13 febbraio 2017
APPUNTI PER GAZZETTA - LA DIREZIONE DEL PD E LE PROBABILI DIMISSIONI DI RENZI DA SEGRETARIOREPUBBLICA
APPUNTI PER GAZZETTA - LA DIREZIONE DEL PD E LE PROBABILI DIMISSIONI DI RENZI DA SEGRETARIO
REPUBBLICA.IT
Il ritorno dei caminetti. "Dopo il 4 dicembre le lancette della politica sono tornate indietro, quasi ai tempi della Prima Repubblica: sono tornati i caminetti, ci si perde nei litigi e non si fanno proposte", esordisce Matteo Renzi (maglioncino alla Marchionne, alla sua destra il premier Paolo Gentiloni) dopo aver intonato l’inno nazionale assieme all’assemblea. Poi, rivolto alla minoranza interna, afferma: "Basta amici e compagni, diamoci una regolata tutti insieme. Non è possibile che tutto venga messo in discussione".
La sconfitta del 4 dicembre. A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: "L’analisi del voto l’abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l’errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum". E poi aggiunge: "Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L’Italia si è rannicchiata nella quotidianità".
No al ricatto sul calendario. Dopo un’ampia panoramica sui principali fatti accaduti nel mondo (dalla Cina cha apre al libero mercato agli Usa di Trump che si chiudono nel protezionismo fino alle regole dell’Europa da cambiare non da violare), Renzi arriva al punto e rivolto alle opposizioni dem chiarisce: "Si dice o fai il congresso prima delle elezioni o me ne vado. Mi sembra un ricatto morale e sono difficilmente incline a cedere ai ricatti. Fare il congresso come alternativa al renzismo? Troppo onore, il congresso si deve fare come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grillismo".
Nessuna scissione. E poi aggiunge: "Non voglio nessuna scissione: se deve essere, sia una scissione sulle idee, senza alibi, e non sul calendario. Agli amici e compagni della minoranza voglio dire: mi dispiace se costituisco il vostro incubo, ma voi non sarete mai il nostro avversario, i nostri avversari sono fuori da questa stanza. Non possiamo più prendere in giro la nostra gente".
Congresso come l’ultima volta. Quindi, tornando sul congresso, conclude, senza annunciare apertamente le sue dimissioni ma facendole sottintendere: "Facciamo il congresso, non sarò il custode dei caminetti. Usiamo le regole dell’ultima vota (quelle del congresso in cui si sfidò con Gianni Cuperlo) ma torniamo alla politica". E riepiloga i suoi successi: "Ho preso un partito al 25% e l’ho portato al 40,8%. Ho dato una casa europea al Pd, inserendolo nel Pse. Ma ora si chiude il ciclo. E chi perde rispetta l’esito del voto. Io non dico andate, dico venite, confrontiamoci, vediamo chi ha più popolo".
Le elezioni. Per Renzi non c’è urgenza di andare al voto: "Il congresso del Pd non si fa per decidere quando si fa alle elezioni politiche: prima o poi si andrà a votare. Il Congresso serve per essere pronti quando ci sarà il voto". Contro l’ipotesi di elezioni anticipate si è schierato anche l’ex premier Romano Prodi: "Si voti al tempo dovuto, nel 2018, con collegi uninominali".
La polemica sulle tasse. Renzi conferma infine stima e lealtà al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, a dispetto di quel gruppo di una quarantina di deputati renziani che ha firmato qualche giorno fa la mozione anti-tasse. E, trasgredendo la sua promessa di non usare più slide, il segretario dem mostra il grafico della curva del debito pubblico, che è sceso nei mille giorni del suo governo.
Nel suo intervento Renzi ha dunque disegnato la road map del Pd nei prossimi mesi, da condividere con una lettera inviata a tutti gli iscritti che contiene sinteticamente tutti i punti enumerati in direzione.
