Libero, 14 febbraio 2017
Il computer che sa scrivere come Shakespeare
Chissà che un giorno non vinca lo Strega, il computer. Romanziere in erba, già si è portato a casa l’ammissione al premio Hoshi Shinichi in Giappone, aperto anche alle opere realizzate da intelligenze artificiali.
In realtà il computer non ha scritto il nuovo Dune, si è limitato ad assemblare i testi scritti dalla squadra del professore Hitoshi Matsubara della Future University. Un po’ di enfasi in realtà ce l’hanno messa i giornali. Ma già dare un senso alle parole di altri, non è cosa da poco quando hai un cuore di silicio, o no? E poi non è oggi, non è domani, ma presto i computer davvero saranno in grado di scrivere da soli opere d’un certo spessore, come avverte il futurologo Kevin Warwick, famoso per avere predetto inascoltato l’avvento degli aerei da combattimento autonomi (i droni, ndr). Alcuni software del resto già possono comporre musica e creare arte. E di storie di computer che scrivono e mischiano parole di senso compiuto, anche se non nella forma nobile del romanzo, se ne sentono molte nella Silicon Valley. Computer poeti, computer traduttori e, prevedibilmente, computer giornalisti.
«Quando in sogno contemplo la tua ombra più bella/quell’ombra che in sogno crea la mattina dormiente/l’ombra del giorno del mio amore tradito/presta alla ripugnante notte un sogno dalla forma sbiadita». Ungaretti è lontano e anche Maurizio Lastrico, ma fa un certo effetto pensare che questo sonetto l’abbia scritto Swift-speare, un software che usa la statistica per comporre nello stile di Shakesepeare e Milton. Il creatore, J. Nathan Matias è un ricercatore del Massachusetts Institute of Technology di Boston (MIT), che ha sfruttato Swiftkey, l’app che analizza come scriviamo gli sms imparando a predire il nostro stile di scrittura per suggerirci la parola da inserire al momento opportuno. Statistica, appunto. Ma chi legge mica lo sa?
A Mountain View non stanno certo a guardare. Google da qualche anno ha deciso di insegnare l’arte della conversazione ai suoi assistenti vocali per smartphone, imponendogli la lettura di migliaia (migliaia!) di romanzi rosa. Tutto nasce dall’incontro perverso tra gli ingegneri di Big G e un gruppo di letterati e umanisti, chiamati a far sì che i nostri telefoni imparino a risponderci come persone reali e non come androidi. C’è solo da capire se i romanzi rosa che Big G ha dato in pasto alle sue intelligenze artificiali siano tendenza Liala o Sex and the city. Perché il rischio di finire innamorati di un sintetizzatore vocale come nel film Her è dietro l’angolo.
Altro caso. I social. Con l’immensa mole di parole che vi lasciamo ogni giorno, da cui hai visto mai potrebbe nascere la nuova Recherche. O quantomeno una versione di Orgoglio e pregiudizio, dove il lessico di Jane Austen lascia il posto alle parole usate in un contesto simile su Twitter. Non è uno scherzo, Twide e Twejudice esiste davvero e nel 2013 ha partecipato al NaNoGenMo, (National Novel Month Generation), concorso in cui si chiedeva ai partecipanti di scrivere un algoritmo che permettesse la creazione di un’opera letteraria di 50.000 pagine. Il risultato era quanto di più orribile, ma guai a sottovalutare l’idea. Chissà che un giorno non si possa fare narrativa dei nostri commenti su Facebook (speriamo di no, comunque).
Nel frattempo, se avete necessità di un assistente che presenti il bilancio aziendale ai vostri soci o i dati del vostro sito web agli sponsor, potete affidarvi a Quill della Narrative Science o a Tableau della Automated insights, i programmi che riescono a dare voce a grafici e dati: li leggono, li interpretano, li mettono per iscritto facendone materia di rapporti confidenziali, probabilmente con lo stesso linguaggio ferale di certi manager con la mania dell’inglese. Però a un software lo scivolone linguistico si perdona più volentieri.
Ed eccoci a noi: i giornalisti. La prossima idea che potrebbe sedurre l’onorevole Di Maio è Wordsmith: permette di caricare manualmente tutti i dati di impostare uno stile di scrittura, generando poi un testo scritto in un buon inglese. E con assoluta freddezza. La Associated Press già usa un sistema simile creato dalla Automated Insights, per i report sportivi. Poi c’è Articoloo, il prodotto di un startup israeliana che costruisce un articolo partendo da 2 a 5 parole chiave, estrapolando le informazioni dal web in un minuto o due. Lo scrive usando un NPL (Natural Language Processing), cioè un algoritmo che fa un’ analisi semantica del linguaggio umano. A detta dei suoi sviluppatori, Articoolo, rispetto a noi giornalisti conviene: è più veloce, fornisce contenuti originali e soprattutto «costa meno di quanto possiate immaginare». Sperando che tutti gli editori non lo scoprano mai e neppure l’onorevole Di Maio.