Corriere della Sera, 14 febbraio 2017
Il leader: li seppelliremo con le loro regole. In bilico le urne a giugno
ROMA La notizia è che il segretario del Pd Matteo Renzi ha rinunciato al voto a giugno. «È impossibile, non ce la si fa più, ormai», ha detto ai suoi, ma rincuorandoli: «Con Gentiloni l’intesa è perfetta, decideremo insieme».
Dunque, elezioni a settembre, forse in coincidenza con quelle tedesche, in programma in Germania il 24 di quel mese? «Ragazzi, dai, cerchiamo di essere seri: la legge di Stabilità va presentata il 15 ottobre. Vorrà dire che, quando e se sarò di nuovo segretario del Pd, avrò davanti a me quattro anni di tempo. Prima o poi bisognerà votare, a meno di dichiarare guerra a San Marino, e quando sarà, noi, il Pd, saremo pronti. Però sia chiaro – aggiunge Matteo Renzi ai suoi alla fine di una direzione che lo ha visto trionfare con numeri schiaccianti («Li abbiamo spianati», il commento dei suoi) – che quando si voterà noi faremo una campagna elettorale contro l’austerity, la rigidità Ue, Trump». E così, sgomberata dal tavolo la questione del voto, Renzi può dedicarsi a riprendersi il suo partito, il Pd.
Strategia e timelineE qui, per la minoranza come per tutti i suoi avversari («Alla fine, vedrete, schiereranno un solo competitor, Michele Emiliano, per cercare di toglierci voti al Sud, ma vi segnalo che De Luca, nonostante tutto, sta con noi», nota il segretario del Pd) saranno dolori. «Pensano di fregarci con le regole? Li seppelliamo. E con le loro regole». Renzi e i suoi si sono messi in assetto da combattimento e, calato l’elmetto, hanno deciso di giocare duro, ma sul terreno degli avversari. Quello che la minoranza ama infinitamente: le regole, Statuti, commissioni congressuali, cavilli, eccetera. Si tratta di un percorso di guerra.
Eccolo qui. Assemblea nazionale il 18 febbraio. Solo in quella sede Matteo Renzi si dimetterà da segretario del partito e chiederà di aprire la stagione congressuale con un segretario dimissionario e la reggenza del partito affidata al presidente Orfini. Sempre che l’Assemblea nazionale non decida di respingergli le dimissioni. Già perché in ballo c’è anche questo: può essere Renzi stesso a portare il partito fino al congresso, nonostante le dimissioni.
Comunque sia, una volta indicato il percorso congressuale, la parola passerà ai circoli, dove verranno presentate le diverse candidature al congresso che le scremerà in vista della Convenzione nazionale. Convenzione cui arriveranno solo i primi tre candidati che avranno superato il 5% dei voti, i quali presenteranno le loro piattaforme programmatiche: poi si aprirà la fase finale, quella delle primarie aperte a iscritti ed elettori del Pd. Insomma, la famosa «gazebata». Tempi? Assai rapidi. Renzi pensa di chiudere la prima fase, quella dei circoli, entro marzo e di tenere le primarie ad aprile. Tra i renziani di stretta osservanza girava già una data, l’8 aprile, ma potrebbe esserci un allungamento fino alla fine di aprile o inizi di maggio, per i gazebo.
I numeriLa maggioranza che sostiene il premier nella battaglia congressuale (i renziani, ovviamente, ma anche l’area del ministro Martina, i Giovani Turchi di Orfini, pur decapitati della componente che fa capo al ministro Orlando – che però non si accoderà alla minoranza, e si limiterà a chiedere una Conferenza programmatica – e, obtorto collo, l’area del ministro Franceschini) ha preparato un pacchetto da «prendere o lasciare». Del resto, «anche se la minoranza sorretta dal Guardasigilli Andrea Orlando volesse giocarci qualche scherzo in Assemblea – ragiona un renziano di alto rango – vorrei ricordare a tutti che, all’ultimo congresso, le liste non le ha fatte neppure Guerini, ma Lotti: abbiamo 750 voti solo dei nostri, al netto di tutti gli altri, quindi stiamo in una botte di ferro». In Assemblea si vota a maggioranza semplice sui mille componenti, ma i renziani sono certi di avere i numeri dalla loro. Nella riunione di ieri De Luca non si è buttato sul governatore della Puglia Emiliano, Dario Franceschini e i suoi hanno votato in direzione con il segretario. Il quale, a fine sera, dice: «Non sarò mai uno di quelli che cede alle correnti. Se vogliono uno che gestisca caminetti, se ne devono prendere un altro».