Il Messaggero, 14 febbraio 2017
Quando lo scatto supera la realtà
Il gesto plastico del poliziotto turco Mert Altintas sulla scena di un allestimento espositivo, con le fotografie incorniciate al muro a fare da scenografia, le telecamere accese, la luce diffusa e il microfono sul podio, cita una performance artistica, il cinema splatter o le serie televisive genere Fargo, persino la staged photography riconosciuta nelle gallerie contemporanee, in un singolare cortocircuito tra messa in scena estetizzata e realtà terroristica, tra mezzi di comunicazione di massa e social media, palesando una rappresentazione che impronta il reale e cita se stessa.
COMUNICAZIONE
Ad Ankara, il 19 dicembre del 2016, Burhan Ozbilici dell’Associated Press scattava fotografie insieme agli altri reporter, costruendo istintivamente quella che sarebbe diventata immediatamente un’icona globalizzata, o raccontando più semplicemente in una serie di immagini una storia tragica, assecondando la natura del suo mestiere di reporter che per molti versi oggi rischia di corrispondere alle tattiche di una comunicazione usata dall’estremismo terrorista. Il soggetto fotografato potrebbe essere scambiato per un attore, invece è un killer che ostenta e rivendica l’orrore, prima mimetizzato alle spalle della sua vittima, l’ambasciatore russo in Turchia Andrey Karlov che parla sereno al microfono, dopo follemente esaltata di fronte alle luci dei media, con il cadavere del diplomatico per terra, la bocca dilatata in un grido, le gambe divaricate, la mano sinistra lanciata verso il cielo contrapposta a quella destra con la pistola calda in mano. L’immagine in pochi minuti fa il giro del mondo, rimbalza dai portali dell’informazione globale ai cinguettii di Twitter. Ora la stessa immagine viene premiata per la sessantesima edizione del World Press Photo organizzato dall’omonima fondazione olandese a partire dal 1955. Il premio principale, il World Press Photo of the Year, è stato vinto dal fotografo turco di cinquantanove anni Burhan Ozbilici mentre l’intero servizio ha vinto la categoria Spot News, Storie. Bisogna guardarla nel contesto del racconto l’istantanea che buca l’immaginario, bisogna ricondurla al montaggio della storia, al contesto di una produzione giornalistica continua e coerente.
Ozbilici segue per AP la Turchia, raccontandone tra l’altro il tentato colpo di stato dell’estate 2016 e fotografando il Qatar, l’Egitto e la Libia, la crisi del Golfo in Arabia Saudita nel 1990, la prima guerra del Golfo al confine turco-iracheno o ancora l’esodo dei curdi in Turchia. Quell’immagine che è diventata un’icona spettacolare, mostra il linguaggio della violenza e può anche rivelare, una volta contestualizzata nella narrazione integrale, il rischio retorico del sistema dei media che gioca continuamente con la sua storia, con una cultura visuale sterminata e una circolazione infinita.
LE STORIE
Per altro si tratta dello stesso rischio che corrono tutte le ottantamila fotografie scattate da oltre cinquemila fotografi di ogni parte del mondo e presentate al World Press Photo. La consuetudine dell’immagine giornalistica con il dolore, porta in primo piano le variazioni sul tema, le storie di migranti e di mare, l’attualità gravida di sofferenza e morte che scandisce da anni le coste del Mediterraneo, è il caso almeno di Migrant Crossing di Vadim Ghirda e The Libyan Migrant Trap di Daniel Etter. Il bianco e nero empatico racconta le vittime del virus Zika fotografate da Lalo De Almeida. Cuba post Fidel Castro ha i colori forti e la povertà della scena nella sua vita quotidiana di Tomas Munita, il progetto a lungo termine di Valery Melnikov ci racconta la miseria e la fatica quotidiana in Ucraina. Il flash sul rinnoceronte accasciato dai corni mozzati di Brent Stirnton è una storia durissima che però fuori dal suo contesto evoca le ricostruzioni plastiche del più arrabbiato e blasonato degli artisti, Damien Hirst.
Nella schiera dei premiati si distinguono anche quattro italiani, Francesco Comello con Isle of Salvation, Alessio Romenzi con We Are Not Taking Any Prisoners, Giovanni Capriotti con Boys Will Be Boys, primo classificato nella sezione Sports – Stories, e Antonio Gibotta dell’Agenzia Controluce con le statue vive di Enfarinat. Si tratta della festa surreale della battaglia degli Infarinati che si tiene a dicembre a Ibi, in Spagna, in provincia di Alicante, lo scontro è reale eppure il gioco con i modelli estetici ci porta costantemente a richiamare altri fantasmi ed altre storie.