In Diretta 17:45 - 13 Feb Emiliano: "Quella di candidarmi alla segreteria è una cosa che sento di fare, necessaria" Piera Matteucci 17:36 - 13 Feb Serracchiani: "Si faccia un Congresso vero""Deve essere un Congresso vero, non è una questione di tempistiche ma di serieta di ciò che andiamo a fare. Abbiamo bisogno di coinvolgere i nostri iscritti, militanti e simpatizzanti cosa pensano di questioni chiave come immigrazione, ius soli, abolizione delle province", ha detto la vicesegretaria del Partito Democratico, Debora Serracchiani, Piera Matteucci 17:30 - 13 Feb Rossi: "Riforme più robuste""La gravità del momento ci impone di abbassare i toni e cercare, se possibile, una strada comune. Credo che si è esaurita una fase - ha aggiunto Rossi - e non si tratta di mettere i discussione nessuno. Non credo di offendere nessuno se dico che c’è stata, anche prima di Matteo, una sinistra troppo accondiscendente al mondo così com’è. Dobbiamo uscire da un riformismo troppo debole, e proporre un cambiamento più robusto della società". Piera Matteucci 17:23 - 13 Feb Rossi: "Sbagliato bonus a 18enni""Povertà, legge elettorale e poi un segnale che ridia ai giovani un po’ di lavoro". Sono le priorità del governo Gentiloni, secondo il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi. "Lì c’è una catastrofe, uno sprofondo di consensi, che non recuperiamo mettendo in tasca 500 euro ai diciottenni. Avremmo fatto meglio ad assumere 15mila giovani nella ricerca", Piera Matteucci 17:14 - 13 Feb Delrio: "Ho problemi a privatizzare Frecce con regionali"Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, intervenendo alla direzione del Pd, ha detto di avere "dei problemi a privatizzare le Frecce con dentro il trasporto pubblico regionale". Piera Matteucci 17:10 - 13 Feb Orfini a Padoan e Gentiloni: "Non si affronta problema debito privatizzando""Lo dico a Padoan e a Gentiloni, non si affronta il problema del debito con le privatizzazioni. Occorre una grande strategia di investimenti pubblici", ha concluso Orfini Piera Matteucci 17:07 - 13 Feb Orfini: "Congresso dura poco? A me sembra non finisca mai" A Bersani ha replicato Matteo Orfini: "Il congresso è stato minacciato e agitato. L’obiezione è ’il congresso dura poco?’ A me sembra che il congresso non finisce mai, ci sono candidati che sono in campo da un anno quando il congresso non era nemmeno immaginato. Raccolta di firme, carte bollate, richiesta di dimissioni del segretario: finora è stato intavolato tutto tranne discussione. Le nostre regole trasformano il congresso in una conta di figurine? Non sono d’accordo. Abbiamo le regole che abbiamo scelto e mantenuto". Piera Matteucci 16:57 - 13 Feb Gentiloni e Padoan lasciano direzione DemIl premier Paolo Gentiloni, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan hanno lasciato la Direzione pd in corso al centro congressi "Roma Eventi". Anche il ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, ha lasciato la riunione. I tre ministri sono usciti dall’ingresso secondario del centro congressi di via Alibert. Piera Matteucci 16:53 - 13 Feb Bersani: "Quando si governa, non si mette Italia nel frullatore" Piera Matteucci 16:52 - 13 Feb Bersani a Renzi: "Prima cosa da dire e quando si vota""Creare ore X, appuntamenti dirimenti ci ha portato bene? Il Paese pensa che governiamo noi. Chi governa deve trasmettere sicurezza, linearità, non ansia. Prima di tutto il Paese. La prima cosa che noi dobbiamo dire è quando si vota. Non mi si dica, Matteo, che è una cosa da addetti ai lavori. Comandiamo noi. Possiamo lasciare un punto interrogativo sulle sorti del nostro Governo. Mettiamo l’Italia nei guai. Noi diciamo che garantiamo la conclusione normale della legislatura? Lasciare l’interrogativo o parlare come la sibilla non possiamo, dobbiamo dire qualcosa di preciso su questo e dobbiam dirlo qui", ha insistito Bersani Piera Matteucci 16:49 - 13 Feb Bersani: "Dobbiamo inginocchiarci alla volontà degli elettori" Piera Matteucci 16:49 - 13 Feb Bersani: "Congresso? Non facciamo cose cotte e mangiate""Se non andiamo in profondità perdiamo l’ultimo treno. Non facciamo