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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

«Gli animali vanno trattati come l’uomo». Intervista a Leonardo Caffo

Guru dell’animalismo italiano ma fustigatore dell’arroganza animalista, Leonardo Caffo, 28 anni, filosofo, è il teorico dell’antispecismo debole. Autore di libri-cult come Il maiale non fa la rivoluzione (Sonda) e il recente La vita di ogni giorno (Einaudi), insegna Ontologia del progetto al Politecnico di Torino e co-dirige la rivista Animot: l’altra filosofia.
Caffo, lei è antispecista. Cioè?
«Il termine specismo è stato coniato nel 1970 dallo psicologo Richard Ryder in un’accezione analoga a razzismo. È anti-razzista chi si oppone al razzismo come discriminazione basata sull’appartenenza a un’etnia diversa. Ed è antispecista chi si contrappone a quanti pensano che basti appartenere a una certa specie per avere un trattamento morale diverso. Peter Singer ha sviluppato il tema ne La liberazione animale del 1975».
In che modo gli animali vengono discriminati? 
«Nel Nord America ogni anno vengono sterminati 50 miliardi di animali, esclusi pesci e animali minori, per motivi connessi all’alimentazione e ad altri danni collaterali: ammazzando un maiale si fa dalla carta da parati alla colla delle scarpe. L’idea di Singer è che se noi umani ci rispettiamo per non farci soffrire, anche gli animali soffrono e facendoli soffrire mettiamo in discussione le basi stesse della nostra etica umana. Teoria più morale che politica, c’entra però col capitalismo che etimologicamente viene da caput, capo di bestiame. Marx direbbe che gli animali lavorano generando plusvalore, senza nulla in cambio».
In che senso si parla di antispecismo debole?
«Il documentario Cowspiracy, prodotto da Leonardo Di Caprio a fine 2016, mostra come l’inquinamento dipenda per lo più dall’emissione di CO2 dei grandi allevamenti e per fare una bistecca ci vogliano 1000 litri d’acqua, abbastanza per far campare due bambini africani qualche anno. Pur approvando queste speculazioni collaterali, io difendo l’idea che la non discriminazione delle altre forme di vita sia importante di per sé, al di là degli effetti su di noi. Se qualcuno si fosse opposto ai lager nazisti non perché gli ebrei venivano massacrati ma perché i fumi dei forni crematori erano inquinanti, avremmo considerato questo argomento doppiamente immorale. Esempio forte, ma analogamente, sostenere che la carne rossa non va mangiata perché causa il cancro, sminuisce il valore dell’animale nel momento in cui si pretende di rispettarlo».
E perché sarebbe debole questo antispecismo?
«Meno cerchi di dimostrare, più facile è dimostrarlo. L’argomento contro la discriminazione degli animali è uno solo e incontrovertibile, per quanto visionario rispetto allo spirito del tempo. Quanto al termine animalismo, esiste solo in italiano per indicare un atteggiamento generico di protezione verso gli animali. Non c’è equivalente inglese. L’antispecismo invece è una teoria che quasi mira all’a-specismo. L’antispecista potrebbe anche non amare gli animali, ma non sfruttarli né usarli. Essere indifferente».
L’idea ha fatto progressi?
«Solo teorici, quasi nulla di pratico. Numericamente lo sterminio degli animali è aumentato dagli anni ’70. L’intera società occidentale è costruita sulla presa di distanze dall’animale, fin dai dipinti nelle grotte di Lascot. L’antispecismo propone invece la vicinanza come salto nel vuoto totale: l’umano non più antropocentrico. Un’idea che per affermarsi richiede tra mille e 1500 anni. Ma l’impatto è gigantesco sulla letteratura. Penso a La vita degli animali di Coetzee».
L’uomo non è al vertice della catena alimentare?
«In teoria sopra di noi ci sono i batteri. Ogni specie ha il proprio filone evolutivo, il cane, lo scarafaggio e l’uomo. Lo sosteneva pure Darwin. E il buddhismo tibetano, l’induismo, lo shintoismo. Gli animali cacciano, ma nel mattatoio c’è la bruttura della tecnica, non è come ammazzare una gazzella in una foresta. Nel primo grande mattatoio, a Chicago, l’animale veniva smembrato in una catena di montaggio che ha ispirato sia Ford, sia Hitler. Capitale e guerra in un colpo solo».
Lei critica il mondo animalista?
«È pieno di ipocrisie. L’idea è stata personalizzata e diffusa in un dibattito di bassa politica. Basta vedere sui social con quanta violenza di linguaggio il vegano o animalista medio si confronti con gli altri. Lo chef Vissani è stato coperto di insulti, e così Giulia Innocenzi solo per aver dialogato con lui. Certi vegani si credono perfetti. Essere animalisti è un atto di grande umiltà: rispetto agli altri animali, certo, ma anche rispetto ai propri simili».