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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

Commissione, Parlamento, Consiglio. Il potere europeo in mano alla Merkel

Perdere tante battaglie, ma vincere la guerra. La strategia della Germania in Europa ribalta un secolo di storia e di luoghi comuni. Per fortuna non si tratta più delle battaglie cruente che hanno insanguinato il Continente nel secolo passato, ma delle mille prove di forza che costellano quotidianamente la vita comunitaria. Anche in questo campo, comunque, Berlino ha da tempo rinunciato al vecchio assioma, secondo cui «il Cancelliere tedesco non deve mai essere messo in minoranza a Bruxelles». 
Una regola che veniva osservata scrupolosamente ai tempi di Kohl, quando i complessi di inferiorità post-bellici non erano del tutto assorbiti. E che è stata pagata con decenni di basso profilo e di subalternità alla grandeur francese. Quei tempi sono finiti. Oggi la Germania incassa senza battere ciglio rifiuti e sconfitte. Ma la sua autorità, culturale ancora prima che politica, la sua egemonia sugli affari europei non è mai stata così forte come ora. È bastata una frasetta sull’Europa a più velocità, pronunciata da Angela Merkel all’ultimo vertice di Malta, per dare il segno di quello che sarà lo sviluppo futuro dell’Unione post- Brexit, di cui i capi di governo discuteranno a Roma nel sessantesimo anniversario dei Trattati. L’Italia lavora per preparare quell’appuntamento da più di un anno. Ma è la Cancelliera a dettarne l’agenda. 
Strumento flessibile 
Eppure, se la si guarda con gli occhi di Berlino, l’Europa non va certo nella direzione che la Germania auspicherebbe. Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, nominato perchè capolista dei popolari alle elezioni europee e inizialmente poco gradito ad Angela Merkel, ha trasformato il Patto di Stabilità in uno strumento flessibile, il che per i tedeschi è quasi un sacrilegio. Francia, Italia, Spagna e Portogallo ne hanno usufruito abbondantemente e la Germania ha dovuto abbozzare, sia pure con molti mugugni. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha varato con il Quantitative easing una politica monetaria espansiva che aiuta i Paesi indebitati ma penalizza i risparmiatori tedeschi. E anche qui la Cancelliera ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, mettendo la sordina alle proteste del suo ministro delle Finanze e del presidente della Bundesbank. La Grecia è rimasta nell’euro, nonostante il governo tedesco avesse proposto di metterla fuori. La strategia di redistribuzione obbligatoria dei rifugiati, importantissima per la Merkel che ne ha accolti più di un milione, è rimasta lettera morta a causa del veto dei Paesi dell’Est e della scarsa collaborazione degli altri partner. 
L’ultima, piccola, battaglia che Berlino sembra destinata a perdere è quella per la sostituzione della vicepresidente della Commissione, la bulgara Kristalina Georgieva, andata alla World Bank. In un primo momento sembrava che la vicepresidenza dovesse passare al commissario tedesco Gunther Oettinger. Ma poi una serie di gaffe dell’esponente politico cristiano-democratico, considerato molto vicino alla Cancelliera, hanno messo in crisi la sua candidatura. Il leader del Ppe al Parlamento europeo, il tedesco Manfred Weber, avrebbe preso l’impegno di appoggiare per la vicepresidenza della Commissione la liberale danese Margrethe Vestager, potente commissaria alla concorrenza, per cementare l’alleanza tra popolari e liberali che ha soppiantato quella tra popolari e socialisti. Ma anche questa mossa, per il momento, resta bloccata. 
