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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

Bologna, le barzellette e gli “aristofobici” diario confidenziale del suo anno migliore

Ventidue gol, tanta passione, molti bisticci e un lieto fine da fotoromanzo, con il ritorno in Nazionale. A Bologna, vent’anni fa, Baggio fece il suo record di gol in campionato, si tagliò il codino ormai obsoleto, litigò con il calcio zapatista di Ulivieri (allenatore che adorava il collettivo e disprezzava l’edonismo piccolo borghese dei singoli) ma riuscì ad interpretarlo alla perfezione. Migliorandolo.
Baggio arriva a Bologna nell’estate del 1997 mortificato dal Milan che non lo vuole più, triste e sovrappeso. Sogna di andare ai mondiali in Francia, l’anno dopo. Serve pazienza per risalire e serve un cortile tranquillo dove giocare. Per uno come lui che ha passioni molto trasgressive, tipo collezionare richiami per le anatre e vedere i filmati delle sue giornate di caccia in Argentina, il condominio residenziale fuori città, proprio accanto al centro di allenamento, diventa un’oasi. A Bologna trova un pubblico devoto: in campo è Baggio e fuori sa essere buffo quando racconta barzellette da ragazzino in gita e quando si scusa per gli errori di italiano: «Mi è morta la maestra».
Trova un pubblico devoto, il presidente Gazzoni che l’ha scelto come simbolo e un allenatore che non lo vuole. Ulivieri ha costruito la classica squadra operaia e teme che l’arrivo del campione faccia saltare gli equilibri proletari. Seguono dissidi tattici e scelte divisive, Baggio viene messo due volte in panchina, rifiuta quella contro la Juve: la città si spacca in due partiti, chi sta col giocatore e chi col tecnico; Stefano Bonaga, il filosofo, apostrofa come “aristofobici” i nemici di classe del numero dieci. Il tecnico prima si dimette poi fa pace con Baggio e fugge con lui in macchina per una riconciliazione hollywoodiana. Da lì la squadra cambia vita e fa un girone di ritorno straordinario da 32 punti, arrivando ottava. Nel frattempo Bologna si è riempita di giapponesi che seguono Baggio, di feticisti che offrono soldi agli hotel per avere le lenzuola del campione, di fan per le amichevoli del mercoledì. Perché Baggio è sempre stato un calciatore con un suo popolo, che prescinde dai club. Vogliono vederlo, perché è uno da vedere dal vivo. Sa fare tutto – destro, sinistro, tiro, dribbling persino un colpo di testa ostinato – e più di tutti ha un controllo di palla sensuale, che comincia dallo sguardo.
Guardate, per esempio, il gol – su assist di Pirlo fatto a Van der Sar. Era il 2001. «Beati i palloni che hanno giocato con lui», sospiro’ Mazzone (che lo allenava a Brescia) dopo quella rete alla Juve. A Bologna ne fece 22, più di quando vinse il Pallone d’oro. Ci rimase solo una stagione, poi scelse l’Inter. «Ma Bologna è stato il mio anno migliore», ha detto a fine carriera. Troppo tardi per tornare indietro.