cose cotte e mangiate che diventano delle conte. Organizziamo un confronto, un dialogo, vediamo cosa viene fuori", ha detto ancora Pier Luigi Bersani. "È’ vero o no che una parte di popolo non ci sopporta, che una parte dell’elettorato si è allontanato da noi. Vogliamo dare un messaggio di ricevuto, da qui a quando si andrà a votare?", si chiede Bersani. Piera Matteucci 17:10 - 13 Feb Bersani: "Capire se c’è qualcosa che ci tiene insieme""Non parlo da Bersaniano, ma da Bersani. Voglio provare a capire se a questo tornante troviamo qualcosa che ci tenga assieme. Qualcosa che ci faccia dire ’la pensiamo tutti cosi", ha detto l’ex segretario Pd. Piera Matteucci a cura di Raffaella Menichini vedi altri
Ma le opposizioni interne non si fidano e continuano ad attaccare. Gianni Cuperlo, primo ad intervenire dopo il segretario, però, sottolinea che l’avversario non è Renzi: "Matteo tu non sarai mai il mio avversario. Gli avversari non sono dentro questa sala, tu non hai avversari qui dentro. L’avversario è fuori ed è la destra. Ma il punto è se la tua politica sia quella giusta per sconfiggere la destra", ha detto, insistendo sulla necessità di una ’svolta radicale’ nella linea politica, dopo una ’dicussione vera’. "La domanda che poniamo a tutti noi è se chi ha avuto il compito di guidare questa fase, un ’chi’ collettivo con luci e ombre, è ancora in grado di porsi alla testa in questa stagione". Bene, quindi, la decisione di convocare il Congresso, ha detto, ma senza ’resa dei conti’: "Chi dice contiamoci e vediamo chi ha i voti, usa solo un pedale della bicicletta, ed è difficile restare in equilibrio". E sulle elezioni "conta il quando, ma più il come. Il come è come evitare il quinto governo di larghe intese. Matteo hai ragione, il congresso non si fa per decidere la data del voto. Si fa per decidere cosa dire agli italiani prima che vadano a votare. In questo c’è il legame con la discussione. E poi serve ad aiutare Paolo e il governo".
"Io sono preoccupato. Dobbiamo vedere se, a prescindere da quello che abbiamo pensato, che è improponibile, a questo tornante c’è qualcosa che ci tenga assieme". L’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani, intervenendo in direzione Pd, ha manifestato i suoi timori: "Noi oggi non possiamo accontentarci di artifici retorici, diverse opinioni, frizzi e lazzi... Dobbiamo prendere delle decisioni, per noi, ma prima di tutto per l’Italia. Perché noi stiamo governando questo Paese". E ha insistito: "È vero o no che una parte di popolo non ci sopporta? Abbiamo questo problema". Per Bersani è necessario fare qualcosa, non solo parlarne, perché avverte: "noi non accoltelliamo alle spalle, avvertiamo che la destra arriva. Ce l’abbiamo già sotto i piedi se conosciamo l’Italia. Questa è una destra che se non togliamo noi i voucher li toglie lei. È una destra sovranista, protezionista. È un campo di idee che sta entrando anche in casa nostra. Sta sviluppando egemonia. Ecco perché serve un campo largo".
Sul Congresso anticipato, Bersani ha sottolineato: "Non è vero che mancano le idee, lo dice chi non ce le ha, ci mancano luoghi per discutere, confrontare e affermare le idee. Se diciamo Congresso stiamo dicendo questo o perdiamo l’ultimo treno. Non facciamo le cose cotte e mangiate, organizziamo anche in preparazione del Congresso luoghi di discussione". L’ex segretario ha ribadito che il Congresso Pd deve iniziare a giugno, altrimenti saranno solo le assise "del solipsismo, dell’autoreferenzialità" e se Matteo Renzi scegliesse di accelerare "si apre un problema molto serio". Poi, rivolto a Renzi, ha esortato: "Prima di tutto il Paese. Quindi la prima cosa che dobbiamo dire è quando si vota. Comandiamo noi, possiamo lasciare un punto interrogativo sulle sorti del nostro governo? Non possiamo o mettiamo l’Italia nei guai. Io propongo che diciamo non solo il 2018, ma garantiamo davanti all’Europa, i mercati, gli italiani, la conclusione ordinaria della legislatura". E ha concluso: "Non possiamo parlare come la sibilla, lasciare la spada di Damocle sul governo per cui ci si aspetta che si dimetta in streaming...".
