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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

Patrimoni di famiglia I magnifici otto

Mille miliardi. Quanto vale la metà del Pil italiano, l’intera economia europea del cloud, oppure il fardello dei non performing loan che grava sulle banche dell’Ue. È il tesoretto custodito nelle casseforti di circa 5mila famiglie in Europa, in larga parte dinastie dell’industria e della finanza, spesso arrivate alla terza e quarta generazione. Sfugge a radiografie e classifiche perché in buona parte è investito in asset non quotati gestiti dai family office in tutta Europa. Tra questi sul podio in Italia c’è la famiglia di Leonardo Del Vecchio, accreditata di un portafoglio del valore di circa 20 miliardi, tra le quote nella Luxottica, nelle Generali e nelle attività immobiliari di Foncière des Régions quotate a Parigi. Poco sotto ci sono le famiglie del lusso Bertelli-Prada e Armani (fino a 15 miliardi). Terzi in classifica compaiono i Ferrero che tra le attività mondiali nel cioccolato e gli investimenti di famiglia conterebbero su un patrimonio di circa 8 miliardi, in base alle informazioni emerse quando il gruppo di Alba lanciò l’offerta pubblica per comprare a Londra i cioccolatini della Thorntons. In Lussemburgo hanno una struttura con tre family office che fanno capo a ciascuno dei rami familiari eredi del capostipite Michele. I valori non sono distanti da quelli della dinastia dei Benetton, tra le quote in Atlantia, Autogrill, gli investimenti finanziari e la liquidità. Ma anche da quelli della famiglia Perfetti che in 70 anni di storia ha costruito il gruppo dolciario tra i più grandi del Continente.
Ecco la mappa elaborata da Corriere Economia su dati di mercato dalla quale emerge anche la grande ricchezza degli omologhi europei. Con qualche sorpresa. In Austria, c’è una grande concentrazione di liquidità. Tra i patrimoni più grandi c’è quello di Dietrich Mateschitz, l’imprenditore che ha fondato la Red Bull, accreditato di una fortuna pari a 9.9 miliardi di euro. In Francia molti dei re di denari sono concentrati sul lusso. Il più ricco di tutti è François Pinault con la sua Kering (Gucci, Bottega Veneta, Saint Laurent), le cui attività sono valutate 13,5 miliardi.
Il tratto comune è un processo di trasformazione profonda innescato dai tassi bassi e quindi dai rendimenti. Come dire che, se fino a qualche anno fa si potevano attendere ritorni lordi anche superiori al 10% investendo la liquidità senza troppi rischi, oggi le cose sono cambiate.
Caccia ai rendimenti«In buona sostanza, gli scrigni di famiglia si devono dare da fare e andare a caccia di rendimenti. Ma questo significa assumersi più rischi, investendo in asset alternativi. Da qui l’ingaggio nei family office della figura del risk manager», spiega Georg Stillhart che segue gli investimenti delle dinastie in Credit Suisse. Un dato per tutti: i più aggressivi si considerano fortunati se ottengono un rendimento lordo tra il 6 e il 7%. Mentre quelli che puntano a preservare il capitale riescono a coprire l’inflazione.
Il punto d’arrivo sono le società, nella maggior parte dei casi quotate, del Nord dell’Europa. Qui le holding hanno da tempo abdicato al ruolo di mera cassaforte che custodisce le quote delle attività industriali avviate anche vari secoli fa, per assumere un profilo da investitore istituzionale. Più assimilabile a quello dei sovereign fund, di grandi fondi pensione o dei private equity. Hanno una governance che esprime manager esterni e assegna ai membri della famiglia il ruolo di beneficiari di cedole e che quindi sorvegliano soprattutto i redimenti. Hanno imboccato questa strada i Benetton dando una nuova governance a Edizione affidando a Fabio Cerchiai la presidenza e a Marco Patuano la guida operativa.
Cambiano pelle
«Acquisizioni e mercato dei capitali sono i principali strumenti a disposizione di queste holding per l’internazionalizzazione. Negli ultimi anni UniCredit ha già sostenuto famiglie, non solo italiane, in importanti deal di sviluppo sottoscrivendo anche operazioni di financing», sostiene Davide Mereghetti, già senior banker di UniCredit e ora alla guida del Global Family Office, parte della divisione Corporate e Investment Banking che da gennaio è operativa a supporto delle grandi dinastie imprenditoriali in Italia e all’estero. La squadra include anche Roberto Biraghi e Giaime Cardi, recente assunzione da Credit Suisse.
Vale per tutti quanto ha fatto Leonardo Del Vecchio che ha aggregato la sua Luxottica alla francese Essilor, rafforzando la posizione di campione mondiale nella produzione di occhiali e assicurando continuità all’azienda. Una strada peraltro già battuta dai De Agostini che hanno allestito la maxi acquisizione della società Usa di giochi Igt proiettando Lottomatica sui mercati globali, tanto che oggi le attività tradizionali nei media rappresentano solo il 17% del gross asset value. Ma ci sono altri cambiamenti in corso nelle strutture delle casseforti. E non solo dettate dalla battaglia per sconfiggere i tassi bassi.
«Negli ultimi mesi abbiamo visto molti family office e holding spostare le strutture da Londra e Zurigo al Lussemburgo, già hub europeo dove si concentreranno gli interessi delle grandi dinastie internazionali. La Brexit è stata un acceleratore di questa migrazione», conclude Mereghetti.
Alla terza e alla quarta generazione delle dinastie è richiesto più impegno, e più idee, per far fruttare il patrimonio. Nel Regno Unito, i Barclay e gli Schroder hanno infatti in portafoglio alberghi e media. E sono ormai molto lontani dalle banche che hanno fatto ricchi i nonni.