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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

«Un fiume verde e le Olimpiadi. Vi spiego i miei nuovi progetti». Intervista a Stefano Boeri

Boeri è qui, seduto alla scrivania di uno studio ottagonale della sua amatissima via Donizetti. Con il Bosco Verticale che spunta perfetto e insolente da ogni spigolo di libreria e uno sfrontato omaggio all’Inter e a Moratti incorniciato in un quadro a pochi passi da me. Respiri Milano da questa finestra affacciata sui comignoli grigi di nuvole e smog, il brusio di una babele di giovani architetti perso tra i libri e la musica, il fuoco sacro di una passione scaturita da una grande mamma, Cini Boeri, e distillata con sapienza di generazione in generazione. C’è un tavolo appena fuori dalla stanza, vorrei contare i centimetri e gli intagli nervosi di una matita in cerca di ispirazione. Mica vero che il genio ha bisogno di silenzio e riverenze e ambienti asettici. 
È qui che crea? 
«È la mia officina creativa. Qui vivo, qui lavoro, qui nascono le idee e i progetti». 
E l’ispirazione come arriva? 
«È l’incontro tra le esigenze espresse dal cliente, i vincoli che trovi nel luogo dove devi produrre e le suggestioni che vengono in modo imprevedibile da parti diverse della memoria. Renzo Piano usa un termine divertente: ologrammi. Si formano nel tuo immaginario e, attraverso il disegno, li trasformi in presenze vere, in immagini tridimensionali». 
Ho sbirciato i suoi lavori. Il piano regolatore di Tirana, la mensa di Amatrice, la città foresta... Quando capisce che è il progetto giusto? 
«Quasi subito. Non dico che non sbaglio mai ma so subito se un progetto non va bene. Una delle cose fondamentali del mio lavoro è stabilire la soglia sotto la quale non bisogna accontentarsi. E avere una certa dose di irrequietezza e dubbio». 
E come nasce il Bosco Verticale? 
«Insegnavo ad Harvard, e stavo ragionando con i miei ragazzi sulla follia di queste nuove città sul golfo di Dubai, fatte di centinaia di grattacieli rivestiti di vetro, una visione di città solo minerale e artificiale». 
Mentre il Bosco è verde e respiro. 
«Amo gli alberi e non perché ho un’anima ecologista. Da piccolo mi appassionava il Barone Rampante di Calvino. Ma era l’’82 ed ero ancora studente quando Joseph Beuys portò 7mila pietre di basalto davanti al Museo di Kassell, le accatastò all’ingresso poi cominciò a venderle ad una ad una. Con il ricavato comprò 7mila querce che piantò in tutta Kassell, cambiando il volto della città». 
Il mondo si è inchinato al suo Bosco Verticale. 
«Il Bosco ha ricevuto due premi. Il primo nel 2014 a Francoforte. Il secondo nel 2015, dal Council on tall building di Chicago. Eravamo nella Crown Hall di Mies Van Der Rohe, e sfidavamo la torre di Abu Dhabi di Foster e il One World Trade center disegnato da SOM. Dissi “vabbé non c’è storia” invece la giuria scelse noi». 
Vero che si respira meglio attorno al suo Bosco? 
«Nel Bosco esistono 100 specie di piante diverse e 25 di uccelli, compresi rondoni e cinciallegre. Per ogni umano ci sono 2 alberi, 8 arbusti e 20 piante. Il suo contributo è importante anche perché sorgendo accanto a un parco c’è una continuità del verde che moltiplica gli effetti positivi, il famoso Fiume Verde che stiamo progettando, un milione di metri quadri di vegetazione in più a Milano». 
Parliamo del giovane Boeri, studente al classico Manzoni. 
«Ero molto impegnato nella vita studentesca e se c’era da occupare...». 
Già amante dell’architettura? 
«No no, l’architettura l’ho scoperta in un viaggio in California che feci con mia madre a 18 anni. Mi portò a vedere il Salk Institute di Luiss Kahn a La Jolla vicino a San Diego, e rimasi folgorato percorrendo quei gradoni oltre cui sentivi, ma non vedevi, l’oceano. L’altra cosa che mi colpì fu la costruzione della nostra casa in Sardegna, ero bambino e lei aveva fatto il progetto, ci sono le foto di me in cantiere». 
Sua madre le ha dato tanto. 
«Mi ha trasmesso molto in modo indiretto, senza forzare. Pensi che all’inizio non volevo fare architettura perché mi dava fastidio l’idea di seguire le sue orme. Poi non ho avuto dubbi. Però per un lungo periodo ho voluto prendere le distanze da lei, non abbiamo mai lavorato insieme, solo una volta per una casa in Svizzera. Mia madre ha un’età importante e bellissima, va per i 93, e tutti i giorni è in studio che lavora». 
La passione politica viene da lei? 
«Papà era neurologo, dirigeva il Besta, ma era stato comandante partigiano e nel partito d’azione, un laico. Nonno era un senatore liberale, uno dei fondatori del partito d’azione. Mamma, invece, era iscritta al Pci. In questo amalgama di passioni e visioni io e i miei fratelli eravamo legati a quella che si chiamava “la sinistra extraparlamentare”, un mondo variegato e ricchissimo di idee che avrebbero poi contaminato altre correnti politiche». 
E oggi? 
«Se riesci a trasformare la professione in uno strumento di utilità sociale fai politica. Quello che facciamo ad Amatrice è politica, il Fiume Verde è politica. C’è una differenza però. Quando fai l’architetto vai all’obiettivo, in senso verticale. Quando fai il politico di mestiere, lavori sull’orizzontalità, crei le condizioni per agire, è un gioco di equilibri». 