A Bersani ha replicato Matteo Orfini: "Vogliamo ancora provare a costruire l’unità tra di noi? Dopo il 4 dicembre abbiamo discusso sul fare o no un Congresso, abbiamo fatto una valutazione: arrivare a scadenza naturale, abbiamo provato a farlo, ma è aumentata la conflittualità interna, da quando abbiamo deciso di decantare, dopo il 4 dicembre, abbiamo assistito a tutto, tranne alla decantazione". E ha insistito: "Il Congresso è stato minacciato e agitato. Il Congresso dura poco? A me sembra che il problema del nostro partito è che il Congresso non finisca mai".
Orfini ha poi evidenziato che "la precarizzazione della mia generazione nasce con i governi di centrosinistra. Perché abbiamo introdotto la flessibilità, ed era giusto, ma non abbiamo adeguato il welfare. Ed è nata la precarizzazione"
Non nega che ci sia stato impegno, ma i risultati non sono stati adeguati: per il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, "un conto è stato il risultato elettorale alle Europee, altro conto è una sequela di risultati sui territori che non sono stati assolutamente incoraggianti. Dobbiamo domandarci se la nostra azione di governo è stata adeguata. Io non dico che non c’è stato impegno. Quello che a mio parere è mancato- aggiunge- sono alcune scelte fondamentali. E persino una visione di fondo del Paese. E cioè quali forze sociali vogliamo aiutare e quale sistema di alleanze vogliamo perseguire. Su questo non siamo stati adeguati".
Il governatore della Puglia e candidato alla segreteria dem Michele Emiliano ha detto ieri a Firenze, durante una riunione della minoranza: "Una campagna elettorale con l’immagine di Renzi come leader del Pd per noi sarebbe una rovina".
Un ring insomma, che fa infuriare il vicesegretario Lorenzo Guerini: "Basta logoramento interno" dice e il vicepresidente dem Matteo Ricci incalza al Gr1: "Hanno paura del congresso anticipato perché sanno che gli elettori del Pd stanno dalla parte di Renzi". Il deputato renziano Matteo Richetti si augura "un chiarimento definitivo, che dopo consenta di procedere uniti, sapendo che il Pd e la sua leadership sono un valore per tutti". Mentre il suo collega d’aula e segretario del Pd toscano Dario Parrini si definisce "sconcertato dalla leggerezza di chi agita scissioni" e scrive su Facebook:
IL CONTO DELLE CORRENTI DEL PD
CORRIERE.IT
TOMMASO LABATE
«Non possiamo nemmeno più dire che il Pd è un partito balcanizzato. Perché siamo ben oltre le divisioni nei Balcani. Sette sono gli Stati dell’ex Jugoslavia, giusto? Ecco, considera che nella sola maggioranza renziana siamo già a undici fazioni. Se scoppia una nuova guerra nei Balcani diranno, semmai, che i Balcani si sono “piddizzati”...». Raccontano che l’altro giorno, sentendosi riferire a Palazzo Chigi la battuta di cui sopra, a Luca Lotti non sia scappato neanche un mezzo sorriso. Nulla. Sotto il foglietto di carta con l’ultimo conteggio di correnti e sottocorrenti del Pd, compilato a poche ore dalla direzione di oggi, si nascondono le spoglie di quell’antica vocazione maggioritaria che aveva scandito nascita, infanzia e pre-adolescenza del partito.
