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 2017  febbraio 14 Martedì calendario

Il rebus urne. I tre partiti dem

ROMA La conta finale non dice tutto. Due mozioni non bastano a rappresentare un partito lacerato sui tempi del congresso e sulla data del voto. Il nodo è questo. Oltre alla contesa per la leadership è il sostegno al governo Gentiloni la vera posta in gioco, la sottile linea rossa che divide i renziani dagli antirenziani e prefigura la grande battaglia delle primarie. Per i bersaniani il senso politico è che la maggioranza del Pd, come osserva Miguel Gotor, ha approvato la mozione «#Paolostaisereno». Come dire che il leader del Pd è pronto a staccare la spina al governo del Pd.
L’altra novità è lo strappo del ministro Orlando, che si è platealmente smarcato da Renzi e si è ritagliato una terza posizione. Né con il segretario, né con la sinistra scissionista.
Congresso subitoIl temuto smottamento non c’è stato. Renzi è riuscito a tenere dalla sua parte l’area di Dario Franceschini e così ha schiacciato per 107 a 12 la minoranza. «Certo che ho votato con Renzi», ha risposto secco il ministro della Cultura lasciando il centro congressi. Con Franceschini alcune tra le massime cariche del partito, da Luigi Zanda a Marina Sereni, hanno confermato la fiducia al segretario sulla linea congresso «prima possibile» e voto tra settembre e ottobre. A Piero Fassino, altro «big» di AreaDem, si deve il lodo con cui Renzi ha sconfitto la sinistra.
La tabella di marcia del leader convince Luca Lotti, Ettore Rosato, Davide Ermini, Anna Ascani. Graziano Delrio ritiene «necessità e dovere» fare il congresso, ma chiede tempo per una buona legge elettorale: «Ricominciamo dal Mattarellum, vi imploro». Convintamente al fianco del segretario restano, oltre ai renziani ortodossi, Matteo Orfini, Francesco Verducci e quel pezzo della corrente dei «giovani turchi» che non condivide lo strappo di Orlando, da Fausto Raciti a Catiuscia Marini. «Per noi – spiega Verducci – il discrimine è la legge di bilancio. O la facciamo battagliando in Europa, oppure votiamo prima, per evitare gli errori del governo Monti». Anche Maurizio Martina appoggia il segretario nell’accelerazione verso le urne: «Niente rinvii, solo il congresso può sciogliere il nodo della leadership. Non dobbiamo avere paura del nostro popolo». Ma Sinistra è cambiamento rischia di perdere pezzi. Cesare Damiano spinge perché il governo arrivi a fine legislatura: «Ci sono emergenze sociali ed economiche, oltre alla legge elettorale».
Orizzonte 2018L’ordine del giorno della minoranza compatta le diverse aree della sinistra antirenziana su una linea di guerra. Procedere con i piedi di piombo, per permettere un confronto vero e non una rissa sulle tessere, non una «gazebata in cui si votano le figurine dei candidati». Il documento porta la firma dei bersaniani Roberto Speranza, Nico Stumpo, Davide Zoggia, Roberta Agostini, dell’indipendente Walter Tocci e del cuperliano Francesco Laforgia, che si è avvicinato al presidente della Puglia. Contro il congresso «cotto e mangiato», per dirla con Pier Luigi Bersani, hanno firmato anche Michele Emiliano ed Enrico Rossi. Per il cartello delle sinistre il congresso va fatto con calma entro l’anno e il governo Gentiloni deve lavorare. «Se non garantiamo la conclusione ordinata della legislatura – avverte Bersani – mettiamo l’Italia nei guai». Il congresso può attendere. Gianni Cuperlo lo vuole «sincero, anche aspro». La prodiana Sandra Zampa vota contro Renzi, come la minoranza. Sergio Lo Giudice e i delegati di ReteDem si astengono. Il bersaniano Federico Fornaro se ne va amareggiato: «Renzi ha parlato da capocorrente. Solo forzature e porte in faccia a chi aveva proposto una mediazione».
La terza viaLa terza via è quella indicata da Andrea Orlano, il Guardasigilli che studia da leader e che ieri se ne è andato senza votare. Con lui, nel chiedere prima del congresso una grande conferenza programmatica, ci sono i parlamentari Anna Rossomando, Giuseppe Berretta, Alfredo Bazoli, Elisa Simoni, Antonio Misiani, Michele Bordo, Cristina Bargero, Daniele Marantelli, la sottosegretaria Silvia Velo e i senatori Stefano Esposito, Marilena Fabbri e Rosaria Capacchione. Per Orlando le elezioni anticipate non sono il punto centrale: «Appena avremo una legge elettorale che garantisca governabilità si può andare a votare».