del lavoro, benessere animale, concentrazione della filiera. C’è futuro per i piccoli in questa giostra? Io credo proprio di no.
E attenzione a non pensare che questo sia un discorso protezionista nei confronti dei contadini europei, perché per altre filiere vale al contrario. La produzione di latte in Europa è afflitta da anni da sovrapproduzione e prezzi vergognosamente troppo bassi. Il Canada invece è riuscito fino ad ora a mantenere livelli remunerativi soddisfacenti. Il Ceta aprirebbe il mercato canadese ai prodotti lattiero- caseari europei provocando una caduta dei prezzi oltreoceano e di conseguenza le condizioni di vita degli allevatori. Il discorso è lo stesso dunque: invece di migliorare le condizioni di chi sta peggio si innesca una guerra al ribasso che porta al baratro chi produce bene. Queste misure fanno esclusivamente il gioco della grande industria e della speculazione finanziaria, che peraltro potrà anche citare in giudizio e chiedere i danni a quei governi che attraverso misure legislative come l’imposizione di standard ambientali o produttivi più stringenti, minassero la libertà di azione delle multinazionali. È questo il futuro che stiamo prospettando per l’agricoltura?
Gli accordi internazionali di libero scambio non funzionano e non sono utili se non servono a incrementare gli standard di produzione (ambientali e sociali) e a tutelare gli interessi dei più deboli. Questo non è il caso del Ceta, non era il caso del Ttip, non quello del Tpp né di quelli che verranno. Firmarli significa rinunciare alla funzione regolatrice e di indirizzo che deve essere prerogativa dei governi per privatizzare anche i processi decisionali. La speranza è che i parlamentari europei se ne rendano conto.
Carlo Petrini