Solo nella maggioranza renziana che sta sulla carta ci sono undici tra correnti e sottocorrenti, ciascuna con un distinguo diverso su modalità e tempi del congresso, su modalità e tempi della legislatura, su Renzi, su Gentiloni. Con la minoranza divisa in quattro tronconi — le aree dei tre attuali candidati alla segreteria (Roberto Speranza, Michele Emiliano ed Enrico Rossi) più la pattuglia di Gianni Cuperlo — si arriva a quattordici. Con il pacchetto di mischia di Massimo D’Alema, che ha ancora un piede e mezzo nel partito, quindici.
Nel sistema che si prepara ad accantonare il maggioritario per tornare verso il proporzionale, insomma, il Pd si presenta già proporzionalizzato di suo. Il 45,3 per cento con cui Renzi aveva vinto l’ultimo congresso tra gli iscritti, così come il 67,5 ottenuto ai gazebo tra gli elettori, sembrano un ricordo ormai sbiadito. Dal 2013 a oggi, dai renziani doc sono nate tre creature differenti. Una fa capo a Graziano Delrio e ha come luogotenente sui territori Angelo Rughetti. Le altre due nascono dalle divergenze nell’ex Giglio magico tra la «tendenza Lotti», nel senso del ministro Luca, e la «tendenza Boschi», nel senso della sottosegretaria Maria Elena.
Decisamente più preoccupante, per Renzi, è lo smottamento dell’area Franceschini. Il ministro dei Beni culturali ha un peso, tra gli iscritti, stimato attorno al 25 per cento. Ha perso il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, oggi più vicino ai renziani. Ma ha guadagnato quello al Senato Luigi Zanda, che si muove in piena sintonia con lui per l’allungamento della legislatura. È diviso anche il blocco degli ex rutelliani, che risente della presenza a Palazzo Chigi di Gentiloni (con lui c’è Ermete Realacci, mentre Roberto Giachetti segue la linea Renzi). Senza dimenticare i custodi del granaio di voti che l’ex premier prese ai gazebo in Puglia (58,2%), Calabria (57,8) e Campania (62,2). Con Emiliano all’opposizione, e i governatori Oliverio e De Luca dati per «inquieti», quei voti sono di nuovo contendibili.
Non va meglio neanche tra le correnti che si sono col tempo ritrovate nella maggioranza di Renzi dopo essere partiti dalla sinistra unita che aveva candidato Cuperlo. S’è scissa l’area dei «giovani turchi», coi «giovani» che insieme a Matteo Orfini seguono Renzi (Pini, Raciti, Paris più Verducci) e la maggioranza dei «turchi» schierata invece con Andrea Orlando (Marantelli, Bordo, Velo, Misiani). E difficoltà ci sono nell’area «responsabile» di Martina, che si era staccata da Bersani-Speranza per appoggiare in tutto e per tutto Renzi e che ora, sempre per lo stesso motivo, rischia di perdere qualche pezzo (come Cesare Damiano).
Della vecchia foto congressuale, l’unico che è riuscito a mantenersi in un blocco singolo è stato Pippo Civati. Che però, per raggiungere l’obiettivo, ha dovuto fondare un altro partito.
GALLUZZO SUL CORRIERE DI IERI
Lunedì è in qualche modo il momento delle verità. Dalla direzione del Pd arriveranno indicazioni sulla strada del primo partito di maggioranza, sulle intenzioni del suo segretario, sulle ipotesi di congresso e voto anticipato. Anche se in molti si dicono contrari ad un’accelerazione: per Romano Prodi si deve votare «nel 2018», per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, vale lo stesso concetto.
Lunedì Matteo Renzi annuncerà le sue scelte e potrebbe aprire una stagione congressuale, rimettendo in discussione la sua leadership nel partito. E, dopo la direzione, invierà una lettera agli iscritti del Pd per dire che «da troppe settimane la discussione interna del nostro partito è totalmente incardinata sulle polemiche. È come se la sconfitta referendaria avesse riportato indietro le lancette dell’orologio: caminetti, correnti, equilibri interni. Tutta la politica italiana sembra tornata alla prima Repubblica». Il segretario invita a «rilanciare l’idea del Pd come motore del cambiamento» e avverte: «Per farlo abbiamo bisogno di due cose, un grande coinvolgimento popolare e una leadership legittimata da un passaggio popolare. Ma abbiamo anche bisogno che chi perde un congresso o le primarie il giorno dopo rispetti l’esito del voto. Essere democratici non significa solo chiedere i congressi ma anche rispettarne i risultati, quali essi siano».