Il capo di gabinetto 
Anche se non diventerà vicepresidente, Oettinger ha ereditato i portafogli cruciali che erano di Georgieva: il bilancio e il personale della Commissione, dove i tedeschi occupano molti posti chiave alla guida delle direzioni generali. E soprattutto, con il potentissimo Martin Selmayr, capo di gabinetto di Juncker, controllano il processo decisionale in seno al collegio dei commissari. C’è poi il segretario generale della Commissione, l’olandese Alexander Italianer, che della filosofia tedesca in materia di rigore è un convinto discepolo. Anche al Parlamento europeo il segretario generale è un tedesco, Klaus Welle, selezionato tra le file del Ppe. Tedesco pure il suo vice, Markus Winkler, socialista e già assistente di Martin Schulz. Oltre al leader del gruppo Ppe, Manfred Weber, la Germania conta in Parlamento anche su altre personalità autorevoli, come il presidente della Commissione affari esteri Elmar Brok, o la presidente dell’influente Commissione di controllo del Bilancio, Ingeborg Graessle. 
Ma è al Consiglio, cioè tra i rappresentanti dei governi nazionali, che l’egemonia tedesca è pressochè totale. Il presidente, il polacco Donald Tusk (Ppe), è in aperta rottura con il governo ultrareazionario del suo Paese e affida le speranze di riconferma al benvolere della Cancelliera. Il presidente dell’Eurogruppo, che riunisce i ministri finanziari dell’eurozona, è il socialdemocratico olandese Jeroen Dijsselbloem, quasi sempre in sintonia con il Finanzminister tedesco Wolfgang Schaeuble. Il capolavoro di Angela Merkel è però nella gestione degli equilibri politici tra i governi, dove è riuscita a creare attorno a sè maggioranze diversificate. È una riedizione della politica dei due forni andreottiana trasportata a Bruxelles. Ma che, come accadeva nell’Italia degli anni ‘70, ha il difetto di essere lenta, laboriosa e spesso poco conclusiva. Così, sui temi dell’austerità e della politica di bilancio, la Cancelliera può contare su una vasta maggioranza che allinea Olanda, Svezia, Danimarca, Austria, i baltici e la quasi totalità dei Paesi dell’Est europeo, che hanno debiti pubblici ridotti. Sulla politica estera, la Francia resta il partner indispensabile, insieme agli altri grandi Paesi come l’Italia e la Spagna. Nelle strategie commerciali Berlino può giocarsi facilmente gli ultraliberisti del Nord Europa, che non hanno industrie da difendere, contro le tendenze protezioniste di francesi e italiani, favorendo gli uni o gli altri in funzione del proprio interesse. Sulla gestione migratoria invece la Germania è più allineata con l’Italia e con i Paesi mediterranei contro il blocco dell’Europa centro-orientale. 
Maggioranze variabili 
A seconda dei temi le maggioranze possono cambiare. Ma Berlino resta comunque il fulcro di qualsiasi schieramento dominante. Fino ad oggi questa leadership riluttante della Germania si traduceva in una prudente, minuziosa ed estenuante mediazione continua, a immagine e somiglianza della Cancelliera. Ora siamo di fronte ad un cambiamento di passo, che potrebbe segnare l’evoluzione di una egemonia pragmatica, fattuale, in un’egemonia politica. Prima la Brexit poi l’elezione di Trump hanno messo l’Europa con le spalle al muro, lanciando ai Ventisette una sfida identitaria senza precedenti. In questo frangente l’unica in grado di trovare le parole, la misura e le proposte per far fronte alle nuove crisi si è rivelata la Merkel. È stata lei a dettare la linea di intransigenza sulla indivisibilità delle quattro libertà, che ha costretto i britannici ad affrontare i negoziati di uscita rinunciando al mercato unico, che ha identificato correttamente nei valori liberaldemocratici il terreno su cui misurare i futuri rapporti euro-americani. 
Ed è sempre la Merkel a lanciare, con la proposta di un’Europa a velocità differenziate, un progetto che potrebbe consentire alla Ue di uscire dalla paralisi. Nessuno, finora, tra i suoi 26 eterogenei partner europei, ha trovato nulla da obiettare alle sue parole. Dopo molte sconfitte e troppe esitazioni, la guerra per la leadership europea si può finalmente considerare conclusa.