il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2017
Dalle suore agli Oasis, chi è il trionfatore di Sanremo
C’è poco da fare: nella vita è tutta una questione di sliding doors. Chissà se Francesco Gabbani ha avuto tempo di riflettere su quanto gli è accaduto a Sanremo l’11 febbraio. Attenzione: del 2016, non di sabato scorso. Per lui l’orologio del destino, prima del trionfo al Festival con la contagiosa satira delle manie zen di “Occidentali’s Karma”, va rimesso indietro di un anno esatto. Quella sera il carrarese era ancora un perfetto sconosciuto, uno di quelli che beccavi solo soletto al bar dell’Ariston, e pareva un postulante del circo ambulante della musica italiana, un addetto stampa, un manager di terza tacca, un imbucato, il conduttore di qualche emittente sperduta nella sterminata provincia – ascolti zero ma faccia da paravento, proteso a catturare l’attenzione dei colleghi che ti fanno fare il gran salto. Ordinava tisane, niente scalmane, il contrario di un arruffapopoli in chiave pop. Invece era un concorrente tra le Nuove Proposte: i giovani insomma, categoria in cui era riuscito a infilarsi in extremis all’alba dei 34 anni. Si stava giocando l’accesso alla finale, ma prima c’era da superare lo scontro diretto con una bella cantante siciliana, in arte Miele. Francesco presentava un motivetto “catchy” (cioè di quelli che ti prendono subito), intitolato Amen, il cui testo recita scaltramente così: “E allora avanti popolo/che spera in un miracolo/elaboriamo il lutto con un amen”. Niente allusioni partitiche, spiegava: magari il pastiche letterario era l’inconscio riaffiorare dei ricordi di scuola, quando alle elementari andava dalle suore e proprio con la loro benedizione, a 8 anni, affrontò il battesimo musicale: un assolo di batteria alla festa dell’istituto. Insomma, l’11 febbraio 2016 lo scontro senza appello della semifinale era Gabbani versus Miele: lei presentava un brano più tradizionale, ma melodicamente ben strutturato.
A decidere l’accesso alla finalissima era il combinato disposto del suffragio della Sala Stampa dell’Ariston e del televoto. Bene: al momento di pigiare il pulsantino della preferenza su quello che l’ineffabile Nando Pagnoncelli dell’Ipsos aveva rinominato “votatore”, i giornalisti accreditati scoprono che si è irrimediabilmente bloccato. Passa il tempo utile e la diretta deve andare avanti. In Sala Stampa scoppia l’insurrezione, si grida ai brogli, si organizzano brigate per pressare Pagnoncelli e invalidare il risultato prima che venga annunciato da Conti. Ma invano: Carlo porta al proscenio Gabbani e Miele e alza il braccio della ragazza, che comprensibilmente commossa si porta una mano alla bocca e abbandona l’Ariston per andare a brindare. Si è imposta con un 53 per cento dei voti, ma i cronisti non mollano, “questo è un esito tarocco”. Alla fine, mentre la terza serata del Festival si dipana davanti agli italiani stravaccati sui divani e ignari del dramma che si va consumando dietro le quinte, l’Ipsos e i maggiorenti Rai dispongono una seconda votazione. Stavolta l’infernale congegno funziona, e Gabbani, che era rimasto di sale all’annuncio della sconfitta, prevale di un soffio, con il 51 per cento. Toccherà all’imbarazzatissimo Conti annunciare il ribaltone un’ora più tardi, mentre Miele, sotto choc, chiede di essere riammessa, ma verrà disillusa per la seconda volta. È esattamente lì che la porta scorrevole di Gabbani si riapre e lo spinge verso un destino radioso: vince a mani basse la competizione tra le Nuove Proposte (terzo, pure quella volta, finirà Ermal Meta, che ormai il toscano se lo sogna di notte) e Amen si aggiudica pure il Premio della Critica e il Bardotti per il miglior testo prima di diventare un tormentone. I giornalisti si interessano alla sua biografia: sì, prima dei vent’anni suonava in una band, i Trikobalto, segnalatasi come “opening act” degli Oasis e degli Stereophonics. Poi l’inquieto Gabbani si era messo in proprio: voleva sfondare nella musica, dopo studi poco esaltanti. Se gli chiedi il voto alla maturità classica non lo ricorda, e il Dams l’ha mollato presto, per la disperazione della madre. Pian piano, ma con ostinazione, intraprende una carriera da cantautore che lo porterà a scrivere pezzi per Francesco Renga o per Celentano (è sua Il bambino col fucile dall’album Le migliori che il Molleggiato ha condiviso con Mina) e la colonna sonora di Poveri ma ricchi, la commedia di Brizzi con Brignano e De Sica. Quando Conti lo sceglie per Sanremo 2017 nessuno si stupisce: accede tra i big come vincitore della categoria minore dell’anno precedente. I bookmaker e gli aruspici del Festival non gli concedono chance: questo è l’anno della Mannoia, non scherziamo.
Gabbani non immagina che sarà il primo artista a imporsi in due edizioni consecutive, e che fungerà da rottamatore toscano di tanta parte della vecchia guardia. Ron, Al Bano e Gigi D’Alessio vengono impallinati per strada prima che Fiorella (mortificata da una canzone pro-vita retwittata dal cardinal Ravasi) resti beffata all’ultima curva. L’Italia impazzisce per Occidentali’s Karma: i trend filo-orientali della borghesia consumista finiscono ridicolizzati nel decoupage del testo, frasi-slogan alla Battiato e prese per il culo degli assortiti maestri spirituali, più una irresistibile “scimmia nuda” ballerina che in realtà è l’uomo stesso, così come l’aveva studiato l’etologo Desmond Morris nel fondamentale saggio del ‘67. Ora tutti tirano per la giacchetta il frastornato Gabbani, l’ex signor nessuno che andrà all’Eurofestival e che dodici mesi fa ordinava acqua calda al bar dell’Ariston. Prima delle sliding doors.