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Gli oppositori interni, per il momento, non sembrano però concilianti. Per Michele Emiliano, che aspira a succedergli, l’ex premier «è una rovina per l’immagine del partito» e la direzione «è stata trasformata in kermesse, rischia di essere un one-man show». O un «congresso-gazebo», per dirla con Gianni Cuperlo.Renzi aveva annunciato ai suoi che oggi si sarebbe dimesso, ma la decisione potrebbe slittare ai prossimi giorni o all’assemblea nazionale. Di sicuro però se dirà in modo esplicito che punta al voto anticipato dovrà affrontare non poche turbolenze interne. Romano Prodi ha espresso la sua netta contrarietà: «Bisogna votare quando finisce la legislatura». È sempre l’ex presidente della Commissione europea si dice interessato dalle prossime mosse di Giuliano Pisapia, ex primo cittadino di Milano: «Ho una stima personale per lui, vediamo come si articolerà la sua proposta».
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IL DISCORSO DI EMILIANO
«Io non appartengo a nessuna corrente. Sono un singolo. Io sarò tra i candidati alla segreteria. E’ una cosa, necessaria, che sento di fare. Ho sostenuto Renzi per il cambiamento ma in questi 1000 giorni io molte volte non ho capito dove voleva andare». Lo ha detto il governatore della Puglia Michele Emiliano, intervenendo in direzione Pd, dopo la relazione di Matteo Renzi.
Rivolgendosi all’ex Premier ha aggiunto: «In molti momenti sei apparso lontano dalle persone. Il Pd può essere il partito di quelli che non contano niente? O torna nel suo alveo naturale o rischia di andare fuori dalla fotografia, dalla cornice. Stai facendo la stessa faccia che fai quando parla Bersani - lo rimprovera a un certo punto - ti prego fai le facce che fai con altri».
Emiliano ricorda di aver votato Renzi nel 2013 alla segreteria e rivendica: «Non sono mai stato iscritto a una corrente. La tua idea di rinnovare la classe dirigente e riconnettere il Pd con le questioni ambientali mi ha affascinato. Ho iniziato a pensare che qualcosa non andava quando tutte le persone che avevo contro in Puglia sulle questioni di merito, me le sono trovate con te e non avevo più te vicino. Molte volte non sono riuscito a capire dove volevi andare a parare. Il governo non voleva parlare con noi sulle trivelle», ricorda tra l’altro. «Se tu non avessi chiuso le porte, forse non avrei dovuto aspettare il governo Gentiloni per parlare dell’Ilva».
Emiliano rimprovera a Renzi diverse cose: «Avevamo detto che non avremmo mai cambiato la Costituzione a maggioranza e invece l’abbiamo fatto. Il referendum costituzionale è stato interpretato come una specie di ghigliottina generale da parte tua: se vinco, azzero tutti gli altri. Lo so che non era così ma l’effetto complessivo è stato inverso».
INTERVISTA DI ENRICO ROSSI AL CORRIERE
ROMA «Renzi si dimetta, come fece Bersani. E si vada a un congresso vero e lungo, con un segretario di garanzia». Enrico Rossi, governatore della Toscana, in procinto di candidarsi alla segreteria, dice la sua sul clima nel Pd alla vigilia della direzione di oggi.
Presidente, com’è la situazione? A molti pare parecchio confusa.
«Per definire la situazione, potrei usare un termine da presidente emerito: aberrante. Ma non mi permetto».
Perché aberrante?
«Da una parte, per il modo in cui reagisce Renzi, con la coazione a ripetere della personalizzazione. Dall’altra, per il modo in cui molti spingono per la rottura».
Andiamo per ordine: cominciamo da Renzi.
«Si lamenta perché sono due mesi che viene tambureggiato. Si vuole un clima più disteso. Bene, segua il percorso indicato e così lui suonerà i tamburi, noi le campane, e tornerà un clima più disteso».
Qual è il percorso?
