la Repubblica, 12 febbraio 2017
Lettera di un professore
La notizia che i ragazzi oggi non sanno l’italiano, come sostiene l’appello firmato da seicento docenti universitari, non è proprio uno scoop. Bastava ripubblicare, per esempio, l’intervista fatta al linguista Luca Serianni su Repubblica tredici anni fa.
Nel documento dei Seicento colpisce, oltre alla genericità della denuncia, l’ovvietà delle terapie proposte: «dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale…». Ma pensano davvero gli intellettuali di prima grandezza firmatari del documento, che gli insegnanti di scuola non sappiano già benissimo queste cose? Almeno queste. Non sarà che uno dei motivi della tragedia della nostra scuola sta proprio nel continuare a pensare che gli insegnanti siano dei mentecatti, incapaci di produrre la ricerca didattica che davvero servirebbe, bisognosi di una badante che controlli di continuo il loro operato, come si auspica nel documento dei Seicento (“introduzione di momenti di seria verifica”…, “verifiche nazionali periodiche”)? Verifiche poi fatte come e da chi? «Le prove Invalsi – dice Luciano Canfora, certamente esagerando – sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso… la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati». Valutazioni e verifiche, comunque, fatte sempre da chi non è mai stato in classe, quindi non è un insegnante.
Non sarà che il problema non sta tanto nell’imporre verifiche o nell’individuare le terapie giuste – che probabilmente già esisterebbero e che comunque spetterebbe agli insegnanti trovare se gliene fosse data l’opportunità – ma nella concreta possibilità di applicare questi rimedi nelle nostre scuole? Scuole ridotte dall’autonomia ad aziendine alla ricerca spasmodica della soddisfazione del cliente (alunni e genitori).
Naturalmente anche gli illustri firmatari della denuncia in questione, presi uno per uno, sanno dare spiegazioni attendibili del disastro. Cacciari, assolvendo insegnanti e studenti, denuncia lo smantellamento dei licei e il fatto che oggi pare che «l’unica cosa indispensabile sia professionalizzare».
Cose che scriveva il fisico Lucio Russo vent’anni fa nel mirabile pamphlet Segmenti e bastoncini. È poi sorprendente la risposta data a Cacciari dalla ministra Fedeli: «… siamo indietro anche nell’insegnamento tecnico-pratico». È dunque per un senso di equità che abbassiamo anche il livello dei licei? La celebrazione – peraltro sacrosanta – della figura di De Mauro pare il principale rimedio escogitato dalla ministra: “… attiveremo uno studio vivo del suo pensiero didattico. Fu lui, in un incontro negli anni Ottanta, a farmi capire la necessità del buon italiano” (ma occorreva che glielo dicesse De Mauro che un buon italiano è meglio di uno cattivo?). Per altro compiono quarant’anni le Dieci tesi per un’educazione linguistica democratica redatte da De Mauro, arcinote agli insegnanti, che ancora oggi, le considerano la Bibbia dell’educazione linguistica. Ma se oggi è ancora preziosa l’eredità di De Mauro è soprattutto perché le Dieci tesi sono nate da una cooperazione paritetica tra docenti di scuola e di università che non prevedeva ricette calate dall’alto e che allora era possibile perché l’università non pretendeva – come è successo con l’istituzione delle scuole di specializzazione all’insegnamento secondario – l’appalto esclusivo della ricerca didattica e della formazione degli insegnanti.
È poi ovvio che l’obiettivo di una precoce professionalizzazione comporti l’eliminazione o, comunque, l’indebolimento, delle materie “inutili”, il cui studio rappresenterebbe invece un’efficace terapia dei mali denunciati. In particolare lo studio del latino servirebbe ad arricchire il lessico anche qualitativamente (“Grazie al latino, una parola italiana vale almeno il doppio” scrive Nicola Gardini), insegnerebbe la cura della forma nel confronto con modelli letterari alti. Soprattutto il latino, proponendo una sintassi che procede per consecuzione grammaticale e logica – e non per giustapposizione di evidenze, come quella oggi vincente dell’inglese – insegnerebbe una disciplina del pensiero, affinerebbe quella capacità di argomentare gerarchizzando, la cui assenza è la cosa più preoccupante negli scritti incoerenti e sconnessi degli studenti. Naturalmente, sempre se il latino lo si potesse insegnare, senza che frotte di genitori sindacalisti dei loro figli si fiondino al Tar per ogni voto un po’ al di sotto del cinque. Perché il latino, e col latino le altre materie “inutili” dell’area umanistica, sono impegnative. A volte – scusate la parola – difficili. Perché eliminare il latino? Nel famoso Processo al liceo classico tenuto a Torino due anni fa – in cui le lingue classiche sono state assolte per il rotto della cuffia e solo perché a difenderle c’era Umberto Eco – sono state addotte le argomentazioni più inverosimili per decretare l’eliminazione di latino e greco. Bastava dire: sono da togliere, perché sono difficili e richiedono un impegno che oggi non si può più pretendere. Punto e basta. E poi perché i nostri ragazzi dovrebbero rompersi la testa nella traduzione dal latino o nella stesura del riassunto di un testo complesso, se – nel paese che possiede l’80 per cento del patrimonio antiquariale mondiale – tra i quiz per assumere funzionari dei Beni culturali si chiedeva tempo fa se i Bronzi di Riace erano «A: In marmo; B: In legno; C: In bronzo»? Del tutto assente nel documento dei Seicento un qualsiasi accenno alle responsabilità dell’università. Che pretende che sappiano scrivere studenti ai quali, prima della tesi, non è mai stato chiesto di scrivere nulla, e per i quali l’ultima prova di scrittura è probabilmente il tema di maturità di quattro o cinque anni prima. E come non bastasse, in certe facoltà si sta meditando di eliminare anche la tesi, con la motivazione ineffabile che “la qualità degli elaborati è calata”. Dall’università vengono poi le teorie dei pedagogisti, che sono servite unicamente a fornire un avallo scientifico (si fa per dire) a un buonismo didattico nefasto, almeno a livello di scuola media superiore.