la Repubblica, 11 febbraio 2017
L’amaca di Michele Serra
Gli italiani parlano peggio, come sostiene l’appello di alcuni linguisti e docenti, oppure meglio, come dice un contrappello altrettanto firmato? Il problema è che non esiste un metro di misura oggettivo: la lingua è uno strumento e non un fine, ognuno se ne serve a seconda dell’uso che intende farne. Se ti preme migliorare il tuo pensiero e aumentare le tue capacità logico-cognitive, sarai costretto ad affinare l’uso delle parole. Se ti basta quello che già sei e quello che già sai non hai alcun bisogno di distinguere tra coordinate e subordinate, e di conseguenza il congiuntivo, come direbbero alla Crusca, va a farsi fottere.
La lingua non rispecchia solamente il titolo di studio, che pure un poco conta; rispecchia soprattutto le ambizioni di chi la usa e il rispetto che ha di sé. Vale, come eterno paradigma, lo sforzo emozionante dell’operaio che si sforza di parlare bene in assemblea, e si scusa di non farlo abbastanza; di contro ci sono senatori della Repubblica (tipo Razzi) che considerano “popolare”, e forse spiritoso, parlare un italiano orrendo. Il problema, come si sarebbe detto una volta, è politico: chi ambisce a non essere più subalterno cerca di alzare il proprio livello e con esso quello del suo italiano. Chi non ambisce parla come Razzi.