«Innanzitutto, le sue dimissioni. Bersani, dopo la non vittoria, che comunque ha consentito a Renzi di governare a lungo, si dimise e si insediò Guglielmo Epifani, come segretario di garanzia. Rimase lì sette mesi. Il che consentì un congresso vero».
E invece?
«Invece mi pare che Renzi spinga per rifare la conta subito, per personalizzare ancora. Un gioco disperato».
Ma non bastano due mesi per un congresso?
«No. Due mesi sono una presa in giro. Ci vuole tempo per le mozioni, per la discussione. Poi ricordiamoci che ci sono le Amministrative. Vogliamo andare al voto con un congresso che ci divide?».
E dunque?
«Dunque, ci vuole tempo. Anche perché il governo ha ancora questioni fondamentali da affrontare: i conti pubblici, il rapporto con l’Europa, il terremoto. E poi c’è da fare una legge elettorale».
Come?
«Io sono per raccogliere la spinta proporzionale alla rappresentatività e per un premio di maggioranza alle coalizioni. E sono contro le circoscrizioni grandi e i capilista».
Una volta fatta la legge, ammesso che ci si riesca, a dividervi sono le alleanze.
«Serve una svolta in senso democratico-socialista».
Apprezza l’apertura di Pisapia?
«Sì, a patto che non si rivolga solo al Pd renziano».
D’Alema ha ancora spazio?
«D’Alema se l’è conquistato il suo spazio. Le sue posizioni sono forti, ma eviterei di mettere in campo ultimatum o penultimatum. Sono per discutere e trovare una strada insieme. Non vedo subordinate».
Alessandro Trocinopezzo dio g.c su repubblica
Le critiche a Renzi hanno «superato il livello di guardia». Interviene il vice segretario Lorenzo Guerini per abbassare i toni nel Pd alla vigilia della direzione del partito di oggi. Una convention, più che l’abituale riunione dei 150. Invitati tutti i parlamentari, il ministro Padoan, segretari provinciali e regionali. Il ring dem è quindi preceduto da una sfuriata di Guerini, che solitamente fa da pontiere. «Se persino uno mite e calmo come me – premette - arriva a dire “finiamola con polemiche inutili che non fanno bene al Pd” significa che si è superato il livello di guardia. Ogni giorno un “se” o un “ma”. Ogni giorno si pone una condizione. Credo sia venuto il momento di smetterla con la tattica dell’aspirazione al logoramento». Destinataria è la sinistra del partito che, ricorda il vice segretario, «a dicembre ha chiesto di non fare subito il congresso, poi no elezioni senza congresso, poi no alle primarie, poi sì al congresso ma non “troppo anticipato”. Ora spunta la segreteria di garanzia. A tutti vorrei rispondere così: se si anticipa il congresso lo si anticipa davvero, senza formule fantasiose, ma con le procedure e la strada indicata dallo statuto e cioè convenzioni nei circoli e poi elezione del segretario con primarie aperte. Punto». Renzi svelerà oggi le sue mosse per portare fuori dalle secche un Pd a un passo dalla scissione, profondamente diviso sul voto anticipato, rimescolato in vista del congresso e incapace di avere una posizione univoca sulla legge elettorale. L’assemblea ieri a Firenze della sinistra del partito è una sfida al renzismo, su due richieste: no al voto anticipato, sì a un congresso purché «non sia con rito abbreviato», ironizza Michele Emiliano, il governatore della Puglia, probabile candidato alle primarie. Anche l’ex premier Romano Prodi è contro le urne a giugno. «Secondo me bisogna votare al tempo dovuto, la legislatura finisce questo altr’anno, si voti questo altr’anno», dice Prodi intervistato da “Dimartedì”. Il governo Gentiloni però - aggiunge il Professore - deve fare le riforme di cui il paese ha urgente bisogno, non può pensare solo all’ordinaria amministrazione. E quanto alla legge elettorale, la via ideale sarebbero i collegi uninominali «perché con la crisi dei partiti almeno si conosce chi è il candidato». Intanto, come anticipato da Repubblica, lasciano Sel-Sinistra Italiana 18 parlamentari capitanati da Arturo Scotto: staranno con Giuliano Pisapia e il suo movimento Campo progressista.