Disse un giorno che avrebbe voluto i milanesi «sopraffatti dalla bellezza». Lo sono stati? 
«Milano, più di ogni altra città ha portato a termine progetti che erano partiti in epoche diverse, il Mudec, la Darsena, Porta Nuova... L’Expo ha fatto da catalizzatore, ha posto un termine temporale. È una città illuminata, ma dà il meglio di sé quando è generosa non quando si autocelebra». 
Cosa pensa di Sala? 
«Trovo che stia lavorando bene e lo dico non avendolo sostenuto alle primarie. Sta prendendo in mano temi importanti come le periferie, che erano la nostra pecca perché avevamo trascurato il fatto che ci fossero aree di disagio nel cuore della città. L’altra cosa che apprezzo di lui sono le relazioni internazionali. Mai scordare che non ci sarebbe stato l’Expo senza un sindaco come la Moratti con una visione internazionale». 
Mi dica di Renzi. 
«Renzi è una figura di polso e visione, apparso sulla scena di una politica stremata quando nessuno se l’aspettava. Ha perso per un errore tattico ma credo e spero che se saprà agire senza affanno o bulimia potrà ricreare le condizioni per un ritorno al governo». 
Suo fratello la consiglia mai? 
«Ci siamo ripromessi di non parlare uno del lavoro dell’altro». 
Cosa non le piace di Milano? 
«Sono triste quando vedo che non c’è attenzione alla produzione di cultura, che non ci sono mostre progettate da Milano. Palazzo Reale è una sequenza di eventi di cassetta che arrivano da circuiti esterni e che fanno numero ma non portano valore aggiunto. Mentre la mostra di Barbie del Mudec (in sé anche di successo ma fuori luogo in un museo delle culture), forse ha segnato il punto più basso. Milano sa assorbire le brutture, lo fa anche con le sculture brutte, come quella in San Babila e i bersaglieri di via Larga». 
Mi parli dei suoi figli. 
«Filippo ha 28 anni e sta facendo un PHD alla London School of Economics e Antonio ne ha 24 e si è laureato in architettura a Bruxelles. Una scelta che mi ha sorpreso e che non ho sollecitato. Ma anche lui non ha alcun rapporto lavorativo con me. Ho visto troppi figli frustrati di architetti noti». 
Come si scova il talento? 
«So come non lo trovo. La presunzione è un’immediata denuncia di assenza di talento, l’ho visto con tanti colleghi. L’architetto non inventa quasi nulla, deve reinterpretare o reinventare cose fatte dagli altri, se pensa di essere l’artefice di tutto fa ridere». 
Prende spunti dai collaboratori? 
«Molti sono miei ex studenti del Politecnico. E io faccio il regista: scelgo gli spunti, li metto insieme e stabilisco la cornice. Non sopporto la sciatteria. E poi ogni tanto succede che si producano cortocircuiti e dal cortocircuito nasca l’idea. Il mio mestiere è irreversibile, quello che fai te lo porti dietro per tutta la vita». 
E c’è qualcosa di cui si pente? 
«Il G8 della Maddalena, avevo realizzato i 5 edifici sul mare. Poi il G8 è stato spostato all’Aquila, si è scoperto che parte del processo di costruzione era stato illegale e tutto è stato lasciato in abbandono. Ancora oggi sto male pensando a edifici bellissimi e abbandonati costruiti con soldi pubblici». 
Cosa fa quando non lavora? 
«Gioco a tennis e vado allo stadio con i miei figli, sono interista non si vede? E poi mi piace la musica italiana, ho festeggiato i 60 anni cantando Disperato Erotico Stomp di Dalla. Ma è solo quando vado a pescare alla Maddalena che mi rilasso davvero. Pescare coi figli è la cosa più bella del mondo perché è un silenzio pieno di complicità e prossimità. Un contatto con la vita basato sull’imprevedibilità». 
Mi dica un suo difetto. 
«Mi arrabbio e sono permaloso, però ho imparato a esplicitare la mia rabbia e una volta espressa recupero i rapporti. Mentre nel lavoro sono sicuro nel sintetizzare in una forma un mondo ricco di spunti e suggestioni, nella vita privata sono variabile e insicuro». 
Ma ce l’ha un rimpianto lei? 
«Di non aver fatto il sindaco di Milano. Anche se sono felice di quello che è successo dopo e credo di aver continuato a fare molto per la città». 
Un incubo quelle primarie del Pd contro Pisapia. 
«Una delusione. Fui ingenuo, accettai senza conoscere le regole, senza aver capito che c’era chi aveva già costruito uno scenario diverso da quello che mi era stato prospettato». 
Mi dica un progetto nel cassetto. 
«Errani dovrebbe chiedermi di fare il suo consulente per la ricostruzione urbanistica dei territori terremotati. E poi mi piacerebbe riprogettare lo stadio di San Siro. L’idea di Sala dei due ingressi, uno dell’Inter uno del Milan, è ottima. Il sogno però restano le Olimpiadi, credo che Milano possa competere per il 2028. C’è grande fermento e non ci sarebbe il rischio di cattedrali nel deserto perché Milano concorrerebbe con Torino e Genova, utilizzando le strutture già esistenti». 
Sarà lei il nuovo presidente della Triennale? 
«Sto facendo altro e nessuno me lo ha proposto. La Triennale era la grande istituzione italiana dell’architettura e del design, ma oggi arranca dietro Venezia e Roma. È mancato il rilancio, per chiunque accettasse, ci sarebbe molto da lavorare».