il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2017
Il crollo che ha cambiato Wall Street e il mondo
Il mancato salvataggio di Lehman Brothers rimane una tragedia, non tanto perché l’azienda meritasse di essere salvata, quanto perché il danno provocato dal suo fallimento ha distrutto il mercato e l’economia mondiale”. Il giornalista del New York Times Andrew Ross Sorkin arriva a questa conclusione nella sua monumentale ricostruzione della grande crisi finanziaria del 2008, Too big to Fail (De Agostini, 2010). Esagerato? Col passare degli anni, l’importanza della decisione della Casa Bianca e della Federal Reserve, la banca centrale Usa, di abbandonare al fallimento una delle più importanti banche d’affari del mondo il 15 settembre 2008 è stata ingigantita.
Gli amanti della storia contro-fattuale sono arrivati a ipotizzare che se l’allora presidente George W. Bush, il suo segretario al Tesoro Hank Paulson e la Fed di Ben Bernanke avessero evitato il tracollo della banca con la successiva paralisi del settore del credito, il senatore John McCain avrebbe battuto il giovane e poco esperto Barack Obama alle elezioni del 2008, il “credit crunch”, quella stretta creditizia che per anni ha reso difficile ottenere finanziamenti, non ci sarebbe stato. O forse no, forse le cose sarebbero soltanto andate peggio, ha scritto lo storico Niall Ferguson: i contribuenti americani avrebbero considerato oltraggioso l’ennesimo salvataggio bancario a spese dello Stato, soprattutto perché riguardava una banca che sembrava riassumere tutto il peggio di Wall Street, a cominciare dall’arrogante amministratore delegato Richard “The Gorilla” Fuld.
Non era possibile trovare un compratore che si facesse carico dei bilanci disastrati di Lehman, replicando lo schema incoraggiato dalla Federal Reserve con 30 miliardi di dollari che aveva permesso di preservare l’ormai insolvente Bear Stearns fondendola con Jp Morgan Chase. Trovare un compratore era impossibile, ha scritto Ferguson sul Financial Times: “Lehman era un’impresa agonizzante, aveva perso 6,7 miliardi di dollari in sei mesi, i suoi debiti superavano i 600 miliardi, il valore dei suoi asset stava collassando e quando Barclays sembrava vicina a un accordo per prendersela, l’Autorità finanziaria inglese mise il veto. Il cancelliere dello Scacchiere mise in chiaro: ‘Non importeremo il vostro cancro’”.
Sono stati scritti libri, girati film (l’ultimo: La grande scommessa), ma ancora non c’è la risposta alla domanda più semplice: perché il 15 settembre 2008, all’1.45 di mattina, la Lehman Brothers Holdings ha deposito la domanda di procedura Chapter 11 (una specie di bancarotta che consente di evitare la chiusura disordinata delle attività)? Era l’esito inevitabile delle sue condizioni finanziarie o una scelta politica precisa, frutto della volontà delle autorità Usa di combattere il moral hazard, la scommessa degli investitori che lo Stato alla fine sarebbe sempre intervenuto in qualunque crack bancario? Colpirne uno per educarli tutti (subito dopo aver abbandonato Lehman, gli Usa hanno però salvato l’assicurazione Aig, non certo più meritevole). O ancora c’erano conflitti di interessi che hanno portato i banchieri concorrenti – e il segretario al Tesoro Paulson, ex capo di Goldman Sachs – ad abbandonare al proprio destino un concorrente ingombrante? Tutte queste tesi hanno solidi argomenti a proprio sostegno. E cercare un senso al crack di Lehman Brothers è altrettanto complesso che capire l’origine di una guerra o di una rivoluzione.
Sulle condizioni finanziarie della banca, invece, non ci sono dubbi residui. È stato tutto ricostruito nei nove volumi del report prodotto dallo studio legale Jenner & Block che ha gestito la bancarotta. Lettura per appassionati, ma ricca di dettagli, come quelli sullo schema Repo 105 che, sfruttando le maglie larghe della regolazione contabile internazionale, permetteva a Lehman di abbellire il bilancio facendo sparire 50 miliardi di dollari di titoli dal valore assai incerto.
A quasi dieci anni dal crac, i creditori hanno recuperato meno di 25 centesimi per ogni dollaro dovuto da Lehman.
Le immagini dei trader, degli analisti e perfino dei vicepresidenti che scendono in strada con tutta la loro roba in uno scatolone, appena licenziati, ha lasciato un messaggio che ora comincia pericolosamente a sbiadire: Wall Street non è invincibile. Ma le sue fragilità sono pagate da tutti, anche da Main Street, come negli Usa viene chiamata l’economia reale.