PEZZO DI GIOVANNA CASADIO STAMANE SU REP
ROMA. Nella direzione che potrebbe diventare un ring, Renzi oggi si presenta a mani nude. Ha una carta, il segretario: le dimissioni anticipate. Ma la tiene coperta e fa trapelare che non è detto, o forse si dimette, e comunque tutto avverrà formalmente nell’Assemblea nazionale, il “parlamentino” dei mille delegati, quindi tra una settimana almeno. Però l’annuncio delle dimissioni da segretario è il passo politico per innescare il percorso verso il congresso anticipato. Nella strategia di Renzi, una cosa appare ormai certa ed è quella che va ripetendo: «Io pure voglio fare il congresso del Pd. Subito e rapidamente, che si concluda a maggio. Ma non ci sono Emiliano e Rossi al centro dei miei pensieri, tanto per capirci ». Ed è quello che scrive nella lettera che manderà agli iscritti, alla fine della direzione. Un appello: «Cari amici e compagni del Pd, da troppe settimane la discussione del nostro partito è incardinata sulle polemiche, sulle accuse e sulle divisioni. Che peccato! È come se la sconfitta referendaria avesse riportato indietro le lancette dell’orologio: caminetti, correnti, equilibri interni. Tutta la politica italiana sembra tornata alla Prima Repubblica ». E invece «dobbiamo rilanciare il Pd come motore del cambiamento... Non possiamo lasciare l’Europa al lepenismo, al populismo. Dobbiamo avanzare le nostre idee e i nostri valori». Perciò le proposte concrete, che sono poi quelle che in direzione il segretario elencherà. Due mesi e mezzo possono bastare per andare alle primarie. Così fu nella sfida tra Renzi, Cuperlo e Civati, anno 2013, quando a fare il reggente del partito era Guglielmo Epifani, subito dopo le dimissioni di Pierluigi Bersani. Serrare le file degli iscritti del Pd, lasciando perdere le logiche di corrente e smorzando il conflitto, che sta dividendo anche i renziani, sulla corsa al voto a giugno o a settembre: questa è la parola d’ordine. «La data delle elezioni non ha niente a che vedere con il congresso. Non sono collegati, la data del voto dipende dalla legge elettorale. Anzi se c’è il congresso subito è più difficile andare a votare a giugno», è la versione del Nazareno. La sinistra dem con Speranza, Emiliano, Bersani, D’Alema è pronta alla scissione: «Non basta invocare un congresso per finta, sarebbe un blitz per tenersi aperta la porta del voto anticipato». Renzi è irritato da questo sospetto. Agli iscritti il segretario ricorda che le battaglie da fare sono concrete, dalla lotta all’evasione fiscale e alla creazione di lavoro stabile, dall’ambiente alle opere pubbliche. E per fare tutto questo occorrono due cose precise: «Un coinvolgimento popolare e una leadership legittimata da un passaggio popolare». Ci vogliono il congresso e le primarie e però «il giorno dopo se ne rispetti l’esito, qualsiasi esso sia». Ancora nella lettera: «Abbiamo bisogno di un congresso libero e sincero nel pieno rispetto dello Statuto e proponendo le stesse regole del passato, evitando le discussioni di questi mesi sui cavilli parlamentari». Basterà questo “manifesto” per convincere la minoranza dem a restare nel Pd? I renziani sospettano che il dado sia già stato tratto. La minoranza - a sua volta - che Renzi voglia farsi un partito a sua immagine e somiglianza e che intende sgambettare Gentiloni come fece con Enrico Letta nel 2013. In direzione Boccia, Emiliano e Laforgia porteranno le firme del 5% degli iscritti, a sostegno del referendum sul congresso, se per caso scomparisse dai radar. Edoardo Fanucci, il deputato iper renziano, dovrebbe raccogliere altre firme per la mozione già pronta contro le accise su carburante e tabacchi. Una mozione di sfiducia a Gentiloni? I renziani negano: solo un altolà allo smantellamento delle politiche di Renzi.