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 2017  febbraio 11 Sabato calendario

La profezia di Craxi:«L’Europa sarà l’inferno»

Bettino Craxi aveva intuizioni profetiche che sfioravano la chiaroveggenza, anche se le sue erano semplici analisi politiche fondate su una profonda conoscenza dello scenario nazionale e internazionale. 
Quando previde la stagione delle bombe, nel
1993, fu così preciso che qualche demente ipotizzò
un suo coinvolgimento,
ma è sul ruolo dell’Europa comunitaria e della finanza internazionale che i suoi discorsi, rivisti oggi, si fanno
più profetici e impressionanti. In rete c’è un breve
video dove parla in prima persona, mentre un discorso pià articolato appare nel
libro Io parlo e continuerò a parlare edito da Mondadori nel 2014, e cioè 14
anni dopo la sua morte. I
discorsi e lo scritto risalgono addirittura al 1997 e
cioè quando di certi temi parlavano pochi o nessuno, prima ancora, peraltro, che sortisse effetto la spaventosa Eurotassa di Romano Prodi (4300 miliardi di lire) che doveva servire a rientrare nei famigerati parametri di Maastricht. Proprio da qui cominciava Craxi: quei parametri disse andavano rinegoziati punto e basta. Nel video, semplice semplice, la metteva così: «Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, ma l’Europa, per noi, nella migliore delle ipotesi sarà un limbo e nella peggiore delle ipotesi sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo, perché la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia la rinegoziazione dei parametri di Maastricht». 
Allora, nel 1997, non esisteva l’odierno fronte no euro, ma Craxi aveva già detto come stavano e sarebbero state le cose: i parametri di Maastricht avrebbero distrutto l’Italia a differenza di un «sistema corruttivo» che, pur deprecabile, non lo aveva fatto. Craxi aveva compreso che il vincolo del 3 per cento al deficit avrebbe impedito all’Italia di sostenere la propria economia, e soprattutto di infondere fiducia al sistema economico nel suo complesso. Ai tempi, dire «è grazie a Prodi se siamo in Europa» era visto come un merito per Prodi, non viceversa. 
Quello dell’ex leader socialista era più che altro un ragionamento quasi banale (oggi) che ai tempi non fece nessuno: se il limite al deficit annuo fissato con Maastricht era pari al 3 per cento, era anche vero che l’Italia superava questo limite già con il costo degli interessi passivi sul debito pubblico. Ergo, firmando il Trattato si era condannata a un’ avanzo primario perpetuo, quindi a sottrarre ricchezza dall’economia reale anno dopo anno. Fare politiche espansive sarebbe diventato impossibile. 
Ma Craxi era decisamente fuori moda scriveva da Hammamet, ufficialmente latitante ma fuori moda erano soprattutto le sue visioni a suo modo «socialiste». Potendolo fare, avrebbe chiesto di rinegoziare i parametri di Maastricht (correndo altri rischi, ma l’avrebbe fatto) e avrebbe cercato di mantenere lo Stato come controllore e prestatore di ultima istanza attraverso la banca centrale, lasciando per il resto che economia e mercato facessero il loro corso. Uno Stato non strozzato dai limiti imposti dai trattati avrebbe potuto intervenire senza ogni volta colpire i contribuenti, questo beninteso conservando una sovranità monetaria; invece, oggi, le banche prestano soldi a caso e se falliscono ne pagheranno il conto i correntisti. 
Al di là di questo, Craxi pensava che l’intervento dello Stato nell’economia fosse comunque necessario per consentire un più veloce progresso sociale. Diceva, e scriveva: «I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine... furono adottati in una situazione data, con calcoli e previsioni date. L’andamento di questi anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori, la situazione odierna è diversa da quella sperata. Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali. Poiché si tratta di un Trattato, la cui applicazione e portata è di grande importanza per il futuro dell’Europa Comunitaria, come tutti i Trattati può essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali ed alle nuove esigenze di un gran numero di paesi aderenti... Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene contro della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione. Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione». 
Poi ci sono altri scenari previsti da Craxi e, diciamo, in corso di realizzazione. Su tutti un ruolo pressante (e oggi evidente) della finanza internazionale: «C’è il pericolo della svendita del patrimonio pubblico mentre peraltro continua la quotidiana, demagogica esaltazione della privatizzazione. La privatizzazione è presentata come una sorta di liberazione dal male, una falsità che i fatti si sono già incaricati di illustrare, mettendo in luce il contrasto che talvolta si apre non solo con gli interessi del mondo del lavoro, ma anche con i più generali interessi della collettività. La globalizzazione non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, l’autorità di una vera e grande nazione, ma viene subìta in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più difficile intravedere un avvenire che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza». Craxi criticava fortemente anche il sistema maggioritario: «La giustizia politica è sopra ogni altra l’arma preferita, il resto è affidato all’informazione... Non contenti dei risultati disastrosi provocati dal maggioritario, si vorrebbe dare un ulteriore giro di vite, sopprimendo la quota proporzionale per giungere finalmente alla agognata meta di due blocchi disomogenei, multicolorati, forzati ed imposti. Dei partiti che sono ben lontani dalla maggioranza assoluta, in questo modo, pensano di potersi imporre con una sorta di violenta normalizzazione». È sempre più difficile, oggi, non dare ragione a Craxi, anche se non dargliela, inteso, sarebbe un piacere.