Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2017
Apple, lo stile pesa più dei conti
«Impazzire per l’iPhone», ormai da 10 anni, è la frase standard che accompagna il lancio di ogni nuova versione del telefono della Apple: migliaia di persone in coda ai negozi, prenotazioni rivendute a caro prezzo, mercato nero e pioggia di ordini online sono il corollario di un fenomeno a metà tra tecnologia e costume. Oggi si calcola che un telefonino ogni 5 venduti al mondo sia proprio un iPhone.
Ma fin qui tutto bene, o quanto meno “normale” per un’epoca in cui cellulari e tablet si “consumano” più velocemente di una scarpa o di un vestito. Il problema, semmai, sono i mercati finanziari. Se le Borse sembrano una variabile indipendente dall’economia reale, i titoli della Apple sembrano aver perso il legame con la logica finanziaria. Quando i mercati spiegano il record segnato ieri dalla Apple in Borsa con la sola celebrazione dei 10 anni dell’iPhone, si perde ogni certezza residua su quali siano i fondamentali su cui si giudica un titolo. Pur avendo annunciato ricavi deludenti per tre trimestri, il valore della Apple è balzato ieri a 700 miliardi, recuperando la prima posizione mondiale per capitalizzazione.
Con un servizio di Marco Valsania Alessandro Plateroti Continua da pagina 23 A 133,2 dollari per azione, e dopo tre trimestri di ricavi deludenti, il titolo è ora in rialzo del 19% dall’elezione di Trump, del 41% sugli ultimi 12 mesi e addirittura del 1.000% sul 2007, anno di lancio dell’iPhone. Non c’è dubbio che l’iPhone abbia cambiato radicalmente il mercato dei telefoni cellulari e le abitudini di milioni di persone che lo usano, ma il fatto che i profitti del gruppo dipendano ormai quasi esclusivamente dalle vendite di un solo prodotto lanciato 10 anni fa, non è certamente positivo per un investitore di Borsa. Nessun prodotto ha vita eterna, e anche i restyling hanno un limite nel lungo periodo. Apple non è certamente l’unico caso di questo tipo, ma il suo rapporto con la Borsa sembra riflettere più di qualunque altro il bipolarismo che caratterizza oggi i mercati: davanti alle incertezze geopolitiche, finanziarie ed economiche globali, i migliori “fondamentali” di un titolo non sono scritti nei bilanci, ma nelle attese e nelle percezioni dei consumatori, nella capacità di un’azienda di coniugare stili di vita e innovazione. Questa è in fondo la storia della Apple, ma è anche quella di Google, l’altro colosso del web con cui si contende il primato del valore di Borsa: i loro risultati trimestrali contano, ma a contare anche di più è l’attesa che in futuro siano ancora prodotti e servizi di queste società a scrivere il futuro delle comunicazioni digitali integrate e globali.
Ma anche se il presente non garantisce mai il futuro, chi ha scommesso sulla Apple ha certamente visto lungo: in 20 anni, il titolo ha guadagnato il 23mila per cento al netto degli stock split. Significa che 10mila dollari investiti nel 1997, quando il suo futuro era incerto, valgono oggi 2,3 milioni di dollari, più di quanto serva per una pensione serena. Una performance così non è facile da replicare per nessuno, neppure per la Apple del dopo Steve-Jobs: iPhone resta l’ultima delle sue creazioni. Ma davanti a quel 23mila per cento di guadagno, scommettere sul futuro è meglio che litigare col passato.