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 2017  febbraio 13 Lunedì calendario

Qualcosa sui Lehman. Un libro che non c’era

Scrivere qualcosa su Qualcosa sui Lehman non è poca cosa. Quel “qualcosa”, infatti, sono un sacco di cose: una banca il cui crollo ha scosso il mondo; una famiglia partita dalla Baviera per salire sulla giostra che fu l’America; la sarabanda sfrenata del capitalismo lungo un secolo e mezzo; corpi, voci, suoni, mille altre cose e un libro. Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini è un romanzo e – proprio perché lo è assai più di quanto intenda la semplice classificazione di genere – è un mondo che nasce da un corpo a corpo con la Storia lungo quasi 800 pagine. Luca Ronconi – che ne lesse una prima, assai più breve, versione (Lehman Trilogy) – decise di portarla a teatro. Fu la sua ultima regia, ma prima ne scrisse questo: “Qualcosa di eroico, finalmente qualcosa che non guardi ai tinelli”. E quel che rileva, appunto, è la nascita di un mondo (letterario) dentro un mare di tinelli.
Qualcosa sui Lehman, si diceva, insolito esperimento culturale del supermarket Mondadori. Lehman come la banca; Lehman come il crac finanziario del 2008; Lehman come i fratelli. Lehman Brothers: Henry, Emanuel, Mayer, i tre figli di Abramo, patriarca e mercante di bestiame di Limpar, Baviera. Sono – li cataloga Massini – una Testa, un Braccio e una Patata: diventeranno una banca, la quarta degli Stati Uniti, e il più grande crack della storia, ma stiamo correndo troppo.
Qualcosa sui Lehman, che pure s’illumina al fuoco della crisi, non è letteratura della crisi: a rigore è una grande saga familiare. Qualcuno ha citato addiritturaI Buddenbrook, coi quali non condivide comunque l’identificazione spengleriana di storia e decadenza. In questo libro lo scorrere delle generazioni è conflitto: mondi e culture diversi – dall’ebraismo originario al culto dell’astratto vitello d’oro di Wall Street – e poco importa che la parabola partita in Alabama si sia chiusa poi davvero col botto a New York un secolo e mezzo dopo, quando ormai la famiglia è stata estromessa dalla banca. Di parentela con Thomas Mann, volendo, si potrebbe parlare per la tentata “fusione di critica e poesia”, in un lavoro in cui lo studio storico e l’ecumenismo del racconto – ma condito da robusta ironia – convivono con un punto di vista “politico” forte e un lavoro certosino sulla forma.
La storia ha ovviamente un inizio e, come spesso capita, si tratta d’un viaggio per mare: è l’11 settembre 1844 quando Heyum Lehmann sbarca a New York perdendo in due minuti il nome di battesimo e una “n” del cognome. Ma cos’è un nome di fronte al grande carillon chiamato America?
Henry Lehman, la Testa, dà il via al ballo. A Montgomery, Alabama, aprirà un negozio: la prima insegna Lehman Brothers sarà nera con una scritta gialla (quasi Bocca di rosa). Vende cotone, ma mica qualunque: first choice. Poi, arrivati Emanuel e Mayer (Braccio e Patata), s’aggiungono zucchero, caffè, carbone. In un attimo Montgomery non basta più: si va a New York e giusto un po’ prima che il Sud bruci nella guerra civile. Il mondo all’improvviso s’è contratto in un bottone e New York è l’asola: “Basta un piccolo, minimo gesto e avremo il mondo in palmo di mano”, pensa Emanuel, il Braccio, osservando la Grande Mela che aspetta solo di essere colta. È la sinagoga la misura delle cose: fila di mezzo per i Lehman. Eh no, non va: i Goldman sono già in seconda. Più soldi, bisogna fare più soldi. Dal commercio al commercio di denaro, ecco l’idea. Mayer, la Patata, ci pensa su: “Quando stavamo nel commercio la gente ci dava i soldi e noi davamo in cambio qualche cosa. Adesso che siamo una banca la gente ci dà lo stesso i soldi ma noi non diamo in cambio niente. Almeno sul momento. Poi vedremo”. Attraente non è: ci sarà un motivo “se i bambini giocano a fare il medico o il maestro ma nessuno mai tira fuori giochiamo alla banca”. Vaglielo a spiegare, ai ragazzini, che i soldi in banca servono all’industria, che il sistema ha bisogno di una cassa di risparmio. Dal mito dello sviluppo al sogno di un denaro che riproduca eternamente se stesso il passo è breve: bastano pochi anni e una volontà di ferro. Chi si ritrovasse in eccesso d’anima, a quel punto, dovrà sbarazzarsene: a Sigmund, “figlio di una Patata”, avevano troppo a lungo perdonato l’innocenza infantile, ma il cuore tenero, si sa, non è dote di cui sian colmi i banchieri. Dovrà costruirsi l’adeguato corredo psico-filosofico grazie ad un apposito lavaggio del cervello: 120 regole da recitare come una preghiera per 120 giorni al termine dei quali rinascerà squalo.
Il capitalismo è una danza in Qualcosa sui Lehman. I soldi ballano con la volontà di potenza per 150 anni, è solo il ritmo che cambia: via via si fa più sincopato, ossessivo, vorticoso finché, inevitabilmente – come in un meraviglioso episodio di Le Plaisir di Max Ophüls – è il danzatore che stramazza (“Bobbie Lehman ha 93 anni / e balla il twist (…) / balla forsennatamente / forse neanche lui se n’è accorto / che / ballando il twist / l’ultimo dei Lehman è morto”).
Se il ballerino è morto, non lo è la danza: in The Great Crash, 1929 John Kenneth Galbraith racconta che fu l’incapacità di smettere di ballare a portare tutti contro un muro; per Lehman sarà uguale. Chiamarla critica al capitalismo è forse troppo, ma il libro non è almeno conciliato con la dittatura del mercato. Il coraggio del corpo a corpo con la Storia non sarebbe però sufficiente a fare di Qualcosa sui Lehman un caso. In letteratura – ci ha insegnato Francesco De Sanctis mentre i Lehman bazzicavano l’Alabama – la forma è la cosa: e Massini, per i suoi banchieri, ricorre a una prosa in forma di ballata (molti a capo, senza metrica), a lingue e caratteri tipografici diversi, a formule matematiche, equazioni, colori, perfino a un fumetto. Tutto modernariato delle (fu) avanguardie, ma incistato su una struttura romanzesca tradizionalissima, con tanto di recupero persino di certi ritmi circolari nei capitoli che furono cari all’ottava rima.
E siccome la forma è la cosa, questa battaglia con la struttura franta della frase costringe l’autore a condensare la sua capacità di racconto. Prendiamo l’introduzione dei personaggi: Bertha Singer, per dire, è la prima fidanzata di Henry Lehman, “ragazza dai colori pallidi / E non solo i colori: anche i toni / E non solo i toni: anche i modi / Si può dire che Bertha Singer fosse l’essenza femminile del pallore”. Irving Lehman, invece, era cresciuto ignorato dalla famiglia: “Egli fin da piccolo / si era, per così dire, / naturalmente candidato alla penombra”. Brevi righe che, assieme, producono il romanzo mondo. E siamo, ancora, a Mann: “Il romanzo, come prodotto democratico della consapevolezza creativa, può non essere affatto da meno dell’epica per monumentalità”. Tinelli? No, grazie.